Racconti di Paola Drigo

Paola Drigo Fine d'anno, a cura di Patrizia Zambon, Lanciano, Rocco Carabba, 2005, p. 129

La produzione letteraria di Paola Drigo, iniziata nel 1913 con la raccolta di novelle La fortuna, prosegue con la raccolta Codino, edita nel 1918 da Treves: in tutto quattordici testi, alcuni già stampati su riviste a larga tiratura. L’editore vicentino Jacchìa pubblica nel 1932 La signorina Anna, con altri sei racconti, apparsi su riviste nei dieci anni precedenti. Sono storie realistiche e dai toni tragici, sono novelle ambientate nell’alta borghesia. Finestra sul fiume, l’elzeviro con cui la Drigo doveva iniziare una feconda collaborazione col «Corriere della Sera», esce il 18 agosto 1937, quando Paola Drigo si è già ritirata a Padova, nella villa Mussolente, dove morirà il 4 gennaio 1938. La scrittrice di Castelfranco Veneto (vi era nata il 4 gennaio 1876) è nota soprattutto per il romanzo verista e drammatico Maria Zef (da cui sono stati tratti i due film, diretti nel 1953 da Luigi de Marchi e nel 1981 da Vittorio Cottafavi) e per il racconto lungo Fine d’anno, stampato da Treves nel 1936 e che due anni prima era uscito sulla rivista «Pan». Una voce narrante femminile attraversa Fine d’anno. Non è una voce fuori campo, ma è proprio la protagonista che ripercorre il breve tempo di una stagione invernale, rigida, morente, trascorsa in una villa che «sorgeva in una delle più solinghe valli del Canal di Brenta». Il paesaggio invernale e spoglio rappresenta il declino e la solitudine di questa donna, vedova, non più giovane, non in buona salute e che è lontana dal suo unico figlio. Non per voglia di appartarsi, bensì a causa di un dissesto finanziario, la donna si è trasferita in questa villa in campagna, luogo sacro di memorie familiari, minacciato dal disastro economico: ella tenta di rimediare alla passività della tenuta La Marzòla obbligando i contadini a versare i canoni dovuti. I fittavoli, che con le famiglie vivono sulla sua terra, la guardano con ostilità, reagiscono negativamente ad ogni sua volontà di comunicare, né comprendono perché la parona abbia deciso di assumere le funzioni proprie di un fattore. Quando il silenzio è sceso tra i due mondi, il contadino e quello padronale, un evento inatteso e drammatico scombina le carte e ripristina un minimo di relazioni. Il racconto approda ad un finale in cui la vita, se non serena, è almeno accettabile: «Mussolini ha detto che le donne non sanno fare le case?… Modestamente, fra prima e dopo del mio male, ne ho costruite ben tre, e non sono ancora crollate.»

(f. s. 5/6/2006) Recensione scritta per la nuova Repubblica Letteraria Italiana e di cui sono vietate la riproduzione, la sintesi automatica, la traduzione.

[…]

Erano, questi Battagini, gente di pelo rosso, quadrati, di poche parole, colla faccia sparsa di lentiggini. Al tempo dei raccolti sguinzagliavano per le terre certi loro cani da guardia feroci, rossigni anch’essi, che li somigliavano. A me piaceva il vecchio, che parlava ancora il dialetto cimbro, quasi novantenne e ancora diritto, con tutti i suoi denti, e qualche cosa di massiccio e direi di tedesco nella figura. Aveva nel tratto una certa elementare nobiltà, e per occhi due strette fessurine azzurre in mezzo alle rughe. […]

Ad un tratto sentivo come un urto, un disagio: di fra i filari di viti, o dal fitto di una siepe, due occhi ardenti mi fissavano.

Era lui, il muto. Me ne accorgevo soltanto quando m’era a due passi, tanto stava immoto, come fosse morto; si confondeva coi solchi, ed era del colore dei tronchi d’albero, pareva un’ondulazione del terreno… Toto! _ chiamavo; ed egli sorgeva all’improvviso, e fuggiva come il vento attraverso i campi. […]

Marco invece era ancora un selvaggio che entrava nei salotti come un puledro nella stalla e si soffiava il naso col rumore d’una tromba. Un giorno Bettina, evoluta, gli aveva fatto mettere i guanti per servire a tavola, ma egli teneva le mani colle dita larghe e dure, come i bambini, e si lasciava sfuggire piatti e posate, ed aveva l’aria così desolata, che per pietà glieli avevo fatti subito togliere. Lo facevo istruire come «autista»; e poiché in questo riusciva benino, al volante si dava importanza, parlava italiano, e, quando doveva far marcia indietro, diceva:

_ Signora, gnàmo indrio culo? […]

Ed ecco che un bel giorno era arrivata Alberta. Con due bouillottes di gomma per l’acqua calda, pelliccia e pelliccioti, lampadina elettrica tascabile, una piccola e graziosa rivoltella di cui aveva molta paura, e un bastone colla punta ferrata: come capitasse in selvaggi e perigliosi paesi.

_ So che il progresso non ha fatto qui passi da gigante… […]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paola Drigo, Racconti, a cura di Patrizia Zambon, Padova, Il Poligrafo, 2006

Nata a Castelfranco, in una famiglia di radici asolane, vissuta a Treviso, a Padova, infine, dopo il matrimonio con il padovano Giulio Drigo, nella suntuosa villa Drigo di Mussolente, vicino a Bassano, Paola Drigo ha lasciato con Maria Zef (1936) un romanzo di grande rilievo nella tradizione realista della letteratura italiana degli anni trenta, ambientato nelle montagne dell’alto Veneto e della Carnia friulana, di tragica forza espressiva. Meno note sono state nel tempo le altre sue opere narrative, rimaste a lungo circoscritte alle edizioni originali, e quindi a lungo di difficile reperibilità. Esce ora il volume dei Racconti, che si avvale della cura di una studiosa di lunga attenzione drighiana come Patrizia Zambon, cui si devono la scelta dei testi, la ricostruzione della vicenda biografica e bibliografica di questa non frequentatissima autrice, un saggio introduttivo assai utile per la lettura e la sistemazione critica nel canone letterario novecentesco della scrittrice trevigiana. Il volume propone una scelta antologica operata tra la ventina di racconti che la Drigo pubblicò tra il 1912 e il 1937, collaborando a riviste come «La Lettura», «L’Illustrazione italiana», la «Nuova Antologia», alle pagine culturali della «Gazzetta di Venezia» e del «Corriere della Sera», e che raccolse poi nei volumi La fortuna (1913), Codino (1918) e, nel 1932, La signorina Anna. Con uno stile che ha fatto propria la lezione del realismo ottocentesco, perfino in qualche specifica valenza d’area veneto/friulana (per la storia di Codino, la Zambon richiama le sonorità dei racconti «compiutamente ottocenteschi di Caterina Percoto, ma anche per certi versi, nel tema contrastato della incompresa frontiera» il Rigoni Stern della Storia di Tönle), Paola Drigo delinea interessanti quadri di vita nel Veneto d’inizio secolo. Popolano questi racconti personaggi comuni che testimoniano della marginalità e della misera e disagiata condizione in cui versava gran parte della popolazione veneta contadina: dalla triste e tragica vicenda di Adelaide, monaca senza vocazione della novella Ritorno; alla commovente figura di Codino/Coin, un bimbo di otto anni cui è affidata la gestione della casa e delle sorelline in una famiglia che nelle montagne di confine della valle del Brenta vive di stenti; al drammatico rovesciamento della fiaba fuori dal tempo della bella Rosa, cenerentola contadina data in sposa ad un conte al solo scopo di procrear eredi sani, con la sua disvelata storia di incomprensioni, straniamento, dolori e lutti che la «risentita vena polemica» della scrittrice configura nel destino della giovane donna. Poi nei racconti più tardivi, quelli degli anni venti e trenta, le tonalità diventano assai meno dirompenti, prendono andamenti più crepuscolari, il grande tema diventa quello del tempo che passa, come ne La signorina Anna, come in Un giorno, e modifica la vita, pone in primo piano il valore dello sguardo e della riflessione introspettiva, delle intense, pianamente ma certo non banalmente narrative dinamiche dell’interiorità; fino alle dense pagine dell’elzeviro autobiografico Finestre sul fiume (1937), ultimo testo pubblicato dalla Drigo, e già premonitore dell’imminente fine.

(Andrea Gallo, 7/7/2006)

Recensione scritta per la nuova Repubblica Letteraria Italiana e di cui sono vietate la riproduzione, la sintesi automatica, la traduzione.

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