Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città

di Tina Borgogni Incoccia

 

Sono venti racconti, ognuno è dedicato ad una stagione. I1 personaggio che dà il titolo al libro è Marcovaldo, un operaio addetto al carico e scarico delle merci, in una ditta che si chiama S.B.A.V. Marcovaldo, venuto dalla campagna in città per trovare lavoro, ha moglie e quattro figli da mantenere ed è sempre senza un soldo. In mezzo al cemento e all’asfalto della città inquinata, egli crede ogni tanto di rivedere un po’ della campagna lontana, ma si tratta di una illusione e i suoi entusiasmi vengono sempre mortificati. I racconti hanno sempre un tono scherzoso nella prima parte e un po’ malinconico alla fine. Marcovaldo non si perde d’animo e continua a sperare, perché è un uomo fiducioso e pieno di buona volontà.Questi racconti furono scritti da Italo Calvino fra il 1952 e il 1962, quando in Italia si era diffuso un certo benessere, dopo i disastri della seconda Guerra mondiale e i nuovi ricchi provavano la gioia di spendere e spandere dopo tante privazioni; ma si trattava di un numero ristretto di persone e c’era ancora tanta miseria.

Il libro venne illustrato da Sergio Tofano che aveva creato tanti personaggi per il “Corriere dei Piccoli”, giornale di cui Calvino nell’infanzia era stato un lettore appassionato.

Ecco ora brevi riassunti di alcuni racconti.

Marcovaldo al Supermarket (Inverno)

Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori. Dopo le ore lavorative, la folla correva a smantellare, a rodere, a palpare, a fare man bassa. Sembrava che una parola d’ordine risuonasse per tutti: Consumate! Consummate! Consumate! Pacchi, pacchetti, pacchettini vorticavano attorno alla cassa dei negozi. La musica di fondo invitava agli acquisti. Una sera Marcovaldo, come al solito senza soldi, passò da un supermarket con sua moglie e i bambini, divertendosi a guardare gli altri che riempivano i carrelli di ogni ben di Dio; ma dopo un po’ di tempo provò il desiderio di sentirsi ricco e, preso un carrello, cominciò a riempirlo con tutte le cose buone che vedeva sui ripiani. Intanto, anche la moglie e i ragazzi, senza farsene accorgere, avevano fatto la stessa cosa e alla fine si ritrovarono con tanti carrelli strabordanti di confezioni colorate. Papà, allora siamo ricchi? chiese Michelino. Ma già si intravedeva la cassa con la macchina calcolatrice crepitante come una mitragliatrice e l’ora di chiusura si avvicinava. Occorreva rimettere tutto a posto e in fretta, quand’ecco che, vista una apertura nel muro, avanzarono su una impalcatura lasciata dagli operai che stavano facendo dei lavori di ampliamento. Procedevano in equilibrio su un’asse, all’altezza di sette piani, mentre sotto a loro sfavillavano e luci della città. Ho paura! disse Michelino. Dal buio avanzò un’ombra. Era una bocca enorme, senza denti che s’apriva protendendosi su un grosso collo metallico: una gru. Marcovaldo rovesciò la merce del suo carrello nelle fauci di ferro e così fecero la moglie Domitilla e i ragazzi. Intanto si accendevano e ruotavano intorno a loro le scritte luminose multicolori che invitavano a comprare, nel grande supermarket.

 

Funghi in città (Primavera)

Marcovaldo, che aveva un animo molto sensibile, osservava anche i più piccoli cambiamenti che si verificavano nella città, tra una stagione e l’altra. Un giorno si accorse che ai piedi di un albero erano spuntati dei funghi e questo fatto lo riempì di grande gioia, pensando di poterne fare una bella frittura, da mangiare insieme ai suoi figli. Aspettò con grande ansia che i funghi crescessero, timoroso che altre persone gli rubassero il suo tesoro e finalmente, dopo una lunga notte di pioggia, andò con i bambini a farne un bel raccolto. Preso dall’entusiasmo, invitò anche i passanti che ne approfittarono riempiendo le loro borse. La sera si ritrovarono tutti all’ospedale per una lavanda gastrica, perché i funghi erano velenosi… ma non troppo.

 

Fumo, vento e bolle di sapone (Inverno)

Nella cassetta della posta di Marcovaldo non c’era mai niente, perché nessuno gli scriveva, ma un giorno i suoi figli Filippetto, Pietruccio e Michelino trovarono un buono omaggio di una ditta di saponi. I ragazzi pensarono di approfittarne, prendendo anche quelli delle altre cassette, quelli delle case vicine e quelli caduti per terra. Così, insieme ad una banda di monelli, ne misero insieme una enorme quantità, e con tutti questi campioni di detersivi riempirono la casa di Marcovaldo, sperando di guadagnare tanti soldi. Quando cercarono di venderli, la cosa cominciò a dare nell’occhio e qualcuno denunciò il fatto alla polizia. Fiutando il pericolo, Marcovaldo disse ai ragazzi di buttar tutto nel fiume. Così un mattino fecero la spedizione di scarico, svuotando tutte le scatole nell’acqua, nei pressi di una rapida e tutto il sapone cominciò a gonfiarsi in tante bolle che si sollevarono dalla superficie dell’acqua e si dispersero in cielo, volando verso la città, mentre il fiume continuava a traboccare come un bricco di latte al fuoco.

I grappoli di bolle s’allungavano in ghirlande irridate e tutti gli operai che andavano al lavoro si fermavano allegri a guardare questo spettacolo pieno di colori. Intanto le fabbriche avevano cominciato a buttare fuori il fumo nero di ogni mattino. Bolle colorate e fuliggine nera si confondevano tra loro, finché Marcovaldo, che stava a guardare con gli altri, cerca cerca nel cielo non riusciva a vedere più le bolle, ma solo fumo fumo fumo.

 

Dov’è più azzurro il mare (Primavera)

Era un tempo in cui i più semplici cibi racchiudevano minacce, insidie e frodi. Nulla era più sicuro: formaggio, olio, burro, frutta, verdura, polli, pesce. Il nostro Marcovaldo, pieno di preoccupazione, cercando cibi genuini per la famiglia, pensò di andare a pescare fuori città, perché il fiume in città gli ispirava ripugnanza.Un giorno, esplorando la campagna, trovò tra gli alberi un angoletto di Paradiso: uno slargo del fiume, dal colore così azzurro che pareva un laghetto di montagna. Felice come una Pasqua, si fece prestare tutto l’equipaggiamento da pescatore: canna, lenza, retino, ami, esca, stivaloni, e una bella mattina presto andò a pescare. Le tinche cadevano nella rete a capofitto, ma apparve una guardia che con tono severo lo redarguì: “Non lo sa che qui è proibito pescare? Non ha visto la fabbrica di vernici? Il pesce è avvelenato e deve essere buttato via”.

Le tinche di Marcovaldo tornarono a guizzare contente nel fiume azzurro.

 

I figli di  Babbo Natale (Inverno)

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Tutte le ditte erano prese dalla frenesia dei regali, per fare propaganda ai propri prodotti. Alla S.B.A.V. pensarono di far consegnare i regali da uno dei loro dipendenti, vestito da Babbo Natale e scelsero proprio Marcovaldo. Corse subito a casa per fare una sorpresa ai figli, che invece 1o degnarono appena di una occhiata, perché tutte le ditte avevano avuto la stessa idea e la città era piena di Babbi Natale. Per il giro di consegne Marcovaldo si portò dietro Michelino che con i fratelli stava avvolgendo nella carta argentata qualche regalino per i bambini poveri. Arrivarono alla porta di ma casa lussuosa cbe apparteneva al Presidente dell’Unione Incremento Vendite Natalizie ed entrarono in una sala tutta risplendente di argenti e cristalli e con uno splendido albero di Natale, tutto addobbato. In un angolo c’era un bambino imbronciato e annoiato perché quello era il trecentododicesimo regalo che riceveva. Michelino era corso via e Marcovaldo lo ritrovò a casa la sera, tutto soddisfatto perché con i fratellini era andato a portare i regali al bambino ricco che a lui sembrava povero: un martello, una fionda e una scatola di fiammiferi l’avevano reso felice e aveva cominciato a distruggere tutta la casa. Marcovaldo era disperato perché era convinto che l’avrebbero licenziato, ma invece, la mattina dopo, trovò che alla ditta erano tutti entusiasti per la trovata del regalo distruttivo, idea veramente geniale e ideale per incrementare le vendite!

 

Siamo alla fine del libro. Il narratore cambia la scena, per cominciare un altro racconto. Ci conduce fuori dalla città, in una pianura bianca di neve e circondata da un bosco fitto e nero.


Sulla neve uscì un leprottino bianco che si confondeva col bianco della neve e nel bosco si sentiva l’ululato del lupo, ma non si vedeva perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Il lupo uscì poi dal bosco e spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, ma morse il vento. Il leprottino non si vedeva più.

Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.

 

La pagina bianca che Calvino scherzosamente ci lascia è destinata ai lettori, grandi e piccoli, perché vi possano scrivere i loro pensieri e le loro fantasie.

Tina Borgogni Incoccia

20 Novembre 2001

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