Incipit di scritti di Laudomia Bonanni
pubblicati su giornali o su
riviste
(in ordine alfabetico)
Abbiamo
rivisto la zia dopo trentacinque
anni. Nel torpedone non pareva ci fossero cornette di monaca, invece subito
è apparsa sul montatoio. Così poco alta da terra, e tanto più piccola di noi,
da confondere nella sorpresa l’incerta emozione. (Al mondo era Amina,
1954 e con varianti Il cappello di velluto, 1964 e Al mondo era
Amina nel libro Città del tabacco, 1977)
Abbiamo voluto
renderci conto di come prosegua
e si completi dopo la permanenza ai C.A.R. la ferma militare. E qui il campo
d’osservazione s’è presentato di particolare interesse: (Caserma-officina
ma sempre caserma-scuola, 1949)
Accompagnava
le bambine una monaca giovane e
colorita, col passo lungo nelle scarpe piatte, alta e aitante come un uomo.
(La Zefìle, 1961 e con varianti il capitolo La Zefìle del libro
Vietato ai minori, 1974)
A
farmela tornare in mente non è stato
il fatto di sangue apparso in cronaca, ma una notizia più vecchia. Una notizia
neanche ripresa da tutti i giornali, breve, (La Mascionara, 1961)
A
giudicare dal quartiere dovrebbero
essere poco meno che centenari. Tempi, bisogna riconoscerlo, fortunati, se
si badava a piantare, (Gli alberi dell’infanzia, 1980)
Ai
nostri parenti tra gli ottanta e
i novanta – una longevità pacifica e ancora sana, della quale non ci sentiamo
più eredi – (Quattro soldi, 1965 e 1980)
A
L’Aquila, il più centrale ma uno
dei meno noti capoluoghi d’Italia, nord e sud sono una cosa sola – gente malinconica
che la sera va in cerca di un po’ di musica. In un salotto romano mi fu domandato
una volta ove mai si trovasse L’Aquila, se giù giù, al sud estremo. (La
città del N. 99, 1950)
Alcune
letterine ricevute in questi giorni,
ci hanno talmente accomunato agli scriventi, da confermare a noi stessi la
molesta posizione di semplici spettatori in queste noterelle. (Taccuino
televisivo, 1961, rubrica)
Alcuni
hanno nominato il pittore M. e si
è fatto un momento di silenzio. L’hanno nominato nel calore della conversazione,
come se fosse vivo (Ragazza da salotto, 1967 e con varianti Animale
di lusso, 1971)
Alla
fine del mese, al termine delle
grandi sballottate (in automobile) di ferragosto, arrivammo alla stazione
della nostra città, (Tempo veloce, 1968)
Alla
frontiera c’era una piccola luna
di giorno quasi in mezzo al cielo. Gli uomini guardavano in su, muti. Mai
avevano visto ai lager il cielo inarcarsi così leggero e profondo.
(Gli anicini, 1958)
All’improvviso
dopo dieci anni che non si muoveva
più dalla montagna e dalla casa – la grande casa campagnola un tempo piena
di gente e ora deserta – la vecchia dei Petraroli decise il viaggio (L’approccio,
1949 tratto dal romanzo inedito Prima del diluvio, 1945)
All’improvviso
le mie trentacinque bambine (scolarette,
intendo) si sono messe a poetare. Per la verità, una cosa non del tutto nuova,
già in passato talune s’erano spericolate a tentar la rima, (Il sole e
la bara, 1949)
Allo
stridore della porta grande, le
orfanelle delle monache girarono un poco il collo con consumata abilità, spiando
di sotto il lembo del velo la ritardataria che attraversava a capo scoperto
la navata vuota ridestandone tutti gli echi. (Messa funebre, 1948 anticipazione
di un racconto della raccolta Il fosso, 1949)
Al
risveglio può capitare di tutto.
Ammenoché non si abbia il ritorno alla vita subitaneo e felice della gioventù.
(Una storia di farfalle, 1973)
Al
settantacinquesimo compleanno l’avevano
messa a riposo. Già l’obbligavano a tenere in casa la notte una vicina, che
arrivava sul tardi, (La donna delle baracche, 1966)
Al
tempo di fioritura si pensa subito
al Lauretano. Era per noi la contrada delle lavandaie, in un punto indeterminato
fuori città. (Ciliegie e ciabatte, 1953)
Anche
lì dai fraticelli molta gente: la
signora Alba ne fu contrariata. Scivolò in un banco, si buttò ginocchioni
e dové farsi forza per non mettere giù la testa fra le braccia. (Messa
di Natale, 1948)
Anche
qui i muri sono stati imbrattati.
In piccolo, ma non in meno che in qualsiasi grande città. Le cittadine riproducono
esattamente gli slogans della politica, (La provincia allineata, 1982)
Ancora,
di tanto in tanto, torno a C. Anzi
alle Terme di C., dove c’è una torretta all’ala nuova, con due camere e un
bagno separati dal resto dell’edificio (Sospetti sulla balia, 1967)
A
quel tempo V. era un paese pieno
d’amore. Con la guerra succede, è successo in tutto il mondo. (La casa
delle ragazze, 1961)
A
quindici anni Scialoia scoprì un
genio di costruttore. Magari fu sua madre a farglielo scoprire, ma lui non
se ne accorse, sempre ha poi creduto d’essersi fatto da sé. (Il grande
Scialoia, 1949)
“Arrivarono
in casa ventisette tacchini…”. Suona
per noi come: “C’era una volta…”. (Animali, 1965, Gli amori infantili,
1967)
Arrivò
al paese il ragioniere della Ditta
con la macchina e scaricò i solita pacchi dei regali. In cucina stavano la
madre e le due ragazze, la vecchia essendo subito scomparsa. E Maddalena ebbe
quel colpo di testa. (La sorpresa, 1960)
Arrivò
con un bagaglio piuttosto vistoso
e con un vecchio signore dall’aria rispettabile. Anch’essa vistosa, ma come
dissimulata: in nero. (Dama incognita, 1949)
Appena
in sala, il solito malessere: stava
del resto aspettandoselo. Non resisté alla tentazione di poggiar la schiena
per sentirsi il cuore. (I ragazzi, 1950)
A
San Silvestro ai lati della porta
della chiesa ci sono davvero quei due sedili, quelle curiose panche di pietra,
che non avevo mai visto. (Ritratto di una donna celebre, 1950)
A
suo tempo, presenti le persone sul
luogo, e cioè durante la residenza dell’impiegato Infantino nella nostra città,
era trapelato poco o niente. Solo dopo si cominciò a conoscere qualche particolare
e si appurarono via via i fatti, (Una donna ricostruita, 1961 e con
varianti Il discusso caso Infantino, 1963, Il caso Infantino
nel libro Città del tabacco, 1977)
A
tutti deve esser capitato almeno
una volta quel che accadde stamane alla signora Anna. Una di quelle giornate
in cui se pur il tempo sia radioso, il sole ha già una sua offuscatura nel
penetrarvi in camera. (Le lune, 1949)
A
un tratto la montagna si nascose.
Tutta la sua alta ripida statura grifagna si celò in vapori spessi e il cielo
prese a colorarsi a grandi ondate plumbee di nuvole rigonfie, (Hans e Fritz,
1949, tratto dal racconto Seme del libro Il fosso, 1949)
A
Venezia ho visto solo due assembramenti,
due volte sole la gente incuriosire, fermarsi: al Ponte del Cavalletto e a
quello di San Moisè. (Fascino sedativo di Venezia, 1949, I colombi
di Venezia, 1967 e Maliziosi colombi, 1968)
Avevo
dimenticato la via del Lauretano.
Non fu modo di dire, ma proprio alla lettera, da impedirmi un orientamento
anche mentale sulla direzione da prendere. Il Lauretano è sempre stato la
contrada delle lavandaie. (Il seme della pratoline, 1961)
Avevo
una scassata Cinquecento
di seconda o di terza mano. Macchinetta disdegnata dai nostri figli, utilissima
ancora per noi matusa in mezzo al traffico. (Giovinezza, 1981)
Avvenne
questo. Due tedeschi salirono in
casa – bloccate le strade adiacenti – si misero in giro per tutte le stanze:
facevano aprire dalle donne armadi e cassettoni, gli stipiti e i ripostigli.
(Viaggio di andata, 1948)
Bisogna
capitare a un pranzo di battesimo
o di nozze paesani, per sapere che c’è ancora, in questo mondo di diete, gente
capace di consumare un pranzo di trenta portate. (Sapori, aromi, estro,
1967)
Cambiare
casa, specie dopo tanti anni, venticinque
tenta, poniamo (ma che impressione fanno alle volte i numeri), per chiunque
abbia a che fare con la carta (L’aspirante omonimo, 1967)
Capitai
a Gagliano Aterno nell’estate scorsa.
O meglio, feci in modo di arrivarci, poiché raggiungere questo paese dell’Abruzzo
montano, (Quelli di Gagliano Aterno sperano di tornare nel Congo, 1961)
Capitò
mentre governava da noi il Town
Major, che un signore attempato, un po’ vergognoso della sua borsa da spesa,
fermatosi al mercato ad acquistare un chilo di fichi da un cafone che ne aveva
una cesta, al momento di pagarli si sentisse dire dalla guardia di città apparsagli
al fianco: pagati. (Nascita del dittatore, 1948 e Il Town Major,
1963)
C’era
una bella donna affacciata e lo
scompartimento si riempì di uomini. La donna bionda, straniera, con un ginocchio
sul sedile, (Il treno del Sud, 1964)
C’è
un baretto, in un localino lungo
a corridoio, piccolo e scuro di giorno, in cui capito qualche volta. A distanza
di mesi, tanto da dimenticare l’ultima. (Le teste forti, 1963)
C’e
uno che solitario percorre e ripercorre
il marciapiede. Si capisce ch’è senza meta, sebbene ogni volta, innanzi alla
porta della rimessa, sosti a guardare la macchina in riparazione: (Un uomo
ritorna, 1949)
Chi
guardi, lungo la provinciale
che si snoda dalla ferrovia su su verso Caramanico a Maiella, all’altro
versante della profonda valle d’Orte, scopre una nera fila di ruderi in alto
e caseggiati nuovi più in basso. (Corde armoniche, 1955)
Chi
voglia comprare zafferano che non
sia un tritume in bustina, ma veri stami di fiori, oltreché aromatici fragranti;
o, poniamo, della china, tonica curativa, assolutamente speciale, (Un vecchio
scapolo, 1965, Vecchio scapolo, 1965 e con varianti I “bambini”
del tenente, 1983)
Ci
andammo. Un tentativo come un altro,
alla fine. Quando tanti altri sono falliti, ci si attacca a tutto. (Incontro
con la magia, 1967)
Ci
è sbocciata in casa una mosca. Sbocciata!
Che maniera di esprimersi, come se fosse un fiore. (La mosca, il vecchio
ed il bambino, 1980)
Ci
siamo abituati al macroscopico quotidiano,
rumore e traffico assordanti, per cominciare, scippi e furti, rapine e rapimenti,
misfatti d’ogni genere dal teppismo spicciolo al terrorismo con bombe, e guerre
spaventose a catena e altrettanto spaventose catastrofi naturali, siccità
carestie, morte per fame di bambini. (Un passerino morto, 1975, e Piccoli
fatti, 1983)
Come
si seppe che era giunta, che era
una donna – e giovane – fu una festa per noi ragazze. Si andò tutte assieme
in visita a casa Maloverso dove l’alloggiavano. (Concettina, 1949 e
1964)
Cominciò
nell’estate. Era un crepitio leggero
quasi di piovasco improvviso. Lo sentii una mattina col sole in camera, e
continuava. (Gli “scoccioni”, 1966)
Conobbi
il capitano B. già ingrassato. Era
un bell’uomo – non veniva tuttavia da dire bel giovane, benché giovane fosse
– (Il capitano B., 1962)
Corse
subito voce che era tornato il giovane
Fantuzzi. Tornò direttamente alla masseria di Acquafredda, dai suoi vecchi,
e i primi giorni non si vide in paese. (La malefatta, 1964)
Credo
che oggigiorno ciascuno stia a domandarsi
che cosa è successo alla propria strada. Beninteso se ci si abita da molto
tempo, da almeno prima della guerra. Iniziò allora l’era del rumore. (I
rumori della strada, 1960)
Dal
balcone di casa nostra, ragazze
anche noi, lo vedevamo sempre passare con sua madre. Allora era bello, sebbene
già claudicante, un po’ curvo – ma così alto sottile – e sbilenco, dicevano
le zie; (Patetica, 1950)
Dall’Antro
partenopeo (non dista molto da quello
puteolano della Sibilla) il Mago di Napoli si è temporaneamente trasferito
qui a Roma. (Il buon Achille “radar umano”, 1949)
Dalla
piazzetta s’avviava una curiosa
processione. A quell’ora era vuota, li vidi distintamente anche da lontano,
in fila, e con sventolii di celeste come gonfaloncini. (La marcia,
1961)
Dalle
parti della Misericordia passo di
rado, ma ogni volta, per non so quanti anni, capitandovi all’imbrunire, ho
sempre incontrato il ragazzo di ritorno a casa dalla campagna. (Un mondo
immobilizzato, 1962)
Da
noi ancora capita che si tengano
le domestiche fino al giorno delle nozze. Una volta, addirittura, se non avevano
nessuno, uscivano in bianco dalla casa. (Una donna nervosa, 1963)
Da
noi che i monti si vedono a mezzo
busto, s’è montanari solo a metà. Sui tetti di C., degradanti serrati rugginosi,
la montagna ha un altro modo d’incombere, erta screpacciata a ridosso, ma
neanche di là si vede intera. (L’ultimo paese, 1963)
Da
quando ignoti ladri, giusto dieci
anni fa, rubarono la miracolosa e antichissima Madonna (probabilmente creduta
tutta d’oro) i caramanichesi si può dire che portano il lutto. (Arrivano
dalla Maiella le prodigiose acque di Caramanico, 1961)
Del
processo per i fatti di G. nessuno
s’è accorto. Fu dibattuto in provincia, due anni fa, nell’aula di un tribunale
minorile – ma il pubblico non è ammesso – rapidamente fra le altre piccole
cause di quella normale udienza. (La strage sulla piazzetta, 1953 e
con varianti Strage sulla piazzetta, 1962)
Dinanzi
al portico grondante ghiaccioli
il tedesco scese d’un balzo e si puntò a gambe larghe – voleva sbrigarsene.
Nel camion scoperto gli sfollati stavano immobili, le vecchie con scialletti
e ammantature, i vecchi con le capparelle e i cappellucci rotondi sagome nere
fisse, stranamente corrose nell’algida sottigliezza dell’aria, (Corte Paradiso,
1951 e con varianti Corte Paradiso nel libro Città del tabacco,
1977)
Di
noi si sbrigò subito: prendere o
lasciare. Prendemmo il rustico per tutta la stagione e ci trovammo benissimo.
Dopo quell’arroganza, il vecchio aveva aperto i cancelli dell’orto giardino
e messo a disposizione frutteto e fiori. (Un uomo brutale, 1961)
Di
nuovo aveva la febbre. Era la terza
volta nella stagione. Spogliatolo a strappi, e con improvvisi intenerimenti
delle dita, la madre lo mise a letto. (I bimbi, 1950)
Di
nuovo gli successe. Riprendendo
coscienza, subito aveva capito che era domenica, le altre notti faceva tutt’un
sonno e stentava sempre, come da giovane, a scuotersi per andare al lavoro.
(La dolce domenica, 1965)
Di
passaggio per Roma, telefonò: “Chi?”
continuava a domandare Alberto. Lei sentiva dalla camera. (L’amico veneto,
1967)
Dopo
già tanti anni (o a ripensarci non
era vero che sembrassero ieri, ma un secolo fa) mi ritrovai sul poggiolo della
casa paesana sotto la Maiella, (Una peccatrice, 1962)
Durante
i mesi invernali l’Assunta aveva
subìto un cambiamento. Le sue padrone – la signora vecchia e la signora giovane,
come diceva lei – a un certo punto se ne accorsero. (La casa nuova,
1961 e 1964)
Ecco
un caso che potrà sembrare un caso
limite, ma non lo è. Incontro una mattina, in un ufficio assistenziale, una
donna. (Le podiste dell’assistenza sopravvivono tranquillamente, 1966)
È
da Milano che viaggiamo faccia a
faccia, e da un’ora vado domandandomi chi sia, dove e quando possa averlo
conosciuto. (L’ufficiale, 1950 e 1963)
È
difficile incontrare in città qualcuno
di C., gente rintanata. Però capita. A C. piuttosto si va, durante l’estate,
per la cura delle acque, (La timbratura, 1965)
È
l’espressione paesana un po’ drammatica
che fa pensare alla guerra, e certo proviene dall’idea della guerra connessa
al servizio militare. (Il ragazzo va soldato, 1969)
Entrai
nel caffè per quei dolci in vetrina.
Non che avessi voglia di mangiarne, ma erano oltre che succulenti, belli,
d’una consistenza particolarmente soffice, con quel tenero carnicino delle
creme e paste frolle finissime miste a certo bianco candido spumoso, (I
dolci, 1950)
Entravano
sul tardi, ogni sabato, quella donna
lunga magra dalle gambe steccolute e una bambina per mano con le stesse gambe
steccolute, mettendosi alla colonna vicino alla maschera del controllo. (Le
figlie belle, 1950 e con varianti Le figlie bionde, 1979 e 1981)
Era
dunque tornato nella sua città detestatissima.
E ne stava provando il gusto. Sono fenomeni che si verificano dopo i quarant’anni.
(Sotto i portici, 1966)
Ero
andata per la solita visita e l’agente
di custodia stava accompagnandomi lungo il corridoio, quando mi è venuto fatto
di chiedergli se ci fossero ragazze. (Giulietta non confessa, 1962
e con varianti Giulietta non confessa nel libro Città del tabacco,
1977)
È
stata l’ultima guerra a mettere
la gente in viaggio; dall’autostop per i ragazzi ai campeggi per le famiglie,
almeno l’estate, nessuno se ne sta più a casa propria. (La scoperta dell’“estero”,
1968)
È
stata un’impressione sgradevole
sentirsi chiudere nella cappella. Mi volto e vedo la porta: grande, di legno
verniciato verde, con tagli a spioncino. Una porta di carcere. (Messa in
carcere, 1961)
È
un fatto che, dal fondo della
memoria, mi sia tornato su all’improvviso questo zio Arturo per nulla
offuscato, non almeno da nuvolette di polvere, né su quelle lievitando, e
neanche con sentor di stantio, ma invece proprio su chiare nuvolette d’aria
e roseo lustro come un cherubino. (Decalcomania, 1950)
È
un fatto che quando la vita ti si
placa attorno e tutto pare essersi aggiustato, risolto, proprio allora bisognerebbe
cominciare a stare in guardia. (L’erede, 1949)
Finalmente
ho saputo che è il rammemorato Gioacchino.
Avrei forse dovuto capirlo, dato che le conversazioni avvengono nella mia
città in Abruzzo. (I ragazzi del soldo, 1981)
Finalmente
la bimba riuscì a entrare e tutto
apparve come predisposto, il seggiolino proprio innanzi alle donne, da veder
bene il capezzale con la santarella. (La santarella, 1950 e con varianti
I miracoli, 1962 e I miracoli nel libro Città del tabacco,
1977)
Fin
dalle nove s’era accalcata gente
nel primo braccio di corridoio. Venivano su per i due piani della larga scalinata
di vecchia pietra, che pesticciature nerastre imbrattavano, regolari, a spina
di pesce, come se ognuno cercasse di mettere il piede sull’orma degli altri.
(Un chicco di malvasia, 1959)
Finge
di leggere, ma è seduto là solo,
per voltarmi la schiena ed esprimersi irto con quella nuca piena di capelli.
Forse, sì, per questo solo ha tossito: (Sculacciare i figli, 1948 e
con varianti La tosse, 1960)
Fra
le cronache del 1964, andato di
poco, e senza troppi rimpianti se non per il timore di ciò che può portarci
questo nuovo anno, (Spunti di cronaca, 1965)
Fra
le innumerevoli ladrerie di ogni
giorno _ e se non sono molto grosse vengono relegate a fondo pagina in poche
righe _ qualche cosa deve avermi colpito da almanaccarmi, e non riuscivo a
capire che cosa. (Gli abbandonati, 1975)
Fu
durante l’altra guerra. Il primo
“Barbiere”. E anche allora ci voleva tanto divertire. Quell’inverno s’andò
all’opera tutte le sere per circa due mesi. (Due barbieri di Siviglia,
1948)
Fu
il periodo dei furti. Era scomparso
il coperchio al secchio delle immondizie e due volte mancò la lampadina delle
scale. (Il furto dello stuoino, 1965)
Fu
l’anno del “cigno nero” e ancora
oggi le genti – come si dice da noi – ne parlano come di un miracolo. (Petrolio
e Centerbe, 1965)
Fu
l’antesignano dei capelloni. E così
lo chiamarono dal suo tempo in gioventù, quando gl’individui per qualche verso
fuori della norma venivano considerati più che stravaganti, (Vecchio capellone,
1971)
Fu
una giornata strana fin dall’inizio
e giallo e freddo come zecchino il sole, il cielo agroverdigno all’occidente
in un riscontro senza incarnato né barbagli, e di colpo quell’avviluppamento
del nuvolame in corsa (Paura del cielo, 1949)
Fu
una spedizione di signore, organizzata
tra falsi tentennamenti e allarmi semiseri – ah! ma se poi dovesse dirmi che
muoio subito? O Dio, doversi mettere ad aspettare una sciagura (Dal veggente,
1949)
Fu
per la neve. Uscii dal circolo alle
tre di notte, dopo aver giocato parecchie ore. Intontito e coi polmoni secchi
dal fumo. (Un grande amore, 1981)
Gente
sul marciapiede in attesa del filobus.
E c’è sempre da attendere tanto da far gruppo nutrito. Ci si guarda. (103
Piazza Ungheria, 1949)
Giovanni
C. è il ragazzo che portò la valigetta
dei ferri al dottore. Il sopralluogo avvenne nella notte di quel 20 ottobre,
alla luce delle torce. (Il delitto fra gli ulivi, 1963 e con varianti
il capitolo Chi scagliò la prima pietra del libro Vietato ai minori,
1974)
Giungevano
ogni sera, dopo le prime ore di
notte, i lunghi sfiancati tommies, qualche fuggiasco della contrada,
e il ragazzo. Lui aveva già preso dimestichezza, si capiva al modo di trattare
con la padrona. (Il partigiano, 1949)
Gli
analfabeti. Non crediamo alla TV
come mezzo o sussidio scolastico. Soprattutto non crediamo che la TV possa
raggiungere i decantati effetti nella lotta contro l’analfabetismo. (Taccuino
televisivo, 1961, rubrica)
Gl’italiani, secondo la più diffusa, e fondata opinione, hanno l’amicizia
facile. Un qualsiasi conoscente è subito definito amico. (L’amico napoletano,
1970, e con varianti, Amico verace, 1981)
–
Hai visto l’ultima? – Cos’è? – Aspetta
che te lo dico. Sono rimasta strabiliata, veramente. (La camomilla,
1965)
Hanno
messo le reti per impedire l’accesso
ai volatili, ma il Duomo è rimasto a loro; l’impiumata qui è diffusa per il
gran corpo di pietra dalla base alla cima. A nessuno viene in mente le reti
nel cielo. (Proibito in Galleria l’ingresso ai piccioni, 1960)
Ho
riaperto il cassetto, da sempre
s’inceppa, con l’intenzione di vuotarlo. È un cassetto di scrivania antica,
molto profondo, destinato alla posta dei lettori. (Posta dei lettori,
1961, rielaborato completamente in L’aspirante omonimo, 1967)
Ho
rivisto la signorina G., non molto
invecchiata, o almeno non sembra invecchiare male, prendere l’aspetto tiglioso
della zitella. A una donna si dice che basti nutrire illusioni (Gli spiriti,
1967) (su una seduta spiritica)
Ho
sedici anni. E, ci tengo a precisarlo,
non ancora compiuti. Mamma dice che è un’età né carne né pesce, (Dal parrucchiere,
1968)
I
giovani _ dicono i ragazzi _ ti
assicurano che parlare coi genitori non è affatto istruttivo. Sottinteso che
molto istruttivo è invece parlare con loro. (Le piccole rivoluzioni,
1975)
Il
bambino nacque nel quaranta. Di
notte la madre si mise a tirarlo su dalla culla, e tirava tirava sradicando
il materassino al quale era assicurato con spille da balia. Si svegliava in
sudore sotto un gran peso alla voce del marito. (Le donne, 1959, con
varianti Ester e Atonia, 1964 e Latte d’asina nel libro Città
del tabacco, 1977)
Il
fatto è che ora non sappiamo più
come regolarci. Abbiamo camminato, anzi passeggiato, per così dire, sul lastricato
delle buone intenzioni. (Adottare un vecchio, 1970 e 1981)
Il
gatto cominciò a vomitare. All’improvviso
lasciava la stufa e correva a nascondersi all’angolo opposto dietro la credenza.
(Gli adulti, 1950)
Il
giorno di Pasqua del millenovecentoquarantré,
andai all’ospedale tedesco. Avevo avuto i primi fiori di mandorlo e ne portai
qualche ramo a un’amica crocerossina. (Pasqua di guerra, 1962)
Il
giovinotto se lo portò dietro per
quindici giorni Paola, ogni qualvolta usciva. Un inequivocabile corteggiamento,
benché mai entrasse nel vicolo. (L’abito nuziale, 1963)
Il
matrimonio, quaranta e più anni
addietro, fece scalpore. Un matrimonio in grande stile, con la chiesa parata
di migliaia di garofani, (La biondissima, 1966)
Il
mondo del primo dopoguerra già si
sfrenava, quando l’allora capitano B. condusse in casa una fidanzata. Fu il
segno dei tempi. (La ragazza del charleston, 1961 e con varianti La
ragazza di Milano, 1965)
Il
nonno venne a stare da noi che era
già molto vecchio. Dapprima aveva consentito la domenica per il pranzo, presentandosi,
col laccetto di un involtino appeso al dito, come un invitato. (Il nonno
va all’ufficio, 1964)
Il
prezzo di lire tre e cinquanta
centesimi per la rata mensile d’acquisto del nostro orologio a pendolo, benché
occupi con una certa maestà la larga parete di fondo della stanza da pranzo,
(Le rate, 1964)
Il
primo giorno venne la monaca ad
accompagnarli. Ora viene l’aspirante. Ne conduce una lunga fila sbilenca,
una fila stordita un po’ attruppata, nel mezzo, irreducibile all’ordine consapevole
come un gregge di pecorelle. (Bambini di guerra, 1950)
Il
primo violino del quartetto Vegh
tira giù l’ultima arcata con un impeto, una veemenza – e un sobbalzo di gommapiuma
stupefacentemente elastico di tutta la grassa leggerissima persona – che,
(Terremoto di guerra, 1950 e Terremoto di guerra, 1963)
Il
ragazzo era già seduto davanti allo
scanno presidenziale. Una schiena smilza, un po’ gobboni come hanno a quella
età, e senza collo con le orecchie sul bavero. (Ragazzi in tribunale,
1962)
Il
ragazzo Nicodemo si portò via il
cavallo malato. Se ne andò a zappare la vigna alle pendici della Maiella e
lo portò con sé. (La morva, 1950)
Il
riecheggiamento è come un tuono
ininterrotto in questa ora affollatissima. Non si riesce a muoversi senza
urtarsi con la gente (Il nostro prossimo, 1982)
I
maschietti uscirono a vedere il
carro. Era già pieno per metà di fagotti variopinti e sedie. Quelle sedie
a gambe all’aria apparivano buffissime, (Esodo, 1949)
In
casa di mia madre erano dodici figli.
Oggi fa spavento pensarci: ventiquattro piedi da calzare. (Un soldo di
ravanelli, 1963)
Incontrai
al parco la fila dei bambini, già
ricomposta, con la monaca a fianco. Era la monachella giovane e colorita che
aveva portato Elio C. a metà d’anno. (La corda dei panni, 1963 e con
varianti il capitolo La corda del libro Vietato ai minori, 1974)
Incontrai
Evelina in casa di certe nuove conoscenze
che feci dopo la guerra. Evelina così senz’altro, era tutta gente che si chiamava
a nome e si dava del tu. (Un colore di giacinto, 1960)
Incrocio
per via una donna che mi chiama.
Ha detto a voce alta il mio nome, fermandosi e rigirandosi indietro. (L’eredità
della madre, 1966)
In
fatto di danaro i nostri ragazzi
sono aggiornatissimi. Per i miei nipoti l’unità di misura è il «millone»,
come lo chiamano, ovverosia una carta da mille. (I soldoni, 1964)
Intenerimento. Occupiamoci una volta tanto di cose pacifiche, anche
se non aulenti. Ce le troviamo in continuazione sotto gli occhi, o meglio
sotto le suole. (Spuntature, 1980)
Intorno
al 1890, arrivava ogni anno, in
una casa di dodici bambini, la Befana da Pettinengo. Arrivava in notevole
anticipo, all’insaputa dei bambini, ma tutt’altro che misteriosamente, per
pacco postale. (La lana di Pettinengo, 1963)
In
un qualunque autobus dei quartieri
alti romani, si può sempre incontrare gente elegante. O almeno alla moda.
(Rose nei capelli, 1962)
I
teramani, ci tengono molto, e con
ragione, a ricordare che la loro provincia, il romano Agro Pretuziano, con
Interamnia Praetutianorum capitale. (Dal “premio Teramo” a una gran tavola
imbandita, 1961)
La
bimba entrò per la prima volta in
città a cavallo alla capra, c’è ancora qui da noi chi se ne ricorda. (L’ereditiera,
1949 e Monaca di casa nel libro Palma e sorelle, 1954)
La
cantante leggera. – Troviamo nel
nostro vecchio taccuino (vecchio dell’altr’anno) una paio di paginette quasi
stenografiche, che ci sembra peccato buttar via. (Noterelle in bianconero,
1961)
La
città fu invasa quando sfollarono
i grossi villaggi del litorale. Quella che si riversava nei vicoli era una
popolazione scalza di donne e bambini. (Città del tabacco, 1954 e idem
nel libro Città del tabacco, 1977)
La
comitiva si riunì sul treno al confine.
Era mezzanotte e ognuno s’aggiustò per dormire. Solo il ragazzo rimase nel
corridoio, a fumare senza interruzione. (Prima avventura, 1949)
La
coppia che venne a stare nella “villetta”
incuriosì oltremodo le vecchie. (Due vecchie zie paterne; in quel tempo, appena
dopo la guerra, ero andata su a raggiungerle e a rimanerci un po’). (Il
marito meridionale, 1962)
La
coppia mi colpì a prima vista, nel
momento che usciva dal portone. Feci quello che una persona educata non fa:
girai e rigirai il capo. (La morte di un bimbo, 1966)
La
corriera per A. è sempre affollatissima,
come del resto tutte le corriere, e ogni altro mezzo, ogni locale, di questi
tempi indaffarati. L’umanità pare essersi enormemente accresciuta. (La
sposina, 1950)
La
cosa si prospettò dapprima semplice,
anzi sbrigativa. Ci fu chiesto l’uso del nostro apparecchio e acconsentimmo.
(Telefonata da New York, 1965, Da Nuova York, 1968 e con varianti
Gli “americani” nel libro Città del tabacco, 1977)
La
fotografia rappresenta l’interno
di una macchina in cui siedono un uomo e una donna. La donna sta accantonata
ma col busto dritto, senza un capello fuori della pezzuola, (Il ritorno
dell’americano, 1961)
La
gita a Scanno è di prammatica per
chi va in Abruzzo. Anche per chi vi torna come alla terra di nascita. A Roma
si erano spesso viste, fin dall’inverno, le etichette sulle macchine, Scanno
un po’ dovunque – (Viaggio a Scanno, 1973)
La
guerra ha battuto duramente
questo litorale, sebbene Pescara non ne mostri quasi più i segni. (Marina
dannunziana, 1948)
L’“Album”
si trovava su un’angoliera del salotto,
a portata di mano. Uno dei soliti, regalatimi in finta pelle, con le pagine
di cartoncino scuro, in cui qualcuno aveva raccolto le fotografie di famiglia.
(Album di famiglia, 1961)
La
madre disse: “Bada, in casa ci sono
i bambini”. Non disse: Tu sei una ragazza, ho paura per te – sapeva che non
avrei mai acconsentito ad avere paura per me. (Primo amore, 1950)
La
moda è per me un fatto di costume.
A pensarci bene, è uno dei più rilevanti fenomeni che caratterizzano un’epoca.
(Le scrittrici e la moda, 1966)
La
negativa su cui si tenne la ragazza
fu così tranquilla, sicura, incontrollabile, da mettere in perplessità anche
i giudici. (La cordicella, 1961)
La
più bella passeggiata, a C., è verso
il cimitero. La strada bianca fiancheggiata dal verde un po’ duretto ma semiperenne
dei querceti, (Sagra paesana, 1963)
L’appuntamento con le zingare è alla frutta. Dovunque a Parigi si consumi
un pasto, tranne che non sia il self-service o locali di lusso, verso la fine
si presentano. (Zingaresca, 1971)
La
prima mi fu consegnata dal postino
in strada. La teneva fra due dita aspettando che arrivassi, e solo dopo, per
le scale, mi sembrò che l’uomo nel porgere avesse increspato la faccia a una
smorfia sorridente. (Lettere d’amore, 1958 e con varianti Due cuori
intrecciati, 1966)
La
prima volta che restai sola fra
i ragazzi, provai una curiosa impressione: Intanto proprio ragazzi non parevano,
così ingranditi dai brevi calzoncini di tela esponendo gambe muscolose. (Sezione
giudiziaria, 1948)
La
promessa era stata di tornare. Dopo
avervi trascorso quell’inverno, un inverno memorabile. Promessa mai mantenuta,
anzi incredibilmente dimenticata. (L’odore indelebile, 1980)
La
ragazza era a casa per le vacanze
pasquali e fin dalla mattina si svegliò all’alba, come avviene in campagna:
canta il gallo, (Passeggiata col pastore, 1949)
La
ragazza – quando, dopo tre
giorni, ne parlarono – approvò il trasferimento, del resto già cosa fatta,
poiché era venuto apposta. Non è certo il caso d’intraprendere lunghi viaggi
per raggiungere una sede universitaria, (Gli anicini, 1950)
La
scelta era caduta sulla casa di
Zaccheo. Piena di donne, ma quando arrivarono i tedeschi, in cucina non restava
che la vecchia. Pel tavolo matasse bionde di tagliatelle, tegami a sfriggere
sui carboni, al camino già appeso il caldaio: tutto pronto e appetitosi odori
per l’aria. (Banchetto dopo la battaglia, 1949, e con varianti Banchetto
dopo la battaglia nel libro Città del tabacco, 1977)
La
signora C., rincontrata dopo tanto
tempo, mi sta intrattenendo sui suoi casi famigliari. Non è che ci conosciamo
molto, ma si sa, la lingua batte dove il dente duole. (Tre piccoli fantasmi,
1960 e con varianti I teppistelli nel libro Città del tabacco,
1977)
La
signora M., conoscente d’albergo,
va raccontandomi a puntate, un incontro dopo l’altro – naturalmente incontri
da lei cercati e ben studiati – la storia della sua vita. (Il personaggio,
1961 e con varianti Scrivere un romanzo, 1962)
La
signora Zuculino affidò il ragazzino
alla studentessa che faceva lo stesso viaggio. «La prego cara», s’affannava
a dire col treno in moto, (Stasera in collegio, 1966)
La
strada esiste ancora, diamine, è una strada famosa. Di quelle che si possono ripercorrere all’infinito
e ogni volta, senza nessuna particolare disposizione e concentrazione ti si
ricompongono davanti. (Una vetrina fantasma, 1966)
La
vigilia due donnette vennero a dirci
che Jusè mandava a inviarci. A B. eravamo «foreste», come si espresse la più
vecchia. (Natale alla marina, 1963)
L’avvertimento
di badare alla borsetta fu come
un tocco di colore locale e un’aggiunta d’emozione. Ero andata col ragazzino
ai mercati notturni della Bocceria (Ragazzi di Sicilia, 1965)
Le
donne delle mie parti usano pulire
la bottiglia del latte, agitandovi dentro, con l’acqua, chicchi di grano che
spazzano il vetro d’ogni residuo grasso. (C’è un angelo custode morto,
là fuori, 1948)
Le
notizie ci raggiunsero in un paese
alle falde della Maiella, quasi contemporaneamente ai tedeschi. Un primo gruppo
era passato il giorno innanzi, ma per proseguire. (Terremoto, 1957,
variante di Luisetta, 1950, e con varianti Terremoto, nel libro
Città del tabacco, 1977)
Le
recenti levate di scudi contro la
stampa scolastica (e chissà quali mai scopi talvolta si celino) mi ha
richiamato
alla mente una vecchia impressione parigina: un occhieggiante al neon “mordez
la pome” (Lo scandalo numero uno, 1948)
Li
aveva messi nella borsa come si
mettono da che mondo è mondo due polli per regalo, con tutta decenza, ben
ficcati dentro, che non spuntassero le zampe (Regalo di Natale, 1965
e Il mangiacarta, 1967)
L’incursione
sul villaggio litoraneo fu inattesa
e fulminea. Lungo il declivio della collina le donne ricurve, cinto il capo
di pezzuole fiorite, zappettavano gli orti fra lo stormir d’aranci e ulivi,
(Le ossa degli uomini, 1948)
Li
notai quando cominciai a passare
per il vicolo. Se ne stavano sui gradini dell’uscio di casa, accoccolati al
sole, immobili e con gli occhi semichiusi, come gatti. (La Marullina,
1950 e La Marullona, 1963)
L’operazione
durò un’ora e tre quarti. Eravamo
preparate solo alla prima mezz’ora, o meglio eravamo impreparate del tutto.
(Un’esperienza in clinica, 1966)
Lo
sciuscià è stato, si può dire, di
moda, per un certo tempo riempiendo di sé le cronache e gli schermi. Poi è
tornato nell’ombra. (La trappola degli sciuscià, 1949)
L’ultima
volta che passammo l’estate alla
marina di Vasto, risale a parecchi anni fa, forse una decina. O forse meno,
perché era sorto già allora non proprio uno stabilimento, ma qualcosa che
avrebbe dovuto assomigliarci, (Vasto è cambiata moltissimo in tutto anche
in una strana superstizione di Ferragosto, 1961)
L’ultimo
imputato della mattina non dimostra
neanche quattordici anni. È tutt’occhio. Passando, in corridoio, nonostante
la poca luce, avevo colto la somiglianza con la madre e la sorella. (Il
morso, capitolo di Vietato ai minori, 1974 e ripubblicato da solo
nel 2002)
L’undici
gennaio, dal pozzo Cigno N. 1 di
Alanno, sgorgò all’ora prevista, con forza grandissima sollevandosi all’altezza
di 25 metri in pieno cielo, il primo getto del petrolio abruzzese. Questo
per la leggenda. (Il Cigno nero in Abruzzo, 1955)
Bibliografia: Laudomia Bonanni, Epistolario, a cura di Fausta Samaritani, Lanciano, Rocco Carabba, 2006.
Laudomia
Bonanni