Antologia omerica e virgiliana di Giovanni Pascoli

Viaggio nell’Iliade e nell'Odissea con Pascoli

Viaggio e avventura nell’Iliade

Guerra, dolore e morte nell’Odisssea

Emozione nell’Eneide

Passi scelti da Giovanni Pascoli

di Mariangela Lando

                                                                                                    Meglio vivificare l’antico,

                                                                                                che da questo viene l’ispirazione

                                                                                               da quello non scende l’imitazione,

                                                                                                e l’imitazione uccide

                                                                                                 mentre l’ispirazione crea

G. PASCOLI 

 Sul limitare

L’antologia letteraria per l’insegnamento di Giovanni Pascoli Sul limitare fu pubblicata nel 1899 per la casa editrice Sandron. Quali sono stati i fattori ideologici, culturali e storico-letterari che hanno determinato le scelte antologiche operate dall’Autore, per ciò che concerne la parte mitica?

I passi dedicati ai poemi omerici Iliade e Odissea sono ben 148 e, nella parte dell’antologia dedicata all’Eneide, i passi scelti sono 34 su un insieme di brani complessivi dell’intera antologia, pari a 548. Questi dati ci forniscono un’evidente tendenza pascoliana a considerare l’epica e in particolare il racconto omerico un elemento fondamentale e di vitale importanza del “racconto antologico”.

Il poema epico è considerato dal Pascoli una realtà viva che continua ad essere letta e che si produce ininterrottamente come forma d’arte. Dopo secoli incessanti di tradizione epica possiamo affermare che continua quindi ad essere un’espressione attuale dell’arte. Gli antichi eroi si manifestano come uomini e donne estremamente credibili ai nostri occhi.

Roberto Antonelli ha ben sottolineato quest’aspetto di continuità tra l’antichità classica e la letteratura cosiddetta del nostro tempo:

 

Nella letteratura i generi, i temi e le forme e i personaggi elaborati nella lontana Antichità classica giocano ancora un ruolo fortissimo, da molti punti di vista, nella produzione letteraria e contemporanea […]. In letteratura, perciò è impossibile distinguere tra un “Antico” ormai inutile e un “Moderno” o “Contemporaneo” che ha superato ciò che è stato precedentemente prodotto. […] L’Odissea pagana dell’Ulisse di Omero non è resa inutile dal viaggio cristiano di Dante nella Commedia, né dall’Ulysses di James Joyce: senza conoscere l’Odissea è certo possibile apprezzare, ma impossibile comprendere pienamente i due grandi capolavori dell’età moderna (la Commedia) e del mondo contemporaneo (l’Ulysses). La letteratura, oltre che rispondere alle sollecitazioni e alle richieste della storia, è un’attività che riflette anche su se stessa, un’arte che riusa in continuazione se stessa, per mettere in discussione il passato.

 

Per Enrico Turolla, che ha curato l’introduzione all’Antologia omerico virgiliana, la poesia di Omero è «a carattere obiettivo e va confrontata non con la poesia lirica o subiettiva bensì con la poesia che nel linguaggio comune non è ritenuta tale delle prose di romanzo e in genere delle prose narrative».

L’Iliade è considerata da Giovanni Pascoli il “romanzo” della guerra di morte e di dolore, l’Odissea invece il “romanzo” del viaggio e dell'avventura per terra e per mare.

Se consideriamo i poemi precursori del romanzo moderno in prosa, entrambi i capolavori rappresentano la forma estetica che risponde allo stesso bisogno che negli antichi tempi creò il poema epico: il bisogno di narrare.

Nei due capolavori Iliade e Odissea dell’antichità si intrecciano il racconto, un certo tipo di realismo e un’attenta psicologia di lettura dei protagonisti che risultano essere ancora attuali. I personaggi epici hanno uno spessore caratteriale di maggior rudimentalità e severità di atteggiamento rispetto ai personaggi protagonisti di avventure epiche in età moderna.

Pascoli celebra in special modo gli eroi mitici antichi che vede più rassomiglianti al proprio intimo.

Quelli omerici sono «personaggi arcaici » che si «rivelano idealizzati ma anche estremamente reali, uomini di sempre, in guerra e in pace. Uomini e donne. Se Ulisse è un magnifico tipo virile, Penelope, ad esempio è la più bella figura di donna tramandata dall’antichità».

 

Nell’introduzione all’antologia Sul Limitare, Pascoli rievoca un ambiente mitico: «avanti il grande palagio Sul Limitare vi è un gruppo di stranieri, approdati all’isola, scampati da morte, perduti dè cari compagni» è il fato che li ha fatti approdare, «alcuni restano presso la nave che li ha portati vicino al mare, cullati da quello sciacquio e da quel sussurro dormono. Noi non sappiamo per dove è la sera, per dove l’aurora né da che parte quel Sole ch’è luce ai mortali va sotto, né da che parte vien sopra. O compagni prendiamo consiglio».

Pascoli vuole accompagnare gli studenti alla lettura dei passi avvalendosi fin dal principio dell’elemento mitico che qui assume una valenza didascalica, un tragitto fiabesco come raccordo indispensabile per il percorso educativo dei giovani.

La fiaba è stata fin dall’antichità veicolo di conoscenza del proprio sé, patrimonio culturale dell’oralità più antica, indispensabile per il superamento degli ostacoli dell’io di mirabile natura che prendono significato dall’anima.

Dalle prime righe campeggia infatti l’immagine di Circe come Dea che domina  le fiere, la figlia del Sole che tesse una gran tela, è necessariamente la tela del pensiero umano in cui per Pascoli «l’ordito è il noto e il ripieno è il nuovo».

La terra evocata dal Pascoli è la scuola in cui vi è «la scienza dove l’uomo può ottenere il più sacro dei suoi diritti e adempiere i suoi doveri». Il mare, mare della vita invece è sempre in movimento.

Omero rappresenta per Pascoli il significato più ampio di poesia «il bello del bene», «il bello del bello», «il bello e il bene del vero».

Quel canto con cui la tessitrice accompagna il pettine e la spola, questo canto è la vera poesia per Pascoli. «Canti dunque la figlia del Sole. La scienza e la verità facciano sentire la loro voce persuasiva dilettosa». Omero narra quante cose seppe Odisseo da Circe e quanti consigli n’ebbe «Entrate dunque. Non rimanete sul limitare. Entrate, ella vi insegnerà persino come vedere il mondo dei morti e rivedere quelli che amaste e sentire tuttora grandi e sapienti parole da bocche suggellate per sempre».

 

Nella nota agli alunni scritta per Sul limitare, Pascoli esorta gli studenti allo studio: «dopo i primi rudimenti l’alunno decide dentro sé per tutta la vita se arretrare, fermarsi o avanzare», i giovani sono percepiti come «novella generazionale italica da cui piuttosto che l’incremento» ci si aspetta «la resurrezione dell’idealità» perché un giorno siano migliori del maestro. Pascoli immagina l’alunno ideale mentre sta sfogliando l’antologia e in simbiosi si «inebria tacitamente». È l’Autore stesso a rievocare la propria infanzia in cui egli si rivede fanciullo intento nella lettura, con quella stessa divagazione che in questo caso è per il Pascoli estremamente istruttiva.«Contemplava il Pascoli fanciullo la lettura, ma non ancora agiva», «Non si colga il fiore se vogliamo il seme che poi si potrà consegnare alla zolla feconda».

Giovanni Pascoli cerca di anticipare e comprendere il pensiero del fanciullo; la pagina introduttiva dell’antologia è ricca di strutture frasali con anafore dubitative: Se è felice… se è ricco… se lavora per farsi… se è infelice e povero… se lavora per sé… se per essere utile alla patria fa meglio… se per imitare i suoi genitori…

 

Nella prima parte dell’antologia Sul limitare l’Autore sceglie di celebrare Achille che egli considera l’eroe del dolore per eccellenza, il più giovane e il più forte, la sua vita sarà breve e l’eroe è consapevole di ciò.

«Ama la gloria ma lo oltraggiano, ama Briseide ma gliela tolgono, ama Patroclo e glielo uccidono. E tutti questi dolori accelerano, preparano e compiono quello supremo: la morte acerba del dolore compiuto a costo della morte»

Egli è l’eroe perfetto e sublime qual era per il popolo il simbolo dell’uomo rispetto agli dei quieti e immortali, martoriato dall’ira e dal pianto, morituro dopo breve giovinezza. Per Platone era l’esempio eroico del dovere, del dovere compiuto a costo della morte.

 

Achille eroe onesto, conforme ai principi morali? Pascoli, pur evidenziando sfaccettature differenti dello stesso personaggio tende a far prevalere la parte più emotiva dell’uomo, valorizzando gli aspetti legati ai valori antichi dell’eroe che combatte per un fine glorioso, l’eroe perfetto che si prepara al combattimento pronto a difendere, ma soprattutto a riscattare la memoria di Patroclo, poiché la salda amicizia tra i due rende la vendetta simile alla giustizia.

Achille anche insolitamente ospitale e cortese, l’uomo devoto alla madre, una dea che conosce il destino del figlio, l’eroe che, ritraendosi lungo il mare, piange e si commuove.

Fin qui la positiva personalità di Achille che sembra quasi invitare il giovane studente a prenderlo come modello da imitare almeno idealmente.

Pascoli ci presenta anche un Achille adirato, combattivo, furente quando il destino gli è avverso, assetato di sangue, desideroso di vendicare la morte del suo caro amico Patroclo.

Nella prima parte del passo Il dolore di Achille ancora una volta è la madre a consolare il figlio, il quale si sente responsabile per la morte del compagno.

Il ruolo della madre è estremamente significativo e altamente simbolico per valenza didascalica. Il dolore di Achille ha eco in luoghi lontani in fondo al mare, è un dolore che si tramuta in urlo, i ricordi si mescolano con la memoria autobiografia, l’immagine di Achille che sospira e che ricorda, gli dei che accorrono in suo aiuto e che spezzano la narratività del racconto, quando amano gli dei sono affettuosi con l’uomo, all’origine nella coscienza dell’uomo antico, ci sono gli dei, i soli che veramente esistono, onnipotenti, onnipresenti e innumerevoli.

Pur nella soprannaturale imprevedibilità che li caratterizza, gli dei rivelano una loro metaforica psicologia. Secondo Enzo Mandruzzato l’Iliade è l’apologia di Achille, il dramma di un «eroe romantico» figlio di una dea, il quale non accetta il proprio destino, la propria morte già scritta, realtà “irrazionale” e troppo grande per lui che nemmeno il carattere forte e combattivo degli eroi omerici e la gloria potranno in qualche modo riscattare.

 

Odissea

Nel poema del viaggio Odissea Ulisse si contrappone ad Achille, più deciso a fronteggiare e a scontrarsi con i nemici, combattendo tenacemente, per superare gli inevitabili ostacoli, deciso a raggiungere la sua patria nativa Itaca e soprattutto a riabbracciare i suoi cari, Penelope e il figlio amato Telemaco. Per l’Odissea i passi scelti dal Pascoli sono i più celebrati in tutta la letteratura universale: dal racconto del navigatore, agli episodi cruciali sull’isola dei Ciclopi, all’incontro con Polifemo fino all’accenno del ritorno ad Itaca.

 

Il personaggio di Odisseo viene ripreso dal Pascoli con la traduzione dell’Ulisses del Tennyson inserita in Sul Limitare. Pascoli si dedica a questa traduzione nel periodo del progetto sui Poemi conviviali. «È un Ulisse non grecamente astuto, né eroe vincente ad ogni costo, ma “umano”, armato a vincere il dolore della vita e la “battaglia della vita, in una speranza platonica di sopravvivenza ultraterrena».  Ancora una volta la scelta pascoliana è di puntare alla parte caratteriale più umana di Ulisse. È un uomo che non sa rinunciare al proprio desiderio di conoscenza; anche se l’amore per la propria patria lo spinge a ritornare al luogo delle proprie origini, in lui persiste l'impulso di cercare comunque ancora luoghi ricchi di anima e spiritualità vitale « l’anima esperta ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero[…] tempra d’eroici cuori sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai»

 

Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova
e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.
Starmi non posso dall’errar mio: vuo’ bere la vita
sino alla feccia. Per tutto il mio tempo ho molto gioito,
molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono, e solo;
tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi
l’Iadi piovorne travagliano il mare velato di brume.
Nome acquistai, ché sempre errando con avido cuore
molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
loro, e la mia non il meno; ond’ero nel cuore di tutti:

e di lontane battaglie coi pari io bevvi la gioia,
là nel pianoro sonoro di Troia battuta dal vento.
Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.
Pur, ciò ch’io vidi è l’arcata che s’apre sul nuovo:
sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine, il restare
sotto la ruggine opachi né splendere più nell’attrito.
Come se il vivere sia quest’alito! vita su vita
poco sarebbe, ed a me d’una, ora, un attimo resta.
Pure, è un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora
porta con sé nuove opere, e indegna sarebbe, per qualche
due o tre anni, riporre me stesso con l’anima esperta
ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade
oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.

Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto,
compiere; mansuefare una gente selvatica, adagio,
dolce, e così via via sottometterla all’inutile e al bene.
Irreprensibile egli è ben nel mezzo ai doveri,
pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
quando non sia qui io: il suo compito e’ compie; io, il mio.

Eccolo il porto, laggiù nel vascello si gonfia la vela:
ampio nell’oscurità si rammarica il mare. Compagni
cuori ch’avete con me tollerato, penato, pensato,
voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori,
liberi fronti opponeste: oh! Noi siam vecchi, compagni;
pur la vecchiezza anch’ella ha il pregio, ha il compito: tutto
chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima.

D’uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
Già da’ tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
giorno dilegua, la luna insensibile monta; l’abisso
geme e sussurra all’intorno le mille sue luci. Venite:
tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.

Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là: fin ch’abbia la morte.
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.

Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
pi? nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
noi, s’è quello che s’ è: una tempera d’eroici cuori,
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.

 

La poesia Ulysses ritorna anche in Traduzioni e riduzioni a cura di Maria Pascoli; è la stessa autrice a sottolineare come il volume sia nato per celebrare la metrica pascoliana, tracce e segni tangibili dell’animo di G. Pascoli; Maria Pascoli sembra aver attinto molto dal fratello per quel particolare modo di accostare metricamente e simbolicamente i termini come accade nel seguente e curioso anticlimax proposto proprio da M. Pascoli nell’introduzione al volume.

Maria per l’appunto, celebra nel saggio sopraindicato «ciò che Pascoli PIÙ AMAVA, ciò che PIÙ AMMIRAVA, ciò che PIÙ PENSAVA: eroi, fanciulli, madre, natura, morte»;

La traduzione di Ulysses del Tennyson, ad un’analisi attenta, offre ulteriori spunti di riflessione sullo stile: numerosi e ricchi sono i richiami fonico simbolici, le alliterazioni, i richiami frasali che sono vere e proprie anticipazioni di ciò che Pascoli produrrà più tardi in versi e in prosa, un descrittivismo non topico come ad esempio quello del Petrarca che tende ad utilizzare sempre gli stessi lemmi.

A riguardo, in Epos, un altro volume scolastico a cura di Giovanni Pascoli, M. Valgimigli, conferma proprio questa tendenza:

 

E come sapeva il Pascoli «raccontare la poesia»! Ci sono racconti, nei sunti dell’Eneide, che sembrano myricae, poemetti, inni: i funerali di Pallante fanno subito pensare ai funerali del soldato di San Piero in Campo, con quelle file di lumi che rigano le vie e la campagna. E così nella esposizione introduttiva di molte liriche di Catullo e Orazio: il Pascoli coglie subito, breve e preciso, la situazione e l’accento, il sentimento e l’immaginazione.

 

Il commento in nota nelle antologie scolastiche pascoliane è di tipo parafrastico, improntato su un’esposizione di carattere didattico, accompagnata da sviluppi e chiarimenti. L’Autore sembra così mettere a fuoco le immagini a poco a poco, lo sfondo è quello dell’indeterminato e del polivalente.

 

La qual poesia si fonda sopra un mito cantato da Dante: che Ulisse (Odisseo) tornato in patria, poi ne ripartisse per l’ardente desiderio di conoscenza. L’Odisseo Omerico invece muore tranquillamente nella sua patria vedi L’Eroe dell’Odio. Non certo il grande poeta inglese avrebbe approvato i miei esametri e simili esperimenti, quelli che egli chiamava tacers che anche in inglese sono belli esametri, per esempio di Longfellow.

 

Quelle che propone Pascoli sono strutture testuali non presenti nella poesia classica, traduzioni le sue, che appaiono così profondamente intessute di uno sfondo simbolico, composizioni che aprono la strada al momento di formazione della modernità poetica italiana.

    

Eneide

Se consideriamo la tendenza di Virgilio a presentare i personaggi dell’Eneide in preda a forti sentimenti e ad intensificare le emozioni fino al punto in cui si trasformano in furore, possiamo intuire la scelta di passi tratti dall’Eneide operata dal Pascoli per l’antologia Sul limitare del 1899. Viene scelto dal Pascoli il sesto canto dell’Eneide, la discesa agli inferi, come lettura esemplare da proporre agli studenti. Il canto sesto narra infatti il viaggio dell’eroe verso i regni della morte e per il Pascoli è il passo più suggestivo di poesia che l’antichità ci abbia tramandato. All’interno della cultura augustea era molto forte l’esigenza di un poeta che rappresentasse il poeta vates in grado di offrire una poesia che potesse “trattare” l’impegno sociale e quindi costituire un valido esempio per il giusto insegnamento.

Uno dei presupposti di scelta antologica dei passi affidata al compilatore di antologie è quella di proporre dei brani in cui forte sia la valenza educativa e didascalica. Il lettore, in questo caso rappresentato dallo studente, viene ad essere così coinvolto emotivamente nella lettura e guidato nell’analisi e nell’interpretazione contenutistica e formale dei passi scelti.

Virgilio è incline ad esaltare la comunione di pensieri come ha ben evidenziato Licinia Ricottili nel suo volume Gestualità e parole nell’Eneide ed è la stessa comunione che sta alla base del contagio di lacrime in un’opera come l’Eneide.

L’autrice sottolinea come «la potenza psicologica della poesia di Virgilio nasca dalla profonda partecipazione emotiva che il poeta prova nei confronti delle vicende dei suoi personaggi», ed è proprio questo elemento a far scaturire nel Pascoli la scelta accurata dei passi che va ad inserire nell’antologia, sperimentando per primo quella partecipazione emotiva, quel coinvolgimento totale che egli poi desidera trasmettere ai giovani delle future generazioni. Si tratta di una lettura « orientata e orientante», necessaria per creare un rapporto di empatia con gli allievi e importante per trasmettere la cultura, in questo caso latina, ad una generazione di studenti che si avvicinano allo studio classico.

 

Il primo approccio con lo studio dei classici deve diventare un punto di partenza nevralgico che, da un lato, rifletta i valori culturali e antropologici di un’epoca e dall’altro sveli l’orientamento ideologico e culturale del poeta.

La lettura esemplare virgiliana proietta il lettore anche in una dimensione di appartenenza e di condivisione delle vicende narrate, tale da “vivere” una contemporaneità con la storia.

«Nessun classico ha mai impedito a chi lo sta leggendo di sentirsi chiaramente e radicalmente contemporaneo di se». Ogni rappresentazione narrativa di patria può essere intesa anche come insieme di valori, come universalità del proprio paese natio, come «patria futura, come patria perduta, come speranza e rimpianto, come patria di altri».

Dalle stesse parole del Pascoli nell’Antologia omerico-virgiliana «si badi che l’aldilà non è l’assoluto, regno fuori dal tempo, ma la permanenza dell’invisibile, non è altro per l’anima, che una pausa della vita di qua, poiché, dopo un numero determinato di anni lucis d’ira cupida afferra le anime […] i lugentes campi o campi del pianto colpiscono particolarmente il lettore moderno per il fatto che il poeta non vide dopo la morte, la capacità di risarcire l’ingiustizia subita in vita. L’esistenza di qua continua come sogno nell’aldilà e chi piange non è beato, ma sarà consolato, ma piangerà anche al di là, eternamente»

Il libro è pieno del senso dell’ignoto, l’eroe virgiliano Enea appare velato di una malinconia comunicativa e di un dolore che nella loro indeterminatezza appaiono moderni.

Pascoli sceglie come traduttore per il sesto canto, Annibal Caro, i commenti e le note sono invece dell’Autore stesso. Il nome di Annibal Caro è presente ne Istruzioni e programmi per l’insegnamento nei Licei e nei ginnasi in esecuzione del regio decreto 16 giugno 1881: la traduzione di A. Caro ha avuto una grande fortuna nella scuola per tutto l’Ottocento.

 

Stile

Pascoli è considerato un innovatore per quanto riguardo lo stile di scrittura usato nei suoi commenti, ma nel portare importanti novità rimane pur sempre all’interno della tradizione letteraria dei primi decenni del Novecento: da un punto di vista linguistico i commenti nell’antologia Sul limitare ai passi omerici presentano alcuni elementi che potremo in qualche modo considerare anticipatori della sua successiva produzione in versi. Nel lessico utilizzato nei commenti, l’elemento dell’esattezza della nomenclatura è considerato antileopardiano.

Il sintagma ha valore tecnico. Pascoli è così considerato un poeta impressionista.

L’Autore va a scegliere dei passi dove vengono allineate e valorizzate una serie di situazioni e sensazioni di tipo acustico. L’elemento verbale viene considerato nelle parole in quanto anche veicolo di suono:

 

Quanto gli costa la sua ira silenziosa e inerte!Ma aspetta; che cosa? Finir quell’ira con un’altra ira più atroce, quel dolore con dolore più tremendo, ed affrettare il suo destino.

Il pianto dell’amico: si presenta ad Achille e piange, piange silenziosamente. Perché? Achille capisce […] Sulla sua fiera bocca ricorrono le dolci parole di sua madre: Dimmelo non lo nascondere: in due lo vogliamo sapere.

 

Nel passo seguente la ripetizione di termini quali «vuole, vengono, va» e «Malincuore» e i sostantivi in consonanza «oltraggio, oltraggio, linguaggio» rappresentano spie fortemente indicative dello stile pascoliano:

 

E poi vuole che l’oltraggio si compia, vuole essere infelice supremamente per poter piangere con sua madre. L’oltraggio si compie. Briseide parte con i due araldi "malincuore". Malincuore i due araldi vengono, malincuore la donna va. Egli resta calmo in presenza degli araldi de’suoi, dell’amico. Si ritrae lungo il mare e là piange; piange solo  in cospetto del mare infinito e chiama la madre. Si alza dal mare come un fiocco di nebbia. È una dea. Ma sentite il suo linguaggio ci è noto. È una mamma.

 

Altro esempio significativo del modo di presentare l’interloquire dell’amico di Achille e il soffermarsi su alcuni elementi del lessico utilizzati come sinonimia di significati e come particolari fonosimbolici e di cui è ricco il vocabolario.

Un’attenzione pascoliana è data al «parlare con ingenuità di fanciullo»

 

E l’amico parla; parla con ingenuità di fanciullo eppure non artifizio potrebbe essere il più efficace di tale ingenuità. Loda narra particolareggia (è ferito anche lui, il re nemico ciò deve bastare all’ira di Achille) rimprovera grida. E poi fa ragione dei segreti motivi che possono ispirare Achille. « Manda me. Sarà lo stesso. E l’occulto destino sarà scansato» E invece no così s’adempie il destino come vedrete.

 

Per ciò che riguarda la traduzione del Caro dell’Eneide di Virgilio, nel primo canto la traduzione è intesa diversamente dalla traduzione moderna con una evidente amplificazione, i primi versi non traducono l’Eneide, ma la interpretano, facendo riferimento all’io narrante delle due opere precedenti di Virgilio: le Bucoliche e le Georgiche.

 

Quell’io che già tra selve e tra pastori
di Titiro sonai l’umil sampogna,
e che, de’ boschi uscendo. a mano a mano
fei pingui e cólti i campi, e pieni i vóti
d’ogn’ingordo colono, opra che forse
agli agricoli è grata; ora di Marte
L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
che pria da Troia, per destino, a i liti
d’Italia e di Lavinio errando venne;
e quanto errò, quanto sofferse, in quanti
e di terra e di mar perigli incorse,
come il traea l’insuperabil forza
del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
e con che dura e sanguinosa guerra
fondò la sua cittade, e gli suoi dèi
ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
e le mura e l’imperio alto di Roma.

Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
tu le mi detta. Qual dolor, qual onta
fece la dea ch’è pur donna e regina
de gli altri dèi, sí nequitosa ed empia
contra un sí pio? Qual suo nume l’espose
per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

 

 Lo stile utilizzato dal Caro è più sobrio con ad esempio una ripetizione anaforica nella parte che precede l’invocazione alla Musa.

Il polisindeto, il parallelismo, le anafore e le ripetizioni con un aumento dell’elaborazione retorica sono elementi significativi che caratterizzano la traduzione del Caro e che si ritrovano nelle produzioni di G. Pascoli.

 

Conclusione

Paul Wathelet mette in luce, nella raccolta di saggi curata da Julies Ries, come i due poemi omerici siano stati talvolta considerati come la «Bibbia dei greci. Il paragone è ad un tempo realistico e falsante: l’opera attribuita ad Omero non si presenta né come rivelazione, né come testo dogmatico». Il critico sottolinea poi come i due testi si avvicinino alla «Bibbia per la ricchezza di terreno culturale e per l’influenza esercitata sul mondo greco successivo».

P. Boitani parla dell’Odissea come di «poema sfaccettato come il suo protagonista, di un poema della senescenza, di un’epica che nella forma costituisce l’archetipo di quello che più tardi si chiamerà “romanzo”, poesia della memoria, del racconto poetico e del canto»

Ciò che appare certo è che la presentazione che Omero offre del racconto è orientata in modo sistematico tanto da determinare in modo orientante la narrazione stessa.

In sostanza il critico evidenzia come per ciò che riguarda gli studi omerici e quindi l’analisi dei miti omerici, l’epopea omerica deve «tanto più essere esaminata nel profondo per il fatto che il suo Autore ha mascherato dei dati mitici» cioè un’analisi che debba scandagliare i fattori e tutti quegli elementi che porterebbero secondo l’Autore inglese a nascondere la trascendenza del divino e del mistero.

Giovanni Pascoli rielabora nelle antologie scolastiche una grande lezione che ci viene dal passato e che da esso fa riemergere il più autentico valore dell’antico, ma con un «intento archeologico di recupero, di valenze più profonde e vitali che, arricchite dal connubio dei valori delle due età, classica e cristiana, sono materia di canto del nuovo poeta nella società futura»

 

22 ottobre 2012

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