Sposi novelli a Verona

di Fausta Samaritani

 

Antonio Nievo voleva fare il magistrato e odiava l’idea di dover militare sotto l’Austria.

Suo padre Alessandro risolse il primo problema, mantenendolo agli studi; trovò anche questo rimedio al secondo problema: con una scrittura privata e dietro pagamento di un compenso, il 30 gennaio 1823 il sig. Giuseppe Ganna, vicentino, s’impegnò con Alessandro Nievo a supplire nel militar servizio il coscritto Antonio Nievo [1] . Promise dunque di servire fedelmente nelle Armate di S. M. l’Imperatore d’Austria, per un compenso di 300 Napoleoni d’argento, circa 1550 Lire italiane del tempo. In caso Antonio Nievo non risultasse negli elenchi della leva, il Ganna avrebbe ricevuto in regalo 26 Napoleoni. Questa prassi era perfettamente lecita e non era allora un caso isolato. 

 

All’inizio del 1830, Antonio, ascoltante presso il Tribunale Provinciale di Padova, non percepiva compensi. Era il promesso sposo di Adele Marin, una ragazza nata e residente a Verona e discendente da antica e nobile famiglia [2] .

Il contratto matrimoniale tra Antonio Nievo e Adele Marin definì la posizione economica del nascente nucleo familiare [3] .

Il consenso dei genitori era stato mediato dalla contessa Eleonora Colloredo, vedova del marchese Riva e zia materna della sposa.

Il Tribunale Civile di Verona, con Decreto 29 dicembre 1829, aveva dichiarato l’emancipazione di Adele Marin, che in prima persona aveva facoltà di conferire in dote l’intera sua sostanza, all’epoca ancora indivisa tra lei, suo fratello Augusto e sua zia Eleonora Colloredo.

Si trattava dei beni ereditati dai nonni materni Giovanni Battista di Colloredo [4] e Lucrezia Basca e consistenti in case a Sermide e a Poggio Rusco nel mantovano, in beni in Friuli e in Veneto, compresa la quarta parte del Castello di Colloredo, in capitali in Piemonte e crediti dai Di Bagno di Mantova.

A questi cospicui beni la sposa aggiunse la metà di quanto le sarebbe venuto in eredità dal padre Carlo Marin [5] e di quella parte dell’eredità materna ancora nelle mani del padre.

I beni dotali potevano o restare intestati alla sposa, o passare in proprietà dello sposo, ma in questo caso il padre (Alessandro) e il nonno (Giovanni Battista) di Antonio Nievo dovevano impegnarsi a prestare una cauzione, iscritta sui propri beni e per un importo corrispondente al frutto della dote.

Adele Marin scelse la seconda ipotesi, dando ampio credito ai Nievo; ma si riservò l’amministrazione e il godimento di metà della futura eredità paterna.

Carlo Marin, ciambellano e intendente delle Finanze in Verona, nel manifestare la propria felicità per l’ottima scelta della figlia, aggiungeva di suo altre 4.000 Lire milanesi, parte in denaro liquido e parte in obbligazioni: era un semplice dono di nozze e non doveva quindi essere calcolato su future eredità.

Alessandro Nievo, oltre all’impegno a pagare gli interessi annui sulla dote, a sostegno della nuova famiglia offriva un assegno annuo di 10.000 Lire mantovane, che si sarebbero ridotte a 6.000, il giorno in cui Antonio avesse percepito un regolare stipendio. La famiglia Nievo forniva alla nuova coppia un appartamento e l’accesso alla mensa in comune; nel caso in cui Antonio decidesse di stabilirsi fuori Mantova, la famiglia d’origine gli garantiva un ulteriore assegno annuo di 9.000 lire mantovane.

 

Giovanni Battista e Alessandro Nievo misero a disposizione degli sposi tutto il denaro liquido necessario per arredare completamente un appartamento e fornirlo di suppellettili, anche d’argento, che dovevano restare di proprietà dello sposo, ma delle quali la sposa avrebbe avuto il pieno godimento.

Fissate per contratto e con dovizia di particolari le regole economiche, la nuova famiglia poteva nascere sotto i migliori auspici. Il matrimonio fu celebrato a Verona il 18 febbraio 1830. Il nobile Carlo Marin dedicò agli sposi un opuscolo con uno studio sulla copia della Madonna del cesto di Correggio, posseduta da Alessandro Nievo [6] .

 

Due anni dopo Antonio Nievo, promosso cancelliere della Pretura di Soave, nel veronese, lasciò Padova. La famiglia era aumentata, perché il 30 novembre 1831 era nato un bambino, al quale avevano imposto i nomi d’Ippolito, Carlo, Giovanni Battista, Andrea, Leopoldo, Maria. È il nostro romanziere e poeta.

In seguito un grave lutto colpì la giovane coppia di sposi, per la morte del figlioletto Luigi Ippolito, deceduto nel 1836 a soli due anni. Nello stesso anno nacque Carlo; nel 1837, a Udine dove Antonio Nievo aveva trasferito la famiglia, nacque Elisabetta detta Elisa; infine, nel 1839 arrivò Alessandro, chiamato familiarmente Sandrino.

 

Antonio dedicava poco tempo ai figli, la cui cura era riservata alla madre che, nella sua veste di donna emancipata, era in grado di esercitare anche una supplenza giuridica.

L’emancipazione della figlia era stata decisa da Carlo Marin prima che Adele si sposasse, ed ebbe conseguenze allora non ipotizzabili sull’educazione dei figli, sull’amministrazione dei beni di famiglia, sulla stessa idea di donna che Ippolito, crescendo, gradatamente maturava, perfino su alcune idee politiche da lui espresse negli anni ’59 e ’60.

La condizione giuridica di Adele era a quel tempo una rarità: ad esempio, nelle carte del Liceo pubblico mantovano Virgilio, comprese tra il 1847 e il 1850, l’unico documento che porti la firma di una madre è la richiesta al Preside per il passaggio d’Ippolito alla sezione distaccata di Revere, istanza firmata appunto da Adele Marin Nievo [7] .    

      

Nei pochi momenti liberi, Antonio Nievo si appartava nello studio, per tradurre e glossare un complicatissimo testo giuridico di Friedrich Karl Savigny, il fondatore e massimo esponente della scuola tedesca di storia del Diritto.

Agli anni in cui la famiglia Nievo viveva a Soave e a Udine risalgono tre lettere, indirizzate tra il 1835 e il 1839 al giudice criminale Antonio Salvotti [8] , allievo di Savigny, lettere in cui Antonio Nievo parla di questa sua laboriosa traduzione che spera di portare a termine e di pubblicare.

Figura tragica e discussa, temuto e odiato dai liberali, esaltato ed invidiato dai filo-austriaci, il giudice Salvotti era la bestia nera dei patrioti italiani, per aver istruito i processi del ’21 a Silvio Pellico e a Pietro Maroncelli, scoprendo tutta la complessa rete di complicità che in quegli anni legava la Carboneria.

Antonio Nievo vedeva in Salvotti non un servo dell’Austria, ma un magistrato incorrotto, che in piena coscienza aveva compiuto il suo dovere.

 

Nel 1834 Mantova fu scossa da un episodio gravissimo: nel tentativo di liberare Ciro Menotti, detenuto nelle carceri mantovane, un gruppo di patrioti progettò di impadronirsi d’un convoglio d’armi. Durante l’istruttoria, il 12 luglio fu interrogato anche Nicola Nievo, fratello minore di Antonio, il quale negò ogni partecipazione e il 20 aprile 1835 fu prosciolto per mancanza di prove [9] . Seguì un processo che terminò con la sentenza di condanna morte, poi commutata in pene detentive, per Giuseppe Arrivabene, per Odoardo Valenti Gonzaga e per altri.

Luigi, il minore dei fratelli di Antonio Nievo, era invece un uomo pacifico e innocuo, privo di passioni politiche, ma con qualche velleità letteraria. Nel 1841 diede alle stampe un opuscolo di versi, per le nozze Solferini-Zanini. Altri versi per nozze si conservano a Milano nella Biblioteca Braidense.

 

Antonio Nievo, chiuso nel suo isolamento di studioso, accentuava il  carattere riservato e non manifestava alcuna confidenza coi figli. Il nonno Carlo Marin invece si prese cura dell’educazione del nipote maggiore e lo chiamò a Verona, dove Ippolito fu convittore nel Seminario vescovile, per i primi quattro anni del Ginnasio e nel quinto fu ospite in casa di un sacerdote, professore di retorica.

Nel 1847, dopo 54 anni di servizio, Carlo Marin lasciò il posto d’intendente delle Finanze in Verona e si trasferì in casa del genero a Sabbioneta, a Rodigo, a Mantova. Anche Ippolito lo stesso anno abbandonò Verona e s’iscrisse al primo corso del Liceo Virgilio di Mantova, per l’anno 1847-48. 

Carlo Marin non è stato solamente un nonno amorevole che raccontava le storie del passato, più tardi un amico e confidente per il nipote adolescente, infine un uomo generoso che si spogliò di tutti gli averi, per morire nudo com’era nato: egli divenne un punto di riferimento, per tutta la famiglia d’Antonio Nievo. Aveva istruito la figlia Adele in modo che fosse cosciente e presente, nella difficile società in cui era destinata a vivere.

Gentiluomo di stampo antico, incantava con la seduzione del contafavole: dote rara a quei tempi, introvabile oggi. Si è visto in lui il modello per Carlino ottuagenario; ma la lettura del suo piccolo quaderno di poesie parzialmente inedite restituisce un uomo con idee politiche e carattere diversi da quelli del protagonista de Le confessioni d’un italiano. Carlo Marin, patrizio veneziano, era colto, raffinato, felicemente gaudente. Amò teneramente le donne e ignorò i tormenti d’amore e i rimorsi che travagliarono invece suo nipote Ippolito. Uomo del Settecento, pianse la perduta libertà di Venezia e nel ’48 sperò che dalla rinata Repubblica Veneziana fiorisse un nuovo Doge. Per lui l’Italia era un termine geografico, non politico: non capiva perché, dopo 34 anni di pace, il Re di Sardegna e l’Imperatore d’Austria si facessero guerra per possedere la Lombardia. 

 

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Vedi anche: Testamento di Giovanni Battista Nievo Azienda Nievo nel '700

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7 ottobre 2004

 



[1] ASMn, Notaio Federico Pelosi, b. 7175.

[2] I Marin, una delle famiglie fondatrici di Venezia, dal 1297 alla fine della Repubblica ebbero rappresentanti nel Maggior Consiglio.

[3] ASMn, Notaio Pietro Pelosi, b. 7200.

[4] I Colloredo ebbero il nome dal trecentesco castello friulano che ininterrottamente abitaro-no, fino al terremoto del 1976. La famiglia ha dato poeti, artisti, prelati, guerrieri.

[5] Carlo Marin, di Girolamo e Chiara Belluna Bragadin (1 marzo 1773-16 giu.1852) aveva tre fratelli: Angelo Maria, Marino Domenico e Pietro Mario. Sposò in prime nozze Regina Morosini e in seconde, il 7 agosto 1808, Maria Ippolita contessa di Colloredo, da cui ebbe Adelaide Maria Elisabetta n. 9 maggio 1809 e Augusto n. 23 luglio 1810.

[6]   Non è stato possibile rintracciarlo, né in casa Nievo, né a Mantova in biblioteca.

[7] ASMn, Atti dell’I. R. Liceo Virgilio di Mantova-1850, b. 32.

[8] ASMn, Fondo Luzio, b. 11, f. 102.

[9] ASMi, Processi Politici, b. 118 e 119.