Marcovaldo e Le Città Invisibili di Italo
Calvino, nella versione dall’Italiano all’Inglese
di Adrian Stivala
Il grande sviluppo raggiunto dalla letteratura italiana nel Novecento, spinto
anche dalla competizione con altre forme di espressione umana quali la televisione,
il linguaggio pubblicitario, la proliferazione dell’immagine, il cinema sperimentale
e i primi segni della telematica e della cibernetica, non solo ha subito il
fascino dei suoi stessi ‘rivali’, ma ha anche intrapreso direzioni diverse
verso la produzione della parola scritta per fini letterari, esplorando nuovi
territori. Italo Calvino è uno di quegli scrittori italiani ed europei che
ha vissuto e conseguito questo percorso, da quando dodicenne scoprì la letteratura
attraverso Rudyard Kipling, fino alle sue traduzioni di I fiori blu
(1967) e La canzone del polistirene (1985) di Raymond Queneau. Calvino
è anche uno dei pochi autori italiani _ insieme ad Umberto Eco _ che ha goduto
una grande fortuna nei paesi esteri, particolarmente in quelli anglofoni,
attraverso la traduzione dei suoi testi. Grazie a queste traduzioni il fascino
della scrittura dell’autore ligure ha colpito milioni di lettori e sono nati
veri e propri specialisti nella traduzione delle sue opere in Inglese, tra
cui William Weaver, il quale per cinquant’anni ha tradotto le sue opere, insieme
a quelle di altri pilastri della letteratura italiana, compreso Umberto Eco.
Weaver era in attivo servizio militare in Italia durante la seconda Guerra
Mondiale (come Ernest Hemingway durante la Grande Guerra) come guidatore di
ambulanza. Visse inoltre primariamente in Italia, anche dopo la fine del conflitto.
Grazie alla sua amicizia con autori come Elsa Morante, Alberto Moravia ed
altri, ebbe l’occasione di conoscere molti intellettuali e autori italiani
di prima linea, verso la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50.
[1]
In questo
modo Weaver conobbe da vicino il clima letterario italiano, vissuto in qualche
modo, anche se con un ritardo di un decennio o due, dallo stesso Calvino _
un clima nel quale fu condotto nella giovinezza da Eugenio Scalfaro e da Cesare
Pavese: il che lo indusse a mettere mano alla scrittura con maggior impegno
e con gli anni a produrre opere quali Marcovaldo (1963) e Le città
invisibili (1972), due opere accomunate da uno sguardo malinconico e contemplativo
verso la città, come massima espressione concreta della civiltà europea e
occidentale capitalistica e quella del Novecento in particolare. La ‘militanza’
di Calvino negli ambienti comunisti italiani aveva anche lasciato questa impronta
particolare che è solo un tassello nel mosaico della complessa figura letteraria.
Tutto questo rende l’opera di Calvino particolarmente complessa, come produzione
letteraria e conseguentemente più impegnativa da tradurre.
In Marcovaldo certamente uno dei racconti migliori è Dov’è più azzurro
il fiume. La traduzione di questo testo episodico è notevolmente interessante
e accattivante allo stesso tempo, perché come punto di partenza la versione
Inglese deve dare vita prima di tutto alla dimensione ‘infantile’ che i racconti
calviniani contengono, insieme ad una semplicità che nasconde una profondità
riflessiva, tipica di Calvino. L’ironia sistematica _ come amava definirla
lo stesso scrittore _ insieme ad un onnipresente umorismo che colora i racconti,
è un’altra componente che va presa in seria considerazione, per avere una
traduzione che non si allontani del tutto dallo spirito dell’originale. La
non convenzionalità di questi racconti, appunto l’impronta calviniana nella
letteratura italiana e anche in quella europea, fa sì che affrontare il testo
con l’intenzione di tradurlo in Inglese, una lingua più diretta, in cui le
sfumature ironiche e passionali spesso sono difficili da rendere con un vocabolo
emblematico, non sia affatto un’impresa semplice e tanto meno facile. La struttura
narrativa del volume, che si avvicina alle forme dei racconti del primo Medioevo,
è un altro fattore che va sottolineato, per arrivare ad una versione che renda
al massimo i contenuti calviniani, senza forzarne lo stile, del quale lo scrittore
italiano era rigorosamente consapevole.
Lo
stesso vale per il volume Le città invisibili _ per quanto riguarda
l’osservanza di forme proto-medievali _ in cui la narrazione, che è strettamente
episodica e procede in blocchi di avventure o in quadri disegnati, con lo
svolgersi dell’intero ciclo fa scoprire lentamente tutte le sfumature, sia
dei personaggi sia della trama, ma soprattutto dell’invisibile retroscena.
A questa struttura Calvino aggiunge un elemento tipicamente contemporaneo
e novecentesco nella tematica del diffondersi della società post moderna che
rade al suolo intere ricorrenze quasi ataviche, sostituendole con strutture
prefabbricate che cancellano del tutto la dimensione umana. Calvino racconta
le difficoltà di adattamento dell’uomo di campagna con la vita cittadina con
un’ironia che trova espressione visiva, frutto delle vicinanze del racconto
al cinema muto dei capolavori chapliniani, e a figure come Ubu Roi
di Alfred Jarry
[2]
del teatro d’avanguardia francese e come Pulcinella
della Commedia dell’Arte pregoldoniana. Il processo si rende ulteriormente
complesso quando si tiene conto che la prima pubblicazione torinese della
Einaudi era accompagnata dalle illustrazioni di Sergio Tofano, un elemento
visivo che aiutava, e aiuta ancora a rendere la impostazione sottilmente fiabesca
del testo.
Un
confronto tra la versione originale e quella in Inglese del tredicesimo racconto
di Marcovaldo, intitolato Dov’è più azzurro il fiume, ci fa
vedere alcune sottili variazioni dovute agli elementi culturali ed estetici
che spesso risultano intraducibili e che spiegano quel ‘quasi’ nel titolo
dell’ormai noto saggio di Umberto Eco
[3]
.
«Era un tempo in cui i più semplici
cibi racchiudevano minacce, insidie e frodi. Non c’era giorno in cui qualche
giornale non parlasse di scoperte spaventose nella spesa del mercato: il formaggio
era fatto di materia plastica, il burro con le candele steariche, nella frutta
e verdura l’arsenico degli insetticidi si era concentrato in percentuali più
forti che non le vitamine, i polli per ingrassarli li imbottivano di certe
pillole sintetiche che potevano trasformare in polli chi ne mangiava un cosciotto.
Il pesce fresco era stato pescato l’anno scorso in Islanda e gli truccavano
gli occhi perché sembrasse di ieri. Da certe bottiglie di latte era saltato
fuori un sorcio, non si sa se vivo o morto. Da quelle d’olio non colava il
dorato succo dell’oliva, ma grasso di vecchi muli, opportunamente distillato.»
«It was a time when the simplest
foods contained threats, traps, and frauds. Not a day went by without some
newspaper telling of ghastly discoveries in the housewife’s shopping: cheese
was made of plastic, butter from tallow candles; in fruit and vegetables the
arsenic of insecticides was concentrated in percentages higher than the vitamin
content; to fatten chickens they stuffed them with synthetic pills that could
transform the man who ate a drumstick into a chicken himself. Fresh fish had
been caught the previous year in Iceland and they put make-up on the eyes
to make it seem yesterday’s catch. Mice had been found in several milk-bottles,
whether dead or alive was not made clear. From the tins of oil it was no longer
the golden juice of the olive that flowed, but the fat of old mules, cleverly
distilled.»
Una
lettura anche rapida ci fa vedere come le varianti sottili possano essere
anche numerose. Un primo confronto tra i due brani ci evidenzia come nel primo
verso la struttura «i più semplici cibi» diventi «the simplest foods», in
cui l’elemento comparativo sembra venir meno. Ci sarebbe stata più affinità
all’originale, se ci fosse stata la struttura «the simples of foods», il che
sarebbe anche entrato nel clima del linguaggio pseudo-aulico e scherzoso del
medievale, che Calvino ha messo come falsa riga nella lettura di tutti i racconti
di questo volume. La forma verbale «racchiudevano», resa con quella Inglese
«contained», ha già una sfumatura in meno, vista la suggestività del concetto
di ‘chiudere’ presente nella forma italiana. La forma «contained» ci fa pensare
ad un contenitore, più che ai veleni che il cibo comportava. A complicare
ancora la situazione morfologica sembra il fatto che Calvino parli anche qui
in molti aspetti di cibo in scatola, in contenitori, un altro elemento legato
al consumismo tanto bersagliato, ma con sottile ironia, nei racconti del personaggio
«con l’occhio poco adatto alla vita di città». Pare che resa in questo modo
la versione in Inglese non renda del tutto l’allusione intenzionalmente ambigua
di Calvino.
La
frase «di materiale plastica» diventa semplicemente «plastic». Anche qui la
traduzione restringe il discorso allusivo della frase originale che si riferisce
ad una non specificità, nei confronti della sostanza del quale appariva fatto
il formaggio. La parola «plastic» in Inglese ha connotazioni più legate a
degli oggetti che ad un «tessuto», che sembrava più vicino all’intenzione
di Calvino. Ancora: la frase «chi ne mangiava un cosciotto» è resa in una
forma più allungata e poeticamente più appiattita e diventa «the man who ate
a drumstick into a chicken himself». In questo caso il pronome italiano «chi»
con la sua anonimità diventa «the man» che certamente ha più concretezza,
facendo venir meno l’ampiezza del riferimento originale. Di nuovo l’immediatezza
comica del sostantivo «pollo» viene perduta con la sostituzione «a chicken
himself». L’uso di «whoever», invece di «the man who», avrebbe ravvicinato
di più le due versioni e questo avrebbe permesso l’eliminazione del pronome
«himself» finale. La versione proposta risulterebbe in: «whoever ate a drumstick
into a chicken», che appare sintatticamente più lineare e scorrevole, oltre
ad avere quel qualcosa di indefinibile così caro a Calvino.
Questa
tendenza, frutto delle strutture morfosintattiche delle lingue anglosassoni,
che appaiono più labirintiche nei confronti delle lingue latine, e l’Inglese
in confronto all’Italiano in particolare, caratterizza gran parte della versione
di Weaver. La scelta della frase nominale, invece del nome sostantivo, spesso
complica la situazione, sia per la scorrevolezza del testo finale, sia per
la possibilità di conservare quanto sia possibile l’anima poetica _ perché
Calvino aveva appreso la lezione di Cesare Pavese che risale alla letteratura
whitmaniana _ che la sua prosa era in grado di plasmare.
L’atra
opera, anche essa episodica, che va vista in questa ottica, cioè Le città
invisibili, presenta problematiche ancor più complesse, specie per la
brevità delle parti che compongono il testo, fatto di capitoli compatti ed
anche tipograficamente simili ai mattoni _ come dei blocchi di pietra con
la quale l’autore vuole costruire una sua città testuale, attraverso la descrizione
ed anche attraverso la struttura stessa del libro che viene costruita dallo
stesso lettore, mentre prosegue con la lettura delle singole parti. Se si
legge l’introduzione, che precede le singole descrizioni con cui viene costruito
il libro, si osservano alcuni elementi della complessità del processo di traduzione.
Trattandosi di un autore dove il linguaggio è altamente e sempre molto ricercato,
e nasce da fonti misteriose conosciute o semplicemente intuite dall’autore,
questo compito diventa ancora più arduo.
«Non é detto che Kublai Kan creda
a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle
sue ambascerie ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il
giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo
o esploratore. Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio
per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia
e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli;
un senso come di vuote che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo
la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri…»
«Kublai Khan does not necessarily
believe everything Marco Polo says when he describes the cities visited on
his expeditions, but the emperor of the Tartars does continue listening to
the young Venetian with greater attention and curiosity than he shows any
other messenger or explorer of his. In the lives of emperors there is a moment
which follows pridein the bounless extension of the territories we have conquered,
and the melancholy and relief of knowing we shall soon give up any thought
of knowing and understanding them.
There is a sens of emptiness that comes over us at evening, with the odor
of the elephants after the rain and the sandalwood ashes growing cold in the
brazens…»
Nell’introduzione
del romanzo di Calvino Le città invisibili si osservano già alcune
frasi come «does continue listening» per «continua ad ascoltare». La frase
«listens on…» sembrerebbe più adatta, perché suggerisce più il senso di un
ascolto ininterrotto, mentre Marco Polo parla a Kublai Kan delle città viste.
La frase «un senso come di vuoto» diventa «a sense of emptiness» che non riesce
a rendere le sfumature suggestive dell’Italiano. L’aggiunta di un aggettivo
quale «vague» avrebbe sottolineato questo e reso l’idea espressa nella combinazione
«un senso come di». «Che si raffredda», con il suo riflessivo allusivo di
autoconsumo e autodistruzione, non si rende del tutto con la frase «growing
cold».
Con questa nota altamente fluida, sia nella struttura del libro sia nella genesi fantastica che anima il libro, un linguaggio diretto, specifico, in aspetti anche rigido ostacola la preservazione del testo e dell’ipertesto di Calvino. La combinazione di elementi comunicativi precisi nella scelta del linguaggio, non per le qualità lessicali, ma per quegli aspetti stimolanti che generano una tessitura, per cui nell’insieme il romanzo diventa un’opera in fieri, assumendo una fisionomia immaginifica mentre procede la lettura, rende la traduzione dei testi calviniani una sfida non facile.
Alla
luce di queste considerazioni la resa del testo in versione tradotta in Inglese,
con la sua portata globale, assume un significato enorme. Tenendo conto della
sostenuta globalizzazione della cultura, la traduzione dei testi letterati
italiani _ per dirla con i termini di Umberto Eco «interpretata» e «negoziata»
_ assume un’importanza fondamentale, non solo per una maggiore integrazione
delle culture europee, ma della stessa civiltà umana, ormai sempre più vicina
all’abbattimento dei confini reali ed immaginari.
Adrian Stivala (Malta)
Vedi anche: Adrian Stivala, Problemi della traduzione
di testi letterari dall’Italiano all’Inglese www.repubblicaletteraria.net/traduzioni1_inglese.htm
Sito
della memoria Italo Calvino Italo
Calvino online
7
dicembre 2006
[1]
Weaver raccolse questa esperienza di incontri con
autori italiani di spicco nella sua antologia Open City (1999).
[2]
Nel 1968 Italo Calvino conosce il gruppo di scrittori
dell’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) che si ricollegava
al Collège de Pataphysique di Alfred Jarry. Vedi Italo Calvino Marcovaldo,
Einaudi, 1993, Cronologia, p. XXXIV.
[3]
Umberto Eco Dire quasi la stessa cosa, Bompiani,
2003.
[4]
Italo Calvino Marcovaldo, Mondadori, 1993,
p. 75.
[5] William Weaver Marcovaldo, p. 67.
[6]
Italo Calvino Le città invisibili, Einaudi 1972, p. 13.
[7] William Weaver Invisible Cities, Vintage, 1997, p. 5.