Lettere inedite di Poldi

ad Ippolito Nievo

Viveva a Mantova e probabilmente era coetanea di Ippolito Nievo. Dalle sue tre lettere inedite, conservate alla Biblioteca Civica Ioppi di Udine (ms. 2558/12-13-14), non si ricavano purtroppo altre note biografiche di Leopoldina Paulucci, Poldi per gli amici.
Non è citata da Mercella Gorra nell'Epistolario e nelle Poesie di Ippolito Nievo, da lei curati. Poldi sembra sconosciuta anche agli altri critici e commentatori dell'opera di Nievo. Aveva un carattere forte, ma instabile. Era sensibile e soffriva gravi momenti di depressione. Colpisce questa sua frase: "Oh se fossi nata uomo! Non languirei in così meschino paese".Ippolito Nievo le ha indirizzato alcune lettere, purtroppo a noi sconosciute e forse perdute per sempre.
Poldi talvolta ignora le consonanti doppie, complice forse il suo accento lombardo. Nella trascrizione che si presenta qui, la punteggiatura e gli accenti sono stati adattati all'uso moderno.

F. S.


"Da Villafranca, 5 ottobre 1857 (Lettere inedite di Poldi 16)

Pregiatissimo Ippolito,
Gradita mi è stata la vostra lettera e ve ne faccio i più sentiti ringraziamenti. In essa però non credevo di trovare, come ancora coloro vi stano co' denti nelle carni, e davvero mi farebbe pena grande di sapervi in carcere (17); però mi confido che, quand'anche condannato dal Senato, voi potrete da Vienna avere l'assoluzione. Ad ogni modo spero che le vostre nuove non mi mancheranno, piacesse pure agli sbirri di non avervi nelle loro mani (e Dio il voglia). In quanto all'onnipotenza che voi concedete alla donna, io potrei dirvi che di molto v'ingannate dandole quella, fra suoi attributi; e a questo proposito avrei una lunga e dolorosa storia da raccontarvi, per provarvi quanto noi meschinelle siamo lontane dal possedere questa onnipotenza, domatrice delle volontà e del destino. Molte volte ò voluto essere contenta, ma più spesso ò dovuto convincermi che per me non deve esistere felicità nemmeno momentanea, per cui scoraggiata e stanca, la mia mente è corsa a persuadersi che meglio sarebbe per me vestir l'abito delle Suore della Carità. Se non ché mi spaventa il pensiero di certe incombenze, cui sogliono essere impiegate queste compagnie religiose. Io pure dirò, non ridete di me, che il farlo sarebbe atto crudele.
Beato voi che almeno nella compagnia che vi sta d'intorno potete trovare materia a gustosa commedia; mentr'io all'incontro non potrei, volendo, neppure impasticciare una farsa per il teatro Stella.
Donnette, negoziantucci e bambini sono il divertente complesso che mi circonda. Soggiorno né più né meno adatto a rimettermi alla semplicità di costumi, o meglio ignoranza dell'età di Adamo.
Voi mi parlate nella vostra lettera di essere affetto da malattia, ed io che un pochino m'intendo di malanni, v'ordino, come rimedio, l'aria mite di Milano, perché alla vostra fibra elastica e nervosa l'aria vibrata dei Monti non è certamente utile (18). Date tregua a quei pensieri che di troppo vi molestano e statevene cò più modesti, fra cui io azzardo porre anche quello che a me avete dedicato, e così m'avrò vostri scritti che tanto mi fanno di bene. Ché se veramente non sapete a chi far versi, non dovete dimenticare come io non manchi a leggerli, e sempre volentieri (19).
Carissimo ingegno, non fu certo in poltrona ove io lessi la vostra lettera, ma bensì a letto, in una modestissima stanzetta nel paese di Villafranca, ove sono da 15 giorni e dove mi fermerò tutto l'ottobre, unicamente per respirare un'aria meno umida e puzzolente di quella che si odora e gode a Mantova. Perdonatemi il tono confidenziale con cui vi ò scritto, ma alle persone che stimo non so parlare il linguaggio del complimento. Abbiatevi i miei cordiali addii e piacciavi mettermi nel numero delle vostre amiche

Leopoldina Paulucci "


"Mantova, 20 novembre '57

Pregiatissimo Ippolito,
Voi mi scrivete felice e superbo, io vi rispondo piangente e trafitta nell'anima. Oggi una lettera di persona a me strettamente legata mi porta avviso doloroso e senza conforto. Fortuna vuole che a correggere tanta amarezza mi arrivi contemporaneamente il vostro scritto, la lettura del quale mi à dolcemente distratta, ma, che volete? mi è sembrato breve quel vostro foglietto e benché letto più volte, ò pur dovuto tornare alla pena che mi afflige.
Vi prego, fate che io possa leggere la difesa da voi trattata (20). Se ne avete copia, inviatela o fatemi sapere come posso procurarla: mi si dice essere lavoro di molto merito. Mi figuro assai bene l'entusiasmo che avrà destato in Milano il vostro caso, e più ancora in Torino, ove non si lascia mai inoservata occasione per mettere a buona luce la selvaggia maniera di procedere dei nostri giudicj. Il popolo, amico mio, sente altamente e ove egli possa lasciar libero corso agl'istinti generosi, lo vediamo sempre portato e con entusiasmo a difesa dell'oppresso. Dio voglia che all'Appello vi venga rimessa la pena, ché davvero, in caso diverso, ne sarei dolentissima (21); ad ogni modo che io sappia a quale adrizzo (22) abbia ad inviarvi miei scritti. Ma fu bugia, se dissi d'avervi diretta una lunga lettera: non la riceveste, perché fui a tempo d'impedirne l'impostazione. Nel giudicarmi, portate sempre l'impronta di cattiva prevenzione, ma avete grandissimo torto.
Come magnifico deve essere lo spettacolo del lago, in queste ridenti giornate (23), e voi, più d'ogni altro impressionabile, dovete sentirne tutta l'influenza, e contornato da quanto di bello à la natura, di quanto di gentile può avere il bel sesso, voi dovete sentirvi poeta più appassionato che mai nol foste (24). Invidio la vostra sorte, mentre io pure ò un'anima che certo non fu creata da Dio per occuparla di noje e dolori. Oh se fossi nata uomo! Non languirei in così meschino paese, per quanto voi lo troviate bello e superiore ad altri (25). Piace anche a me che vantiate di essere diverso dagl'altri: questo mi convince che avete la coscienza di essere di loro migliore.
Scrivetemi, fatelo vi prego, ò bisogno di conforto e di intendere alcuno a parlare con buon senso. Lasciatemi mettere questa tassa alla vostra penna, la quale, annojata di tragedie, di romanzi, non troverà mal volentieri, come a riposo, qualche momentino da dedicarmi. Le noie di casa corrispondono alla vostra cortesia. Statevi sano e credetemi

Dev.ma Leopoldina Paulucci"

Beatrice Melzi d'Eril, cugina di Ippolito Nievo e moglie di Carlo Gobio. Incisione, 1855


"Mantova, 14 gennaio 1858

Ippolito carissimo,
Finalmente vi rimando la scheda che sfortuna non mi permise di fare piena di nomi, come era mia intenzione (26). Accettatene il buon volere. Vi prego a perdonare se così poco pulita ve la rimetto; spero che non vi farete un'idea, da quella, della nettezza delle mie mai.
Del resto, amico pregiatissimo, il mio umore à subito un cambiamento quasi sensibile: non sono più così triste, come per lo passato e sento l'animo mio non così impressionato rigidamente al dolore.
Non so davvero a cosa attribuire questo mutamento, mentre le mie condizioni sono perfettamente le stesse di alcuni mesi fa. A voi, osservatore del cuore umano, ne domando la spiegazione. Ma non portate, nell'indagarne i motivi, la solita maligna prevenzione. Scrivetemi, poltrone, qualche cosa di voi, della vostra vita. Lo sapete, io leggo con avidità ciò che mi viene dalla vostra penna, e almeno senza fare grave torto a me, a diritto d'essere geloso di questo mio innocente desiderio.
Pensate nello scrivere a me che io non m'accontento di un foglietto solo, ne voglio due, tre, quattro. Vedo che nemmeno undici anime bastano alle esigenze della vostra mente, mentre passano i mesi senza che mi mandiate vostre nuove. Addio adunque, non dimenticate che in me avete

L'amica Dev.ma Poldi

E' un mese che non esco di casa: sono mezza morta di freddo".

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