Problemi della traduzione di testi letterari dall’Italiano all’Inglese

di Adrian Stivala

 

La scienza dell’elettronica resta finora ben lontana dal fornire un software che renda le sfumature sottili dei testi, anche se continuano ad apparire sulla rete programmi come Traduttore Universale, Punta e Traduci, Personal Translator Expert e il Nuovissimo Traduttore Plus, che sono fra i più diffusi ed hanno la loro importanza, per quanto riguarda la traduzione di testi di carattere scientifico, commerciale ed economico, con scopi prevalentemente divulgativi.

Il discorso per la traduzione di testi di letteratura, sia di carattere narrativo che poetico, risulta di ben altra natura ed esistono distinzioni da chiarire fra le due forme letterarie, per quanto riguarda la resa in lingue diverse.

La traduzione dei testi di letteratura italiana in Inglese è un problema attualissimo ma scottante, visto il ruolo centrale che occupa per la diffusione di opere dal Bel Paese sulla globale estensione dell’anglofonia, che non solo è una specie di lingua del genere mediatico, ma occupa un posto di particolare rilievo per la globalizzazione. La straordinaria diffusione dell’Inglese sembra aver anticipato quella creata sia dalla cultura del ventunesimo secolo, sia quella realizzata attraverso il fenomeno di Internet. Questo ruolo dell’Inglese rende ancora più invitante e importante il fatto di avere le opere della letteratura italiana tradotte proprio in questa lingua che raggiunge miliardi di esseri umani.

 

Nel caso di traduzioni dall’Italiano all’Inglese ci sono anche alcuni elementi che a prima vista sembrano rendere meno complesso il processo che costituisce la scienza per alcuni o, per altri, l’arte della traduzione. L’Italiano ha avuto robuste radici nel Latino, anche l’Inglese le ha avute e le ha ancora, in vari registri lessicali; ma le radici dell’Inglese son ben diverse. I metodi e gli approcci non-elettronici di traduzione esistenti sono in parte resi meno difficili, grazie a questo sostrato comune fra le due lingue e grazie anche alla forza portante della cultura latina, con la sua lingua e con il suo linguaggio flessibile e facile da assorbire e assimilare. Nella letteratura italiana la tendenza a ricorrere ad un lessico latineggiante, predominante nella letteratura classica e classica moderna, che non permette di cadere nella retorica ed in un gergo poco comprensibile, è uno dei fattori centrali sul quale si reggono molti metodi di traduzione, basati sulla ricerca della radice del lessico comune alle due lingue. Questo in fatti è uno degli aspetti cruciali del processo della traduzione: il traduttore deve mettersi in una posizione in cui le due forme espressive dialoghino reciprocamente l’una con l’altra, deve fungere da mente filtrante, da veicolo trasmettente.

 

Le ricerche di metodi di traduzione sono state assalite da numerosi problemi, anche dall’Ottocento a questa parte, problemi in cui si sono verificate delle vere e proprie polemiche. La questione non esiste solo sin dagli ultimi decenni del Settecento, ma da quando i filosofi arabi tradussero i testi aristotelici e i seguaci luterani i testi biblici in tedesco. Sembra che ogni fase dell’evoluzione culturale umana sia stata segnata da fenomeni in cui erano coinvolti elementi di passaggio, non solo da cultura a cultura, ma da lingua a lingua, attraverso la traduzione di testi di fondamentale significato. La tradizione della traduzione moderna è una delle grandi eredità che lasciò l’Illuminismo. L’idea delle lingue e delle culture nazionali, e allo stesso tempo l’apertura fra le nascenti nazioni europee che segnò l’intero arco della cultura illuministica, ha segnato anche una nuova direzione nel cammino delle lingue europee.

L’Inglese già godeva un primato sul versante del commercio e dell’impresa, alimentato dal suo vasto impero e che portò ad una ‘esportazione’ dell’Inglese, non solo in quegli angoli remoti dove non tramonta mai il sole, ma anche negli ambienti colti europei. L’Italiano, a sua volta, godeva di grande stima fra gli stessi inglesi ed anche in altri paesi del continente, fin al punto che arrivò nei salotti inglesi, nelle librerie dei letterati e persino sulle bocche dei poeti entusiasti del ‘grand tour’ ottocentesco. Basti pensare alla grande importanza del filone italiano in Lord Byron con i suoi Viaggi in Italia, in Percy B. Shelley con il suo innamoramento con la campagna toscana, in John Keats, nella coppia Browning. L’Italiano era una sorta di cordone ombellicare con la cultura classica, per i romantici che si erano nutriti bevendo dalle fonti dello ‘sturm und drang’. Altri, come Lady Morgan, parlarono di Piazza di Spagna in termini di una colonia inglese. Franco Venturi, nella sua Storia d’Italia, parla di «quella straordinaria passione per l’Italia che sboccerà caduto ormai Napoleone, nel romanticismo britannico e durerà violenta e multiforme [1] per tutti gli anni venti e ancora negli anni trenta dell’Ottocento.» Giuseppe Mazzini fu testimone di tale scambio, non solo di letteratura ma anche di lingua vera e propria _ oltre che di insegnamenti politici e liberali _ e contribuì alla pubblicistica inglese con studi e saggi su figure della letteratura inglese, come Byron. Questa importanza della lingua italiana nell’Ottocento portò alcuni studiosi recenti a parlare di ‘italomania ottocentesca’.

 

Un grande balzo in avanti avvenne alla vigilia del secondo conflitto mondiale, quando in Italia si scopriva la letteratura anglo-americana. Il lavoro quasi pionieristico negli anni Quaranta di Cesare Pavese, Elio Vittorini, Giaime Pintor, Emilio Cecchi, Carlo Linati, Mario Praz, Mario Soldati e di altri, sulla traduzione di opere di Walt Whitman, James Joyce, Gertrude Stein, John Steinbeck, Herman Melville, Dos Passos, William Falkner, Sinclair Lewis e di altri, portò in Italia questa letteratura che subiva la censura del Ventennio. A loro volta, per le opere italiane si aprirono le porte al mondo anglofono e a godere di questa affermazione nel mondo anglo-sassone fu anche Italo Calvino. Seguirono altri, come Alberto Moravia, per arrivare al successo di Umberto Eco, con il suo strepitoso Il Nome della Rosa _ grazie anche alla versione cinematografica, resa con maestria dal regista francese Jean Jacques Annaud. Umberto Eco partecipa al dibattito sulla questione della traduzione dei testi letterari anche nel suo recente Dire Quasi le stesse cose, in cui afferma:

 
tradurre vuole dire capire il sistema interno di una lingua e la struttura di un testo dato in quella lingua, e costruire un doppio del sistema testuale che, sotto una certa descrizione, possa produrre effetti analoghi nel lettore, sia sul piano semantico e sintattico che su quello stilistico [2] ,

 

echeggiando le teorie del grande semiolgo Charles Sanders Pierce. Da qui nascono i più recenti sviluppi sulla teoria della traduzione, come scienza in cui elementi strutturali appartenenti alle rispettive lingue coinvolte nel processo della traduzione si mescolano con gli aspetti semantici ed appunto semiotici, per dare una specie di compromesso fra un gioco fra elementi paradigmatici e sintagmatici, da una parte ed elementi emotivi, psicologici ed immaginativi dall’altra; come in un continuo processo interreattivo fra elementi di forma logica, o fortemente tendente verso una logica precisa e dall’altra una schiera di elementi irrazionali che sfuggono all’analisi oggettiva, senza costringere ad entrare in campi della filosofia e persino della metafisica. Umberto Eco arriva a dire che più che tra una lingua e un’altra «la traduzione non avviene tra sistemi ma bensì fra testi. [3] »

 

Come esempio per illustrare questo modo di interpretare i processi ed i meccanismi della scienza della traduzione si può notare l’incipit emblematico di un’opera di grande fascino letterario e di vasto successo in traduzione come Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Dopo l’inizio, in latino, dell’ultimo verso dell’Ave Maria, si osserva un lessico con forti elementi latineggianti: recita, voce, verginità, iridate, penitenze [4] ecc., che nella versione inglese diventano: recital voice, virginity, iridescent, penitent [5] .  La versione inglese, confrontata con quella originale, dimostra la vicinanza fra le due lingue e allo stesso tempo riesce a conservare il tessuto immaginario creato dall’originale e a rispettare la tesi che contesta l’idea di ‘tradurre’ ovvero ‘tradire’.

 

Quando si sposta il discorso verso gli strati più complessi della lingua si scoprono altri aspetti problematici. Uno degli elementi di base è la sintassi che riguarda l’aggettivazione. Anche nello stesso incipit citato si può subito notare come recita quotidiana diventa: daily recital; voce pacata diventa: steady voice. Malgrado questa inversione di posizione tra nome e aggettivo, in genere la narrativa segue le norme di un lessico ed una sintassi flessibili, per cui la problematica viene meno in confronto alla traduzione di testi poetici, dove le restrizioni della metrica impongono una maggiore rigorosità ed un minore spessore di movimento nella traduzione, in base alla resa fedeli dell’originale e senza cadere nella rete delle perifrasi. Nella traduzione di testi poetici italiani in lingua Inglese il discorso di Eco sul confronto fra due testi più che fra due sistemi sembra essere più vero.

 

Un secondo caso da prendere in considerazione è la Divina Commedia, della quale nel 1979 fu eseguita da Dorothy L. Sayers una tradizione in versi, celebrata negli ambienti inglesi delle università di Oxford e Cambridge. Interessanti sono i confronti che la traduttrice fa con altre traduzioni sempre in versi, precedenti alla sua in inglese quali quelle di Cary, Wright, Binyon. Come lo sono le sue osservazioni sulle varianti metriche tra l’Italiano e l’Inglese, in cui dice che l’Italiano viene scandito in sillabe mentre l’Inglese in accenti, un principio che le fu di grande aiuto per rendere il passo degli endecasillabi danteschi con minor fatica, ma non sempre con felici esiti.

Un confronto rapido delle prime due terzine dantesche nelle rispettive lingue ci fa notare subito come la versione inglese viene costretta ad ‘allungare’ il nesso lessicale, per entrare nella norma dell’endecasillabo. Oltre a questo, il vocabolario sembra costretto alla ripetizione. Il livello prettamente lessicale indica anche alcune deviazioni come l’uso di this way of life per cammin di nostra vita, oppure I woke to find myself per mi ritrovai. La sinteticità del sostantivo cammin viene lievemente meno, quando resa con this way of life. La conveniente brevità della forma verbale riflessiva non appare facile sostituire, senza ricorrere a strutture morfo-sintatticamente più elaborate, che rischiano di appesantire la versione tradotta. Questo costituisce uno degli aspetti meno facili dell’intero processo di traduzione, perché nel caso particolare di versi poetici l’elemento di fragilità e di sensibilità pone sfide particolari che richiedono non soltanto una padronanza della lingua in sé, ma anche un affiatamento ed una affinità con l’opera stessa in via di traduzione. Lo stesso vale per il modo in cui è stato reso il passato prossimo era smarrita che nella versione inglese viene rielaborato in: wholly lost and gone, che tradotto letteralmente in Italiano significa: totalmente perso e partito:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita      Midway this way of life we’re bound upon

Mi ritrovai per una selva oscura,          I woke to find myuself in a dark wood,

Che la diritta via era smarrita [6]              Where the right road was wholly lost and gone [7]

 

La traduzione è un coltello a doppio taglio: come esistono le difficoltà per i traduttori dall’Italiano all’Inglese, ne esistono per quelli che perseguono il processo inverso. Traduzioni che colgono il profondo delle opere sono perciò di massima importanza, affinché non vada perduto il grande patrimonio letterario europeo in versioni tradotte e diffuse che logorerebbero il grande tessuto culturale che la letteratura _ e quella italiana in particolare _ costituiscono nel panorama della civiltà europea del prossimo futuro.

Adrian Stivala

 

Adrian Stivala Italo Calvino tradotto in Inglese su Italo Calvino online

20 novembre 2005

Il Portale Letterario della nuova Repubblica Letteraria Italiana

 

Adrian Stivala (Malta). Ha studiato Lettere italiane nelle Università di Malta, Firenze, Perugia e Napoli. Ha insegnato per 25 anni a vari livelli pre-universitari ed universitari. Si interessa di letteratura comparata e di traduzioni italo-inglesi e collabora al progetto ELLEU, sotto la direzione del Prof. Joseph Eynaud dell’Università di Malta.


[1] Franco Venturi, Storia d’Italia, 6 Volumi, Einaudi, Torino, 1973, vol. III, p. 1118.

[2] Umberto Eco, Dire Quasi la stessa cosa, Bompiani, Torino, 2005, passim.

[3] ivi.

[4] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Loescher Editore, Torino, 1979, p. 13

[5] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, The Leopard, translated by Archibald Colquhoun, Signet Books, New York, 1961, p. 13.

[6] Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, Sansoni, Firenze, 1969, p. 5.

[7] Dante Alighieri, The Divine Comedy. Hell, translated by Dorothy L. Sayers, Penguin Classics, 1969, p. 71.