I Villani

Dipinture morali di Ippolito Nievo

(6 Continua dal numero precedente) Note a fine pagina

V. La casa dei mezzajuoli

XXXIV_Oggi … stasera… continuò con voce quasi piangente, si saprà da Mantova la ventura toccata allo sposo… e in verità io non ebbi cuore di correrle incontro lassù da quella buona famiglia, e ho mandato in mia vece don Pietro il quale dee riferirla incontanente a me… ma già è tardi assai… e non so… ma quasi sarei indotto a pensar male…
Due lagrimone grosse come due nocciuoli [i] fecero capolino dalle palpebre aggrinzate del vecchio; e in dieci rigagnoletti gli si sparsero per le rughe delle guancie.
_ Don Pietro? non sarebbe questi per l’appunto che capita ora? diss’io guardando pei vetri della porta e alzando il saliscendi.
Un vecchio prete d’antico stampo ma di candida e robusta fisionomia si precipitò in quella nella bottega, e ridendo e piangendo buttossi al collo del signor Giuliano. Se quella fosse stata una rappresentazione drammatica il sipario poteva ben calarsi addirittura, che tutti avrebbero capito senz’altre parole che lo sposso della Pellegrina era salvo.
_ Si… si… l’è tornato lui stesso, balbettava il reverendo [ii] con una certa pronunzia che ricordava meglio l’avita zappa che il breviario e la Somma. _ L’è tornato!… Oh se vedeste Giuliano… che consolazione! suo padre!… sua madre!… Basilio!!!…la Pellegrina!!!!! Questi quattro nomi cantò il povero prete con un crescendo tutto rossiniano; indi cadde sulla seggiola allato del compare non rifinendo dall’abbracciarlo; e il mio compagno che rientrava in quella, fermando l’occhio nel gruppo di que’ due vecchi quasi fulminati dalla gioja, ne restò al par di me intenerito.

XXXV _Don Pietro si tolse alfine da quello sbalordimento di commozione e voltosi balbettando a Giuliano
_Presto, gli disse, lassù ti attendono…voglio dire da compar Titta, (così chiamavano il suocero futuro della Pellegrina) ed io stesso promisi di condurti…
Giuliano fece per rispondere cogli sguardi, ché colla voce non poteva ancora: ma le lagrime gli facevano groppo, gli occhiali erangli andati di traverso e non seppe esprimersi altrimenti che col buttarglisi di bel nuovo al collo.
_Via! borbottava don Pietro atteggiandosi a stoico, e scrollava intanto dalle ciglia un’ultima lagrimetta. Via! non bisogna lasciarsi sopraffare dall’allegrezza fuor di misura! alla fine poi è giustizia, e dovevamo aspettarcela da Dio…da Dio che…
_Andiamo! rispose Giuliano alzandosi con impeto giovanile. E se io non era, si sarebbe dimenticato in quel primo slancio cappello e bastone. _Ma ella… ella non viene? proseguì timidamente volgendosi a me.
Io diedi un’occhiatina a lui, un’altra al cielo, una terza al mio compagno. Cosa volete? il poveruomo era così contento, la notte tanto serena, l’amico rassegnato per modo, che tantosto risposi.
_Si, signor Giuliano! verremo anche noi.

XXXVI _Ora mi convien tornare a un personaggio principalissimo del racconto, troppo al lungo trasandato. Il ronzinello dunque, giacché mi tocca dire di lui, era annoiatissimo di quell’eterna fermata. S’era egli svagato qualche poco pensando ai casi suoi; ma da ultimo il tedio di se stesso, tormento delle anime grandi, l’ebbe ridotto a tale, che dimentico d’ogni creanza avea preso a mondare dall’erba un cantoncino del ciottolato, dove non era passata la raspa dello stradajuolo. Monda e rimonda, quando uscimmo per salire il biroccio, s’era egli già slontanato un tiro di schioppo; pure siccome gli animali si lasciano persuadere assai facilmente (impariamo noi uomini) così un sol tocco di redini lo rimise sul mezzo della strada.
_Signor Giuliano!… avanti!… coraggio!… gridava io vedendo avanzare nessuno, e scordando che c’era di mezzo, oltre agli ottant’anni, la debolezza delle ginocchia.
_Temo che lassù arriveremo domattina; soggiunsemi don Pietro che venìa sorreggendo il compare.
Allora all’amico mio soccorse una di quelle idee madri, per cui Michelangelo ebbe a creare il Mosé, e Bonaparte portò via la vittoria al ponte di Arcole.
_Ebbene! fece egli: perché non monteremo tutti e quattro?
Brigliadoro tremò per tutta la groppa.
_Abbi pazienza! dissi io ricomponendogli la criniera: Abbi pazienza, ippogrifo ed asinello mio!… Qui l’amico parla bene, e tu nulla troveresti da opporre. Del resto terremo conto dei meriti tuoi e delle forze: né giunto alla meta, lo giuro in fede di cavallo, sarai fraudato della solita avena.

XXXVII _Così s’era proposto, ventilato e deciso fra noi tre, Giuliano e il buon reverendo furono acconciati sul sedile, e in mezzo a loro, tanto a suo agio come si può stare in Turchia sulla cime d’un palo, il povero amico. Io ritto sul di dietro, le redini tra mano, come un pilota al timone dirigeva la barca; e colla bonaccia del Giugno fu un vero miracolo che in mezz’ora corressimo quasi due miglia. Oh mille volte fortunato il pittore pedestre che si fosse abbattuto per caso in sì bizzarro carico d’uomini! Ma di tanta ventura nessuno fu tenuto degno; e un solo cagnuolo smarrito incontrammo per via; il quale ci accompagnò lunga pezza di plaudenti latrati. La clementissima luna ci sorrideva dall’alto: le anime nostre traboccavano siffattamente di gioia che anche adesso a pensarci, per volare in Paradiso non sceglierei veicolo e compagnia diversa da quella.

XXXVIII_Certamente se gioia terrena può dar immagine della celeste, non trovo a raffigurarla più degno spettacolo di quello che mi si offerse appena entrato nella casa dei mezzajuoli. Basilio poi, Basilio era letteralmente trasformato da quella contentezza che pochi vogliono e sanno gustare, eppure sarebbe così facile! Tanti affetti gli facevano ressa al cuore, da non restarvi campo alla sorpresa per quella mia subita apparizione; onde abbracciato teneramente il fratello, senza pur salutarmi come ci fossimo veduti il giorno dietro, mi si rovesciò addosso né più né meno. E stringendomi al petto, e ridendo e piangendo.
_Non aveva io ragione? balbettava: non aveva io ragione? E in questo dire singhiozzando più forte mi si serrava nuovamente al collo.
Intanto augurii, saluti e baci si iteravano fra la Pellegrina, lo zio Giuliano, il fidanzato e l’altra gente della famiglia; e tutti i lavoratori e le femmine della masseria stavano lì intorno colla bocca aperta, gli occhi lagrimosi e le mani al cielo. Insomma! gli era un quadro, ve lo assicuro io, che messo all’Esposizione porterebbe via tutte le medaglie, innamorerebbe tutti i cuori, e proverebbe la felicità [iii] benché tapinella e travestita, abita ancora questo mondo e non è volata via, come ci vorrebbe dar ad intendere qualche corvo dalle male nuove._Non aveva io ragione, seguitava a dire Basilio: e nel levarmisi daddosso, mi scoccò sulle guancie due bacioni così fatti che avrebbero ripescato la bontà nel cuore di Mefistofele.

XXXIX_Non seppi allora il perché, ma veggolo ora e spiegherollo più innanzi, il fatto sta che io strinsi la mano di quel beatissimo Basilio rispondendo:_Si, che hai ragione!…
Certo se al mondo non è perfetto bene, avvi almeno il minor male, e questo giova cercare. Cotale era stata io credo l’opinione di Basilio nell’aprire le mani ad ogni larghezza dietro l’esempio della Provvidenza: ché se la mente schiava degli utili singolari, si volgesse affatto al vantaggio comune, conosceremmo che a questo coopera di rado assai la cura scrupolosa delle robe proprie, come quella che nei costumi induce una tal quale occhiuta rigidezza che ben davvicino confina coll’avarizia e colla crudeltà. Così parrebbe a me sublime il costume dei prodighi se da raziocinio movesse e non da leggerezza e noncuranza del futuro, e se le opere loro più che all’utile altrui non tendessero ad un infruttuoso disperdimento. Infatti veggiamo il più delle volte le campagne di tal fatta di gente abbandonate ed incolte, deserte e infelici le industrie, e con ciò miseri i coloni e gli operaj.
Ma, come dissi, la prodigalità, ove fosse da giudizio informata, mi parrebbe cosa al tutto divina; e veramente imiterebbe il costume di Dio, il quale tutto diede agli uomini sul principio, e lasciò poi libera d’agire l’indole loro. La spensieratezza è dunque condannabile a mio avviso quando trascura le origini della produzione, non quando concede copia de’ suoi beni a chicchessia. San Francesco sapeva questo, e non prese a trafficare le proprie ricchezze per poter dare di più, ma distribuì addirittura ai poveri quanto si trovava avere. Chi sa? forse dietro un banco di mercante non sarebbe diventato quel Santo che divenne poi; certo io gli avrei minor venerazione. Ad ogni modo il buon fruttificatore delle cose sue, che ne lasci còrre il vantaggio a chi se ’l vuole, è un quasi impossibile esempio di generosità: e se quel suo ben fare sembrasse cieco, non sarebbe da accusarlo per questo di sciocchezza, giacché è anche somma d’ogni generosità lasciarsi quasi rubar di mano il beneficio, frodando sé stessi di quel contentamento delle anime piccole che è la lode, e acquistando sovente fama di capocchieria per bello studio di modestia. Basilio aveva condotto le cose a quel modo, e le cose erangli riuscite da ultimo a bene. Così anche negli amori della Pellegrina aveva lasciato correr l’acqua alla china; e Dio sa se in qualche vagheggino mellifluo e azzimato avrebbe trovato l’ajuto che s’ebbe egli dappoi dal promesso della figlia e da quei buoni contadini! Le anime schiette si annusano [iv] da lunge; e questo a Basilio era bastato di conoscere in quel giovane innata la bontà; perloché piacendo esso a Dio ed alla Pellegrina, non vedeva ragione onde a sé dispiacesse. La mala ventura capitò indi a poco a provare l’eccellenza di questi suoi giudizii.

XL _Io so all’incontro di certi probi e avvedutissimi agricoltori, i quali girando per le fattorie in cerca di vitelli e di buoi, se a caso si abbattono in un giovinotto fittaiuolo che li meni ad una stalla odorosa di fieno e ben guernita di bestiame, pensando di botto fra sé: Oh il buon partito che sarebbe costui per la mia Polonia o per l’Agata, o per la Menichina! Né vale che abbiano incontrato lì fuori il bifolco cencioso e macilente, il famiglio giallo ed estenuato; ché per essi la buona custodia dell’armento è la prima qualità così d’un savio coltivatore come d’un buon marito. Oh logica, logica! perché se’ tu una scienza e non un arnese da porre sul naso come gli occhiali, ché io allora vorrei far di te dono a costoro, onde si accorgessero che gli uomini sono da più delle bestie, e che chi non ha cura ed amore pel suo simile poco curerà ed amerà la moglie, pochissimo i figliuoli, e farà quella infelice o svergognata, questi ignoranti o birbaccioni! Bene sta la domestica economia, buona cosa è lo avere campi ondeggianti di spiche, granai pieni di frumento; ottime sono le belle e numerose mandre pel prosperamento dell’industrie agricole, ma il massimo dei beni è vedersi intorno gente sana e contenta che liberamente ti serve e pur servendo, al suo bene serve, e ti ama!

(6 Continua)

Ippolito Nievo

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[i] Aveva scritto: "nocciulole"

[ii] Aveva scritto: "il buon reverendo"

[iii] Aveva scritto: "e proverebbe una volta per sempre che c’è la Provvidenza, e che la felicità". Il taglio di questa frase non sorprenderà i nievisti più attenti. Partito da un’educazione religiosa tradizionale, Nievo col trascorrere degli anni se ne distaccava sempre più. Finì per credere in una sorta di "Provvidenza laica e politica", insita nella storia. Il problema è appassionante e dibattuto: impossibile affrontarlo in questa sede

[iv] Aveva scritto: "si conoscono"