In ricordo di Luigi Meneghello

Il Paese come teatro di vita
di Mariangela Lando

Sono trascorsi alcuni anni dalla scomparsa di Luigi Meneghello. Ancora ricordo emozionata il giorno in cui ho avuto occasione di conoscerlo di persona, dopo un convegno tenutosi nel maggio del 2006 e organizzato dal Dipartimento di Italianistica dell’Università di Padova: ero seduta in terza fila e Meneghello sembrava perdersi nella grande aula Magna di Palazzo del Bo, e anche non perfettamente a proprio agio; è sempre stata una caratteristica costante, la sua poca propensione all’esposizione, lo scrittore ha sempre condotto una vita piuttosto riservata, quasi ai margini del dibattito letterario novecentesco.
Tutto ciò che vedevo era come lo avevo precedentemente immaginato: dopo il dibattito, egli fu molto cortese con tutte le persone che si avvicinarono a lui, o per chiedergli un autografo da porre su uno dei suoi libri, o per domandargli qualche altra informazione.
Mi ricordo perfettamente la sua sorpresa quando gli riferii che volevo scrivere la mia tesi di laurea sul tema d’infanzia da lui trattato nella sua prima narrativa autobiografica.
Mi rispose che si stupiva di tanto interesse, ma che avrebbe volentieri poi letto la mia tesi.
Purtroppo dopo qualche tempo è venuto a mancare, e mi rimane il grande rammarico di non avergli fatto leggere la mia tesi.
Luigi Meneghello è stato uno scrittore importante per il nostro panorama letterario novecentesco, un autore che oltre ad aver pubblicato numerosi libri sia di narrativa che di saggistica, è ricordato come un professore che aveva scelto di trascorrere più di quarant’anni in Inghilterra all’Università di Reading con l’intenzione iniziale di fare un’esperienza accademica e di arricchimento culturale e di esplorazione del mondo, un uomo però fondamentalmente rimasto semplice, genuino, profondamente legato alla sua terra d’origine: Malo, il paese nel vicentino in cui lo scrittore ha trascorso gli anni dell’infanzia è diventato successivamente lo scenario prediletto per una scrittura che si è sempre basata sulla rielaborazione del ricordo.
Spesso nei numerosi convegni, era lo stesso Meneghello a rievocare il rapporto intenso che lo legava a quei luoghi:

Ho sempre sentito che c’è questo rapporto, ma non l’ho mai teorizzato in forma di una dottrina o poetica dei luoghi: […] Voglio solo dire che mi sono accorto che c’è in me un senso molto vivo dei rapporti tra i luoghi e ( diciamo per semplicità) le nostre idee.

Nei suoi libri Meneghello rievoca spesso questo rapporto speciale con i luoghi dell’esperienza vissuta, in particolare nei suoi primi libri di narrativa: "Libera nos a malo", "Pomo pero" e "Fiori italiani".
Nel parlare di questo rapporto speciale con i luoghi, lo scrittore operava spesso una distinzione, tra paese reale e paese poetico, decisiva per intendere la chiave di lettura con cui indagare come tale rapporto abbia influito poi sulla sua letteratura.
Alcune descrizioni del paesaggio paesano in "Libera nos a malo" possono tuttora essere lette come un lavoro memoriale di ricomposizione della sua collocazione spaziale, della fisionomia, di alcuni tratti fisici e umani particolari.
Altri luoghi fisici descritti da Meneghello poi sono strettamente legati alle impressioni infantili, come ad esempio La Proa, posto di ritrovo presso il letto dissecato di un antico corso d’acqua attualmente scomparso, che assumeva per i bambini un’atmosfera magica e avventurosa. Lo scrittore spesso dichiarava come proprio l’infanzia, per l’intensità delle emozioni provate a contatto con il mondo, abbia sempre funzionato in lui come movente principale alla scrittura:

Mi sono accorto con un certo imbarazzo che quasi sempre ciò che genera l’emozione di base e che mi dà la voglia di scrivere è associato ai bambini. Sono emozioni il cui carattere non mi è chiaro, salvo che sono piuttosto profonde, e che vengono direttamente a travasarsi in ciò che scrivo.

Meneghello spesso proseguiva la sua indagine sulla rappresentazione del paese d’origine, attraverso la chiave interpretativa di un rapporto tra paese reale e paese poetico.
In particolare il tredicesimo capitolo di "Libera nos a malo", volendo usare una similitudine di tipo geografico, si può rilevare come all’interno del frastagliato susseguirsi di episodi e descrizioni questo capitolo si presenti invece come un’isola a sé stante, dove l’autore liberata la scena dai protagonisti, si trova a tu per tu con il paesaggio delle origini. Meneghello incornicia il paesaggio nello spazio naturale che lo circonda, e ne attraversa l’interno, descrivendone, accanto a quella naturale, la componente artificiale, prodotto dall’opera umana.

Si vede un sipario di colli. […] Il sipario arcigno dei colli davanti e a destra sì è come tirato in là, s’è ingentilito.
Le cose sono al loro posto, gli spazi immutati. Conosco bene il giro che fa l’ombra delle case qui davanti, e il taglio del sole a mezzogiorno in Piazzetta. […] Verso il ponte c’è il piccolo Golfo di aria dorata […] l’aria è piena di lustrini. Pochi passi nel sole vivo, fino al ponte: si entra in un molle caos di verdi e celesti, che vibra.
In questo punto le colline che salgono da Vicenza si allargano verso ponente, e si tirano dietro un lembo della natura. Questa baia è nostra. Sullo sperone che la separa dal lago della pianura è ancorato il nostro paese. Davanti a noi c’è Schio con le spalle a un bastione di monti azzurri, il Sengio Alto con gli Apostoli, il Pasubio, Il Novegno, la Piramide del Sommano, e l’orlo alto e lungo dell’Altipiano. […] Quello là a destra, sotto il golfo delle colline impicciolite che fuma, è il mio paese. Bisogna sedersi per terra che sembri tutto vero.

Salvatore Antonio Guarino. Monoprint, 1919

Il pensiero corre inevitabilmente alla mia infanzia: anche la mia casa d’origine, (a pochi chilometri da Bassano del Grappa, VI) come quella dello scrittore vicentino, è l’ultima della via. Finito il pranzo, era consuetudine di noi bambini correre, attraversando i campi costeggiati da ruscelli e qui qualsiasi elemento della natura diventava per noi qualcosa di fantastico, eroico e mitico allo stesso tempo.
Il mondo mitico degli eroi omerici offriva a Meneghello un vero e proprio modello di rappresentazione dell’avventura infantile, sia in "Libera nos a malo" che in "Pomo pero" lo scrittore gioca in termini ludici con i modelli letterari dell’epica e del mito classico per rappresentare il mondo con gli occhi del bambino – eroe che lotta per affermare i propri bisogni. Lo scenario mitico si popolava così di tanti personaggi eroicomici. Il teatro dove si svolgeva l’azione era sempre Malo, il paese d’origine dell’autore.

Dalla lettura del capitolo, accanto ad elementi naturali ed artificiali che compongono la descrizione del paese nel senso di come appariva fisicamente agli occhi di Meneghello, risultano una serie di metafore e similitudini con altre realtà geografiche che ad un’analisi ulteriore si presentano come simboli ricorrenti di una dimensione non più fisica, ma interiore.

Meneghello sapeva attraversare la natura delle sue origini anche con grande ironia intrattenendo con la materia quasi un rapporto plastico, mescolando gli elementi della rappresentazione in immagini spesso contrastanti dove, attraverso una personale interpretazione di figure come l’ossimoro il fondale alto delle colline, per esempio, produce nel lettore la percezione dell’avventura, del gioco, dell’attraversamento ludico dell’esperienza vissuta.
Sono molte le riflessioni che si possono fare rileggendo i libri di Luigi Meneghello, ma accogliendo una speranza manifestata dall’autore stesso nell’ultima pagina di "Pomo pero" vorrei riproporre la lettura che conclude simbolicamente il suo viaggio esistenziale e letterario. Dalla lettura si intuisce l’orgoglio per l’autore, sommessamente contenuto in un’immagine che riprende un celebre explicit di Ovidio (Tristia), di aver contribuito alla memoria storica e aggiunto un piccolo capitolo alla storia della letteratura italiana:

Il piano inferiore del mondo
ha un orlo di monti celesti
ed è colmo di paesi.
Nei broli annerisce l’uva
che nessuno vuole raccogliere, ne prendono qualche graspo
gli operai dell’officina,
uno ne piluccano uno ne gettano,
giacciono i gioielli neri
sotto le viti tra le erbacce.
Smurata è la mua dell’orto
dilaniato il core,
mucchi di strame ingombrano
la corte, coppi caduti,
rotti rametti, pali fradici.
Intorno si vede sorgere
un mondo di cose nuove,
questa roba si spazza via,
trionfa un rigoglio
banale e potente.
[…]
Va libretto mio, va a roccolare.

La poetica di Luigi Meneghello

12 settembre 2011

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