Spigolature blu scuro
Lingua e dialetto
Come potremo avere un’immagine complessiva e concreta della storia italiana, trascurando il grande patrimonio dialettale di ogni regione che ha annoverato nel tempo poeti come Luigi Meli, Gioacchino Belli, Nino Martoglio, Tommaso Grossi, Andrea Calmo, Carlo Porta, Delio Tessa, e scrittori come Ruzzante, Carlo Maria Maggi, Carlo Goldoni e tanti altri autori che insieme agli scrittori di lingua costituiscono la ricchezza inestimabile della nostra letteratura! Anche perché il dialetto si fa portatore e testimone di quei diritti e delle vicende delle classi sociali più povere e assenti nella letteratura in lingua. Ma soprattutto perché la lingua e la cultura italiana tutta hanno vissuto continuamente nella storia per l’apporto dei vari dialetti. E basti constatare l’accoglimento linguistico che scrittori come Nievo, Verga, Svevo, Fenoglio, Pavese e persino il toscano Tozzi hanno praticato nella loro esperienza narrativa.
Franco Loi, da La "religio" nel dialetto. "Il Sole 24 Ore", n. 265, 1 ottobre 2000, p. 29.
L’Adriatico
Povero Adriatico! Quando rivedrai le glorie delle flotte romane di Brindisi, delle navi liburniche [leggi: istriane e dalmate] e delle galee veneziane? Ora il tuo flutto travolto e tumultuoso sbatte due sponde quasi deserte, e alle fratte paludose della Puglia corrispondono le spopolate montagne dell’Albania. Venezia, una locanda, Trieste, una bottega, non bastano a consolare le tue rive del loro abbandono, e l’alba che ti lascia ogni giorno le chiome ondeggianti cerca indarno per le tue prode altro che rovine e memorie" […]
Che scrittore, eh! Si chiama Ippolito Nievo. E le righe qui sopra riportate costituiscono l’ "incipit" del capitolo ventesimo del suo capolavoro "Le Confessioni d’un italiano", il grande romanzo scritto nel tempo sbalorditivo di otto mesi, fra il Natale 1857 e l’agosto 1858, quando l’autore aveva ventisette anni. Morirà a trentuno, nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1861, tornando dalla Sicilia dov’era tenente colonnello dell’armata garibaldina. Già: ma che c’entra il "povero Adriatico" di Nievo con quello straricco e fin troppo stipato di oggi? A parte che Venezia è sempre più locanda e Trieste sempre più bottega, c’entra per contrasto: nel senso che oltre a essere troppo pieno di cose, ivi comprese le bombe, l’Adriatico odierno straripa anche di persone; e sia le "fratte paludose" della Puglia che le "spopolate montagne" dell’Albania sono tristemente invase, tra l’altro, dalla diaspora kosovara.
Alessandro Meccoli, da Povero mare, discarica della storia. "La Nuova Venezia", 16 maggio 1999.
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