Le città invisibili
[…] E’
dunque uno convertito a strutturalismo, magari più di “eretici”
che non di ortodossi, questo viaggiatore che spiega il rapporto indissolubile
tra due città con la stessa immagine della doppia facciata di un foglio usato
da Saussure per indicare quello tra significato e significante
[i]
; o che vede l’esistenza muoversi secondo
la logica dei movimenti dei pezzi su una scacchiera; o che parla di immagine
speculare o di scambi e sostituzioni e spostamenti e finzioni come un lacaniano
convinto di inseguire, nella catena di mutamenti che formano l’esistenza
e la storia, un desiderio (che è anche memoria) inappagabile. Anche Marco
Polo, che ne ha viste di ogni genere, nonché per l’imperatore che da
neofita costringe il discorso del veneziano in norme rigide, presto smentite
dall’interlocutore, esiste una sola città, che però è irraggiungibile.
[…]
Walter Pedullà
Marco Polo strutturalista “eretico” per descrivere le “
città invisibili”, ne “L’Avanti!”, 3 dicembre
1972, p. 8.
[…] Egli
può comporre soltanto qualcosa che contamini il racconto e il poema in prosa,
l’allegoria metafisica e la parabola morale, il gioco fumistico e la
miniatura, e inseguire verità dalle mille facce, attorno alle quali getta
non un corpo, ma una veste vaga e allusiva. Appena leggiamo una di queste
prose, crediamo di aver sotto gli occhi una “forma chiusa”, dal
contorno netto, dalla linea precisa, dallo stile che tenta di imitare lo splendore
della gemma e dell’onice. Ma è sol un inganno_ uno dei molti di questo
libro_. Subito dopo, ci accorgiamo come Calvino detesti sempre più l’ostinata
caparbia della linea retta. Egli preferisce ad ogni cosa l’intreccio
delle linee, che congiungono tra loro i punti più lontani del mondo
[ii]
_ un vecchio imperatore che sfoglia le inutili
mappe del suo atlante, una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto
una pergola, un cavaliere felice di aver saltato l’ultima siepe, il
riflesso delle perle in fondo al mare di Malabar, un francolino che fugge
felice dalla gabbia negli spazi del cielo. […]
Pietro Citati
“Le città invisibili” di Italo Calvino. Parabola morale e allegoria
metafisica, ne “Il Giorno”, 6 dicembre 1972, p. 10.
[…] Ecco
dunque la descrizione delle città, lo schedario sempre incompiuto, il catalogo
vaneggiante dell’immenso impero: sogni, non però fatti veramente dormendo,
ma costruiti a mente sveglia. Si avvicinano specialmente a una categoria di
sogni, la più assillante. E’ quella in cui si cerca impossibili congiunzioni
tra un oggetto concreto (una barca, una foglia, un pezzo di sapone) e un concetto
astratto imprendibile. O di usare sensazioni e oggetti come termini per risolvere
un astruso problema che non riusciamo a formulare. Ritmi ragionativi in folle
si sforzano vanamente di abbarbicarsi alle cose. (Penso che la scienza dei
sogni, intesa come mezzo per penetrare tra i meccanismi del cervello, sia
ancora ai primi passi). […]
Giudo Piovene
Sogno_ apologo di Italo Calvino. Città invisibili, ne “La Stampa”,
14 dicembre
1972.
1 Aprile 2002
Sito della memoria
Italo Calvino Italo Calvino online
[i]
Quando questo articolo è apparso, lo strutturalismo
era nel momento della sua massima credibilità. Per “significato”
si intende il concetto, il contenuto, l'idea. Per “significante”
si intende la forma attraverso la quale il concetto è espresso. Nel
vocabolario Devoto_Oli la parola “significante”, in linguistica,
rappresenta l’immagine acustica che individua e inquadra nel sistema
l’immagine “significata”, quale risulta dalla successione
dei fenomeni che costituiscono la parola. Il termine “significato”
è invece il contenuto della parola, in quanto traducibile in concetti,
nozioni, riferimenti.
[ii]
Un esempio del gomitolo di
linee, dell’intreccio di cose e di idee che presiede alla realtà raccontata
da Calvino è questo passo_ una straordinaria sintesi di realtà diverse,
ma confluenti_ che è tratto da La memoria del mondo e altre cosmicomiche,
Einaudi, 1968, pp. 67-68: Al contrario, i più disparati frammenti meteorici
andavano, sia pure in maniera approssimativa, collegandosi gli uni agli
altri, componendosi in un sia pur lacunoso mosaico. Le anguille di Comacchio,
una sorgente sul Monviso, una serie di palazzi ducali, molti ettari di risaie,
le tradizioni sindacali dei salariati agricoli, alcuni suffissi celtici
e longobardi, un certo indice d’incremento della produttività industriale,
erano materiali sparsi e isolati che si fusero in un insieme fittamente
intessuto di rapporti reciproci al momento stesso in cui tutt’a un
tratto cascò sulla terra un fiume, ed era il Po.