Lettere di Laudomia Bonanni
Laudomia
Bonanni, Epistolario, a cura di Fausta Samaritani, volume I, Lanciano,
Rocco Carabba Editore, 2006.
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«Bene,
è fatta. Dopo, forse, mi pentirò». Così Laudomia Bonanni scrive a Maria Bellonci
_ in una lettera buttata giù d’impeto e spedita senza rileggerla, in cui si
lamenta di un’esclusione di cui è stata vittima e che le ha prodotto autentico
«dolore». «Sono una montanara, _ conclude con una impennata d’orgoglio _ e
i miei sentimenti, quando si tratta di amicizia, di gratitudine soprattutto,
non possono cambiare.»
Parole amare e risentite, evidenziate nell’Introduzione,
e che fanno parte di una tra le tante lettere inedite della Bonanni alla Bellonci,
pubblicate in questo primo volume dell’Epistolario, edito per i tipi
di Rocco Carabba, a Lanciano. Su «La Fiera Letteraria», la prestigiosa rivista
di cultura letteraria, era da poco apparso un lungo articolo di Goffredo Bellonci
sugli ultimi dieci anni di letteratura italiana, in cui Laudomia Bonanni non
era neppure citata. Laudomia si sentì punta nel vivo e protestava che mai,
da Goffredo, si sarebbe aspettata questo affronto.
Si reputava, la scrittrice abruzzese (il suo vero cogmone era
Bonanni-Caione ed era nata a L’Aquila nel 1907 e morì a Roma, ultranovantenne,
nel 2002) una “creatura” del salotto di casa Bellonci, dove a maggio 1948
aveva inaspettatamente ricevuto il premio per un inedito di autore inedito,
per due racconti raccolti sotto il titolo Il fosso, che furono pubblicati
l’anno successivo da Mondadori, integrati da altri due racconti. Con questo
premio era entrata nell’ambito degli Autori italiani osservati da vicino dalla
critica letteraria.
Il primo volume de L’epistolario contiene 113 corrispondenze
di Laudomia Bonanni, quasi tutte inedite, inviate dal 1946 al 1997: sono lettere,
telegrammi, cartoncini, cartoline o biglietti, di cui 7 indirizzati a Sibilla
Aleramo, 1 a Goffredo Bellonci, 1 ai coniugi Bellonci, 33 a Maria Bellonci,
2 ad Arnaldo Bocelli, 1 ad Alessandro Bonsanti, 8 ad Emilio Cecchi, 2 a Giuseppe
De Robertis, 8 a Giuseppe Dessí, 9 ad Enrico Falqui, 12 ad Ottaviano Giannangeli,
7 a Gianna Manzini, 7 a Giuseppe Porto, 9 a Giuseppe Rosato, 5 a Bruno Sabatini,
1 ad Ottaviano Giannangeli e Fausto Brindesi. Lettere, biglietti e cartoncini
sono tutti rigorosamente scritti a mano, quasi la Bonanni non conoscesse la
macchia da scrivere.
Questa prima serie di corrispondenze, che si snoda attraverso
cinquantuno anni, inizia nel 1946 con una lunga lettera a Gianna Manzini,
che la Bonanni non conosce di persona, ma che ammira come scrittrice. Alla
lettera ella aggiunge il racconto Corte Paradiso, oggi ben noto perché
è uscito prima sul «Giornale d’Italia», nel 1949, e più tardi è entrato nella
raccolta Città del tabacco (Bompiani, 1977). Dispiace che la
Manzini non abbia allora valutato la carica espressiva e la drammaticità che
emanano da queste poche pagine, ispirate ad un episodio realmente accaduto
in un ospedale de L’Aquila, durante l’ultima guerra.
Quando, nel 1948, Laudomia Bonanni approda nel salotto di casa Bellonci, gli Amici della domenica la festeggiano e la chiamano “la penna dell’aquila” _ battuta colorata, forse sfuggita a Goffredo Bellonci _ perché Laudomia è una donna solitaria e ama le sue montagne. Alla fine degli anni Sessanta ella si trasferisce con la sorella Isa a Roma, ma anche qui la sua indole schietta la porta ad appartarsi, rispetto alla colorata e a volte chiassosa e pettegola vita della società letteraria della capitale. Laudomia Bonanni, per il carattere aspro ma sincero, per lo stile lontano dai moduli classici, per il realismo di alcuni temi, nonostante premi e critiche favorevoli, come quelle di Eugenio Montale, Emilio Cecchi, Enrico Falqui, resterà ai margini del mondo letterario più amato dalle cronache mondane ed esclusa dalle antologie e dai più noti manuali di critica. È tempo ormai che la scrittrice abruzzese sia riconosciuta come una delle voci più autentiche del Novecento letterario italiano.
Cartolina
dipinta ad acquarello e firmata L. Bonanni-Caione, nei primi anni Trenta.
Sul retro: Deferenti auguri dall'insegnante Laudamia Bonanni-Caione e
famiglia.
La
breve frase che accompagna il dono di un libro è una spia per curiosare nel
sottobosco psicologico di un Autore. Un capitolo dell’Introduzione evidenzia
una nutrita serie di dediche della Bonanni, tra le quali quelle a Gianna Manzini
e ad Enrico Falqui. Qui la Bonanni passa da una iniziale, estrema timidezza
_ che istintivamente la spinge a rivolgersi ad una donna, Gianna appunto,
piuttosto che ad un uomo, cioè a Falqui che è uno dei critici letterari più
influenti ed esigenti _ alla risolutezza della dedica impersonale degli ultimi
libri donati, in cui il nome dell’uomo, secondo l’uso corrente, precede quello
della compagna di vita.
Nell’Introduzione sono state inserite due lettere inedite,
scritte a Maria Bellonci nel 1948 da Aldo Palazzeschi e da Alberto Moravia
ed è stata trascritta gran parte dell’intervista di Bruno Vespa alla Bonanni,
pubblicata sulle pagine abruzzesi de «Il Tempo», il 30 marzo 1968. L’Appendice
riunisce scritti sussidiari e di diversa natura: I ragazzi di piazzetta
Sant’Amico di Giovanna Napolitano _ figlia dello scrittore e regista cinematografico
Gian Gaspare _ sugli anni giovanili di Laudomia e di Gian Gaspare; due lettere
inedite del critico letterario toscano Ferdinando Giannessi a Maria Bellonci,
in cui si parla di Laudomia; le motivazioni di due premi letterari dati alla
Bonanni; una ampia Cronologia della vita e delle opere; la Cronologia
dell’Epistolario e infine una Guida bibliografica.
(4/6/2006)
Incipit degli scritti della Bonanni
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