Racconti di Paola Drigo
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Paola
Drigo Fine d'anno,
a cura di Patrizia Zambon, Lanciano, Rocco Carabba, 2005,
p. 129
(f. s. 5/6/2006)
Erano,
questi Battagini, gente di pelo rosso, quadrati, di poche parole, colla
faccia sparsa di lentiggini. Al tempo dei raccolti sguinzagliavano per
le terre certi loro cani da guardia feroci, rossigni anch’essi, che li
somigliavano. A me piaceva il vecchio, che parlava ancora il dialetto
cimbro, quasi novantenne e ancora diritto, con tutti i suoi denti, e qualche
cosa di massiccio e direi di tedesco nella figura. Aveva nel tratto una
certa elementare nobiltà, e per occhi due strette fessurine azzurre in
mezzo alle rughe. […]
Ad
un tratto sentivo come un urto, un disagio: di fra i filari di viti, o
dal fitto di una siepe, due occhi ardenti mi fissavano.
Era
lui, il muto. Me ne accorgevo soltanto quando m’era a due passi, tanto
stava immoto, come fosse morto; si confondeva coi solchi, ed era del colore
dei tronchi d’albero, pareva un’ondulazione del terreno… Toto! _ chiamavo;
ed egli sorgeva all’improvviso, e fuggiva come il vento attraverso i campi.
[…]
Marco
invece era ancora un selvaggio che entrava nei salotti come un puledro
nella stalla e si soffiava il naso col rumore d’una tromba. Un giorno
Bettina, evoluta, gli aveva fatto mettere i guanti per servire a tavola,
ma egli teneva le mani colle dita larghe e dure, come i bambini, e si
lasciava sfuggire piatti e posate, ed aveva l’aria così desolata, che
per pietà glieli avevo fatti subito togliere. Lo facevo istruire come
«autista»; e poiché in questo riusciva benino, al volante si dava importanza,
parlava italiano, e, quando doveva far marcia indietro, diceva:
_
Signora, gnàmo indrio culo? […]
Ed
ecco che un bel giorno era arrivata Alberta. Con due bouillottes di
gomma per l’acqua calda, pelliccia e pelliccioti, lampadina elettrica
tascabile, una piccola e graziosa rivoltella di cui aveva molta paura,
e un bastone colla punta ferrata: come capitasse in selvaggi e perigliosi
paesi.
_
So che il progresso non ha fatto qui passi da gigante… […]
Paola Drigo, Racconti, a cura di Patrizia Zambon, Padova, Il Poligrafo, 2006
Nata
a Castelfranco, in una famiglia di radici asolane, vissuta a Treviso, a
Padova, infine, dopo il matrimonio con il padovano Giulio Drigo, nella suntuosa
villa Drigo di Mussolente, vicino a Bassano, Paola Drigo ha lasciato con
Maria Zef (1936) un romanzo di
grande rilievo nella tradizione realista della letteratura italiana degli
anni trenta, ambientato nelle montagne dell’alto Veneto e della Carnia friulana,
di tragica forza espressiva. Meno note sono state nel tempo le altre sue
opere narrative, rimaste a lungo circoscritte alle edizioni originali, e
quindi a lungo di difficile reperibilità. Esce ora il volume dei Racconti, che si avvale della cura di una
studiosa di lunga attenzione drighiana come Patrizia Zambon, cui si devono
la scelta dei testi, la ricostruzione della vicenda biografica e bibliografica
di questa non frequentatissima autrice, un saggio introduttivo assai utile
per la lettura e la sistemazione critica nel canone letterario novecentesco
della scrittrice trevigiana. Il volume propone una scelta antologica operata
tra la ventina di racconti che la Drigo pubblicò tra il 1912 e il 1937,
collaborando a riviste come «La Lettura», «L’Illustrazione italiana», la
«Nuova Antologia», alle pagine culturali della «Gazzetta di Venezia» e del
«Corriere della Sera», e che raccolse poi nei volumi La
fortuna (1913), Codino (1918)
e, nel 1932, La signorina Anna. Con uno stile che ha
fatto propria la lezione del realismo ottocentesco, perfino in qualche specifica
valenza d’area veneto/friulana (per la storia di Codino, la Zambon richiama le sonorità dei racconti «compiutamente
ottocenteschi di Caterina Percoto, ma anche per certi versi, nel tema contrastato
della incompresa frontiera» il Rigoni Stern della Storia di Tönle), Paola Drigo delinea interessanti
quadri di vita nel Veneto d’inizio secolo. Popolano questi racconti personaggi
comuni che testimoniano della marginalità e della misera e disagiata condizione
in cui versava gran parte della popolazione veneta contadina: dalla triste
e tragica vicenda di Adelaide, monaca senza vocazione della novella Ritorno;
alla commovente figura di Codino/Coin,
un bimbo di otto anni cui è affidata la gestione della casa e delle sorelline
in una famiglia che nelle montagne di confine della valle del Brenta vive
di stenti; al drammatico rovesciamento della fiaba fuori dal tempo della
bella Rosa, cenerentola contadina data in sposa ad un conte al solo scopo
di procrear eredi sani, con la sua disvelata storia di incomprensioni, straniamento,
dolori e lutti che la «risentita vena polemica» della scrittrice configura
nel destino della giovane donna. Poi nei racconti più tardivi, quelli degli
anni venti e trenta, le tonalità diventano assai meno dirompenti, prendono
andamenti più crepuscolari, il grande tema diventa quello del tempo che
passa, come ne La signorina Anna, come in Un giorno, e modifica la vita, pone in
primo piano il valore dello sguardo e della riflessione introspettiva, delle
intense, pianamente ma certo non banalmente narrative dinamiche dell’interiorità;
fino alle dense pagine dell’elzeviro autobiografico Finestre sul fiume (1937), ultimo testo pubblicato dalla Drigo, e
già premonitore dell’imminente fine.
(Andrea Gallo, 7/7/2006)
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