nelle veglie
e nei sogni
di Fausta Samaritani
Il giorno 28 dicembre 1848 Ippolito Nievo accompagnava
lamico Attilio Magri in visita alla famiglia Ferrari, che abitava in via
San Domenico, a Mantova. Sapeva che
Attilio era perdutamente innamorato della giovane Orsola Ferrari, ma non immaginava
che quel giorno avrebbe conosciuto Matilde, una sorella di Orsola, e si sarebbe
innamorato di lei a prima vista.
Limmagine della ragazza, avvolta in un aereo vestito
di mussola color canna, con un fazzoletto nero morbidamente annodato al collo,
le mani coperte da mezzi guanti che lasciavano intravedere le dita rosee,
gli occhi abbassati sopra un lavoro di maglia, rimase impressa nella sua memoria;
ma Ippolito era proiettato verso una grande avventura, un viaggio che lavrebbe
portato per molti mesi lontano da Mantova.
Il 12 gennaio 1849 era a Firenze e soggiornò in Toscana
fino ad agosto. Nessun amore o legame affettivo poteva trattenerlo, poiché
aveva deciso di completare gli studi in un paese libero dove, partito il Granduca
di Lorena, si era installato un Governo provvisorio e si sperava in un sistema
democratico. Lamore per Matilde poteva attendere.
Tornato a Mantova a fine agosto 1849, Ippolito Nievo
aveva riallacciato strettissimi legami con lamico Attilio Magri. Si recavano
insieme a San Giovanni di Roncoferraro, dove la famiglia Ferrari soggiornava
in una casa di campagna. Mentre Attilio aveva palesato ad Orsola il suo amore,
Ippolito, più timido, corteggiava con discrezione Matilde.
Sessantanove sono le lettere
damore di Ippolito Nievo a Matilde Ferrari, ancora oggi di proprietà
dei discendenti di Matilde. Cè poi la minuta di lettera che si conserva
in un altro archivio: non è né datata, né risulta spedita alla destinataria.
Marcella Gorra assegna questa minuta ai primi di gennaio 1849, quindi ai giorni
immediatamente precedenti la partenza di Nievo per Firenze. Tutte le altre
lettere, ad iniziare da quella con la data 26 febbraio 1850, furono scritte
in un limitato arco di tempo.
Elsa Chaarani-Lesourd, attenta studiosa di Nievo, mi
pone questa domanda:
Possibile che ci sia una interruzione di tredici mesi in questo epistolario?
Lo stile e i contenuti delle prime lettere fanno pensare altrimenti. Quali
dati aveva Marcella Gorra, per far risalire ai primi di gennaio 1849 una minuta
priva di data?
Una risposta può essere questa:
Poiché sulla minuta si legge: Scrivo addolorato
e mesto la mia prima lettera damore e sulla
lettera del 26 febbraio 1850 si legge: Matilde. Io le aveva scritto
unaltra volta, la Gorra evidentemente considerava
la minuta antecedente alla lettera spedita. E fino a questo punto, si può
essere daccordo con lei.
Ma poiché sulla minuta si legge anche: Oh quanto
eran per noi felici quei giorni di quiete, e di amore, in cui il mio spirito
in mezzo alle campagne si inebriava damore, possiamo immaginare che a Mantova, in mezzo alla nebbia invernale della
pianura padana, fra il 28 dicembre e i primi di gennaio nessuno vada a spasso,
felice e innamorato, nella quiete della campagna. Bisogna quindi posticipare
la minuta almeno a settembre 1849, quando Nievo, tornato dalla Toscana, con
Attilio Magri iniziò a frequentare la casa di campagna della famiglia Ferrari.
Ben altre sorprese rivela un attento esame comparativo
del testo dei due documenti, cioè di quella prima minuta _ non datata e non spedita alla destinataria
_ e della lettera che invece fu recapitata
a Matilde.
Per maggior chiarezza le trascriviamo. Alcuni passi
sono sottolineati col grassetto.
La minuta senza data
Matilde! Matilde! _ oh Dio come scrivo addolorato e mesto la mia prima lettera damore! La mia anima senza conforto si perde nei misteri dellavvenire, il cuore sommerso nellangoscia mi balza nel petto come per febbre, e le mie povere labbra, avvezze ai sospiri non sanno che ripetere, amami, amami sempre. Son le ore di notte _ Il mio povero amico si è coricato già da tre ore: ed ora solamente, un incubo di dolore ho chiuso le sue ciglia. Matilde lo dirò io? egli ha pianto finora, egli ha singhiozzato come un bambino lunge dalla madre. Invano la voce dellamico gli ha volto tante parole di conforto! Che giova agli infelici limpotente garrito che si chiama conforto! _ Son le tre ore di notte Egli ha chiuso gli occhi ad un sonno peggior della morte; ed io io che non posso consolarlo, io che con tutto il mio sangue non potrei tergere una delle sue lagrime, io devo vegliar presso a lui senza speranza, come la madre che veglia la salma del morto bambino! _ Nel martirio dei suoi fantasmi, nellorrendo martirio delle sue visioni, egli chiama ancora la sua Orsola, egli la benedice _ Misero! allo svegliarsi cosa gli resta? il pianto, il pianto.
Felice
troppo che egli può pianger ancora! Oh se io dovessi gustare il fiele che
egli ha assaggiato, io che piangere non potrei, stretto tra mille ambascie,
senza poterne versare alcuna, affogherei dal tormento.
Matilde! Matilde! io tamo come si può amare una donna!
io tamo col trasporto della passione, collimmensità dellestasi! Chio ti
vegga un solo momento, chio ti volga una sola parola, e più non domando;
perché quello è il mio Paradiso. Oh non voler
distruggere una sì pura illusione che si è incarnata con me, e che sola mi
regge in vita! Vola nel labirinto del mondo, come la colomba che fugge il
fango per non insozzare la candidezza delle sue piume: La società è un inferno,
un inferno in cui si mescono i più santi, i più [
] affetti,
una [
] in cui il traditore siede
accanto al tradito, in cui la fede si accompagna collinganno, e linnocenza
col delitto.
Io tho incontrato
o Matilde! _ io tho fatto un dono della mia vita _ Il fuoco del mio amore,
la lena della mia mente, io tutto insomma son tuo. Il mio amore è grande come il pensiero; e solo che tu lo voglia, il mio
amore sarà eterno. Cosa posso io dirti di più? Nulla! Perché la favella umana
non può esprimere i sensi infiniti dellanima? perché la penna non può
scrivere, la forza la passione dun solo sospiro?
Povero Attilio! _ Oh, perché dunque la disperazione si è posata sulla sua anima che jeri era aperta alle care fantasie della speranza! perché ha egli pianto? Io non lo so! _ Oh se tu lo sai Matilde! oh per pietà volgiti alla tua sorella _ Ella è buona, buona assai. E impossibile che i patimenti duno sventurato non commuovano le viscere duna creatura angelica? _ Dille _ chegli ama lei, comio amo te. Dille _ che sella ebbe verso di lui alcun torto, oh lo ripari subito, perché ella cercherà invano in questo mondo deserto da ogni virtù un cuore più fedele del suo. _ Insomma! Posso io Matilde, sperar che tu mami? Oh, se posso, fa che io speri anche la felicità del mio misero amico.
Ora egli dorme,
ma segli sa chio ti scrivo, egli sa chio penso a lui, egli spera forse
che anche la sua Orsola sospiri per lui.
Oh quanto erano per noi più felici quei giorni di quiete,
e di amore, in cui il mio spirito, in mezzo alle campagne si inebriava di
amore, e beveva sorso a sorso il calice della felicità. _ Le ore che noi passavamo
presso allamico nostro erano ore celesti, il resto della giornata non era
per noi che un eco confuso, una memoria beata di quelle ore divine! Se una
parola usciva dal labbro di Attilio, era per parlare di Orsola, se una melanconica
armonia fuggiva dalla mia penna, era per rammentare Matilde. _ Ambedue eravamo
felici. Egli sicuro desser amato, io nel silenzio dun tacito amore _ dove
sono quei giorni? _ Essi sono fuggiti, essi più non torneranno _ ma se non
torneran quei giorni, perché non potrà durare laffetto, e la fragranza di
amore che li rendeva sì belli? Oh parla, parla
allOrsola!
oh mio Dio _ che non so più cosa mi scriva
! Ecco egli si sogna,
egli la chiama ancora.
O amore, amore vita della vita, anima dellanima nostra,
perché mesci tu dunque nella tua carezza tante amarezze e così pochi contenti!
Fino dal primo giorno chio ti vidi un sentimento segreto
indefinito penetrò nella mitezza de miei affetti, il sentimento damore.
Il mio spirito sera ingrandito, egli spaziava nel
cielo e la vita che mi pesava come una noja era diventata mite leggiera come
lala dun angelo.
Luomo che non ama è come un viandante smarrito in
questa valle di lagrime! ogni sventura lo opprime, ogni rischio lo spaventa,
ma quando ci sente unanima che risponde ai gemiti della sua, e quando egli
trova un cuore in cui versare la piena dei suoi affetti allora egli è forte
allora egli cammina con passo sicuro verso il suo destino fossanche alla
morte? Trovare, o Matilde, unanima pura come la tua, trovare in lei lo specchio
delle immagini più sante dei pensieri più delicati e divini, confidarsi con
lei con la cieca fiducia della passione, raccogliere i suoi sospiri, sentire
il profumo, il balsamo verginale del suo fiato, oh non è questo un Paradiso
per luomo?
Son le dieci del mattino. Attilio è partito, ei mha baciato ma quel bacio non era per me. Matilde due sole parole io voglio da te, una parola damore, ed una di conforto pel mio desolato amico; io tamo, io tamo con tutte le forze del mio spirito: se tu lo vuoi può certo farti felice il tuo
I puntini di sospensione rappresentano parole che Marcella Gorra non è riuscita a decifrare.
Matilde _ Io le aveva scritto unaltra volta; le aveva scritto a lungo, perché sperava chella avrebbe avuto compassione se non di me, almeno del mio povero Attilio; Dio non ha esaudito i miei voti, e Dio solo ne sa il perché. Ma la speranza io lho ancora; la speranza non mi abbandonerà giammai, fino a che un soffio di vita riscalderà le mie vene. Oh non vha bisogno, Matilde di scrivere chio lamo! Sella sapesse quante volte questa parola io lho proferita! Lho proferita sfiduciato di tutto e fin di me stesso; lho proferita nellebbrezza dellestasi, e nellorrore della sciagura, nelle veglie e nei sogni, nelle allegrezze, negli stenti! Il suo nome è stato il mio angelo, e lamore la sola mia vita: senza di lei cosera per me il futuro? Era un deserto era un inferno , e quel deserto, quellinferno mi spaventavano assai più della morte. Io sono stato otto mesi lontano da lei; sono stato otto mesi senza vederla! Senza vederla? No; non è vero! Io la vedeva sempre, io la vedeva davanti agli occhi miei, come unaurora di pace, ma quellaurora era un fantasma, e quando io desioso stendeva le mani per abbracciarla, quel fantasma fuggiva, fuggivano con esso le più soavi illusioni dellanima mia ed io restava solo, senza presente, senza avvenire, abbandonato da tutti.
Ma finalmente io son tornato! Son tornato in questa cara Lombardia, cara perché è il paese di Matilde! Oh come esprimere i sentimenti che mi balzarono in cuore nellapprossimarmi a questa terra beata? Oh lo confesso, Matilde, e quasi mi vergogno nel dirlo. Non era per riveder mio padre, non era per riabbracciare mia Mamma che palpitava il mio cuore, vera unaltra cagione a suoi palpiti, più potente ancora, e santa al pari dellamor figliale! Una cagione misteriosa e segreta, una cagione veemente e pura, che aveva nome lAmore.
Lascia chio
mi ricordi sempre del primo istante che ti rividi! Lascia chio pensi sempre
a quel momento divino in cui locchio affaticato e piangente si riposò felice
sulla tua fronte! Non è vero che il tempo fugge per non tornar più indietro:
quel momento io lo tengo sempre nel mio cuore, la memoria vive con noi, e
ci accompagna al di là del sepolcro.
Matilde! Matilde! Io lamo come si può amare una donna! Io lamo col trasporto della passione, collimmensità dellestasi! Chio la vegga unora sola, chio le parli un solo minuto, e più non chieggo a Dio perché quello è il mio Paradiso. Il mio amore è grande! Grande come il mio pensiero, esso diverrà eterno sol chella lo voglia. Cosa posso io dirle di più! Nulla! Nulla perché la favella degli uomini non può esprimere i sensi infiniti dunanima.
Luomo che non ama è come un viandante smarrito in questa valle di lagrime; ogni sventura lo opprime, ogni pericolo lo atterrisce, ma quando egli sente unanima che risponde ai gemiti del suo cuore, quando egli trova un seno in cui versare la piena de suoi affanni, allora egli è forte, allora egli cammina con passo sicuro, e non teme di sfidar il destino! Trovare, o Matilde, unanima pura come la sua, ravvisare in lei lo specchio delle immagini più caste, dei pensieri più angelici e soavi, confidarsi in lei colla cieca fiducia della passione, raccogliere i suoi sospiri, sentirsi sulla guancia il profumo virginale del suo fiato, oh non è questo il Paradiso per luomo?
Oh quanto eran felici per me quei giorni di quiete e damore, in cui lo spirito della vastità delle campagne, sinebriava di sogni, e beveva a sorsi, a sorsi il calice della felicità! Le ore chio passava vicino allamor mio erano ore celesti, il resto della giornata non era che un eco indistinto, una reminiscenza di quelle ore beate! Se una parola usciva dalle labbra di Attilio, era per parlare di Orsola; se un canto, una melodia sfuggiva alla mia penna, era per rammentare Matilde! Dove sono quei giorni? Quei giorni non tornano più; ma perché non durerà sempre quellaffetto sì caro, quella fragranza di amore che li rendeva tanto sereni?
O amore! amore, vita della vita, anima dellanima,
perché mescere nella tua tazza tante amarezze e così pochi contenti? Quando verrà, o Matilde, il giorno chio sarò certo dellamor suo? Dio
voglia, che egli sia vicino, e chio possa dirle: Ecco i nostri destini uniti
per sempre! Sì, per sempre; perché una promessa uscita dal mio labbro sarà
mantenuta anche a prezzo di tutto il mio sangue, perché il mio amore è santo
e leale!
Quando lanima
va spaziando leggera e contenta nellideale delle sue speranze, quando ella
ama nel silenzio e nel raccoglimento, il balsamo della felicità si spande
come per incanto sulla sua esistenza, ed ogni anelito del cuore è interprete
allo spirito duna voluttà di delizie. Fin
dal primo giorno chio la vidi, o Matilde, un sentimento indefinito penetrò
nella mitezza de miei affetti: conobbi allora che il mio avvenire era deciso,
e sentii la vita che prima mi pesava come una noja, alleggerirsi e volare
nei vortici del pensiero come lala dun angelo. Il mio spirito sera ingrandito:
egli abbracciava tutto luniverso perché abbracciava lamore.
Matilde! Matilde! E la prima volta chio amo! . Deh lascia che io tami sempre! Deh non distruggere questa speranza divina che si è incarnata con me! Lascia chio speri di poter unire un giorno la tua vita alla mia: Scrivimi una sola parola, una riga di conforto e sarò troppo felice! Perdona, se la passione detta le mie parole; perdona allamor mio, e credi che se vè uomo che brami di farti felice, se vè uomo che ti possa essere riconoscente della tua compassione, quelluomo son io! Matilde, Matilde! fa chio possa sempre chiamarmi
Il tuo Ippolito
26 febbraio50
Che cosa può essere accaduto, in quei giorni di fine
febbraio 1850?
Fra Attilio ed Orsola cera stato un litigio, e la profonda
frattura aveva ferito il ragazzo. Ippolito e Attilio avevano passato la notte
forse a Fossato, nella casa di campagna dei Nievo e la mattina dopo Attilio,
sconsolato, era tornato da solo a Mantova. Durante la notte Ippolito aveva
buttato giù la minuta della sua prima lettera damore, in cui chiedeva pietà
per il suo povero amico piangente e innamorato. Prima di ricopiarla e spedirla
aveva meditato, forse si era consultato con Attilio e aveva preferito recarsi
direttamente in casa
Ferrari, per patrocinare le ragioni di Attilio presso Orsola. Era tornato
con un nulla di fatto. Ma ormai aveva svelato ad Attilio i suoi sentimenti
nei confronti di Matilde. Riprese quindi in mano la prima bozza, non trascrisse
i brani che scoprivano i sentimenti di Attilio, che forse gli aveva chiesto
una maggiore prudenza e approfondì invece i temi del suo amore per Matilde.
I testi dunque, in parte coincidono perfettamente, in
parte differiscono ma con varianti trascurabili, in parte sono totalmente
diversi. Una cosa è tuttavia certa:
la minuta e la lettera sono state scritte a distanza di un giorno o poco più.
Una lettera di Ippolito Nievo ad Attilio Magri, datata
26 febbraio 1850, fornisce altri particolari sui fatti accaduti. Nievo parla
anche della lettera damore che ha appena spedito a Matilde.
Lettera di Ippolito Nievo ad
Attilio Magri
Attilio _ Ai tuoi dubbii di jeri mattina io rispondo col pregarti di un favore che non saprà certo rifiutarmi il tuo buon animo _ Spero che i dubbii svaniranno ora che io ti confesso così sinceramente coi fatti lanimo mio. Spero che essa accetterà questa mia lettera, perché se non lo sperassi, se non fossi persuaso del suo buon cuore, io mavrei ammazzato piuttosto che dirle una parola meno che indifferente. Ma se ella non mi amasse? se ella rigettasse queste mie poche righe? se ella non le degnasse neppur duno sguardo? Allora il mio partito è preso. Io la amerò lo stesso; io la amerò sempre, perché io posso bensì mutar dopinioni ma non mai di affetto; ma io fuggirò lontano io non la vedrò mai più e lo giuro sullonor mio. Che Dio faccia vano questo giuramento, e allora sarò pienamente felice.
Domenica sera io sarò a Mantova. Immagina con qual cuore io ti attenderò In ogni evento io non cesserò di essere e nei contenti e nelle amarezze il tuo più fedele amico.
Ieri sera sono stato da loro per ben tre ore. Laugurio è buono perché mi sono consolato dalle occhiate benigne della mia Matilde. Mia? A rivedersi Domenica sera.
Il tuo Ippolito
[Fossato di Rodigo] 26 Febbraio 50
La lettera dIppolito Nievo ad Attilio Magri è stata
scritta proprio il 26 febbraio 1850, giorno in cui Nievo indirizzava a Matilde
la sua prima lettera damore: questo fatto prova, ancora una volta, che
la minuta e la lettera a Matilde sono contemporanee.
Un altro abbozzo della missiva damore a Matilde fu
pubblicato nel 1931 da G. Botturi in Il primo amore di I. Nievo.
Unaltra minuta, senza data
né firma
Signora Matilde! _ Io le avevo scritto unaltra volta, le avevo scritto a lungo perché il mio cuore nuotava nellaffanno e io non avevo unanima in cui versarlo. Il mio pensiero era allora oppresso, in preda alla più orribile angoscia ed io non sapevo che fare per alleggerirgliene il peso. Ho sperato che ella si muoverebbe a compassione se non di me, almeno di lui. Dio volle che leffetto non corrispondesse al mio voto e Dio solo ne sa il perché. Ma se io mi volgevo a lei nel patimento, perché non potrò parlarle quando vivo nella fiducia e nel contento? Oh chio mi ricordi sempre del primo giorno che la vidi! Chio mi ricordi sempre quel momento celeste in cui locchio mio affaticato si riposò sulla sua fronte Matilde, Matilde, oh lascia chio tami sempre! Deh non distruggere questa illusione beata, che sè incarnata in me! Lascia chio speri di vedere un giorno i nostri destini baciarsi insieme e confortarsi in uno solo. Dimmi una sola parola di speranza, scrivimi una riga di conforto e lanima mia si farà più leggera e lamore più caldo!
Come commento a questa seconda minuta della lettera,
Marcella Gorra, in una nota a pag. 885 dellEpistolario di Nievo, scrive testualmente:
Questabbozzo può suffragare il carattere di esercizio letterario delle lettere a Matilde.
Un giudizio non possiamo condividere.
Sono queste le prime lettere damore di un ragazzo di
diciannove anni, che ha avuto uneducazione severa e vede la donna amata come
una presenza angelica, asessuata, degna del Paradiso, squisitamente sensibile,
dominatrice dei sogni, un vero nutrimento dellanima. Nievo è un naricisista,
evade dalla realtà, è impreparato di fronte ad una donna in carne ed ossa,
con stimoli, pulsioni sessuali, con desideri borghesi solidi. Il suo amore
è destinato alla delusione, proprio perché fin dallinizio egli ha paura di
perdere la sua donna, come sta accadendo allamico Attilio. Il dramma damore
che Attilio Magri attraversa fa scattare in Nievo la necessità di rivelarsi
a Matilde, unico modo per tenersi aggrappato a lei. Lamore invece naufraga
pochi mesi più tardi, quando Nievo scopre la sessualità di Matilde che da
un angelo si trasforma ai suoi occhi in donna lussuriosa, seduttrice e quindi
avida e infida.
Matilde e Orsola nellAntiafrodisiaco per lamor
platonico sono rappresentate come predatrici
dal vorace appetito, pronte ad ingoiare gli inesperti e candidi Ippolito e
Attilio in un solo boccone e ad ingabbiarli nel matrimonio. Nelle opere di
Nievo tutte le donne positive, come Clara de Le Confessioni dun italiano,
sono angeli custodi, sono sorelle affettuose o madri tenere o infermiere pietose.
La controparte negativa di questo tipo di donna è rappresentata dalle seduttrici,
che per Nievo sono avide, impure, calcolatrici. Una stessa donna _ così Nievo
ha visto Matilde _ a seconda delle circostanze, può assumere entrambe le fisionomie,
e da angelo mutare in avvoltoio.
Non possiamo accettare quel giudizio sbrigativo di Marcella
Gorra che le lettere a Matilde siano state un puro esercizio letterario,
giudizio che senza ulteriori approfondimenti è passato ad altri critici. Al
contrario, fu un amore vero e sofferto e che produsse ferite insanabili. Ippolito
Nievo si dimostrò poi incapace di costruire un rapporto saldo e duraturo con
una donna.
Fu passione vera la sua, ma rarefatta e immateriale,
immatura quindi, incapace di sopravvivere di fronte alla realtà di una donna
sessualmente matura, sotto unapparenza di vergine casta.
Il fascino della Pisana, una bambina ma dalle fantasie
di donna, è tutto qui.
Fausta
Samaritani
© Fausta Samaritani 2000
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Roma