I Villani

Dipinture morali di Ippolito Nievo

(5 Continua dal numero precedente) Note a fine pagina

IV. Il domani di Basilio

XXVII_Pur troppo è vero! E Basilio ha un bell’alzare le spalle, ma egli s’è abbattuto in quel domani che deve dargli grande affanno! Così la pensava io, ma così appunto non fu; giacché il giorno dopo tornato io da lui per fargli i conti addosso e mettergli, se poteva un po’ di briglia, eccotelo venirmi incontro tutto ilare e chiacchierone, come se l’avesse guadagnato un terno allora allora.
_Bravo, gli diss’io, ora la so tutta!
_E cosa sai? rispose così come se si trattasse del re della China.
_So che in due anni ci hai aggrumato
[i] un debito così grosso, che non lo pagherai se arrivassi gli anni di Mattusalem.
_Ah si? rispose egli sbadatamente. Sarei forse stato io a contrartelo, ma la campagna almeno ha un po’ di buon viso!
_ Tanto bel viso, ripresi, che al tuo creditore ne verrà un giorno o l’altro [ii] l’acquolina in bocca e una bella mattina capiterà a dirti: "Caro Basilio, questa campagna è mia!"
_ Pover uomo! Se l’è sua che se la prenda, soggiunse Basilio sorridendo.
_ Sai mo’ che faresti bollir la bile ad un santo con questo tuo corbellare?
_ Si eh? Ho mo’ a frignare così per questo [iii] ? Tanto valeva allora lasciar questi magri campi così incolti e salvatici come li ho avuti, piuttostocché spendere e spandere danari e sudori [iv] per piangerci sopra!
_ Ma m’immagino che quella somma non l’avrai mica sprecata tutta a pettinare questo tuo fondo?
_ Sulla mia coscienza, non ce n’ebbi d’avanzo.
_ Madre santa! io esclamai.
_ Non v’è ragione onde stupirsi, riprese egli tranquillamente; la gente bisogna pagarla. E se ti dicessi che in questi cinque anni non ho messo in tasca un brustolino e che ci ho un’annata da pagare all’esattore?
_ Anche questo è vero, esclamai vieppiù sgomentato da quella calma, Dio buono ajutatemi! E mi misi le mani le mani nei capelli; ma fu presto Basilio a consolarmi, ripigliando:
_ Via, via Giuliano, acquietati! Il Signore ci ajuterà senza questa tua disperazione! Pellegrina, Pellegrina, gridò, ingrossa e dimena per bene la polenta quest’oggi, ché tuo zio resta a farci compagnia.

XXVIII_La Pellegrina era una ragazza così singolare e nuova alle cose di questo mondo che non volli attraversarle [v] il boccone con que’ brutti discorsi. Perciò tenni gli occhi nel piatto senza fiatare durante tutto il pranzo, il quale del resto l’assicuro io, non fu né grosso né lungo, giacché in tutto e per tutto c’era un pezzo di formaggio e un tegamino di funghi. Ma non appena la fu ita in cucina a sciacquarvi le stoviglie, ripresi a tasteggiare Basilio.
_ E dove ci tieni i conti? gli dimandai.
_ I conti? fece egli con tanto d’occhi; oh credi che sia un avvocato io? Ci aveva si le tessere [vi] , ma l’altro jeri era un po’ svagato, e le buttai sotto la pignatta.
_ Bravo! soggiunsi, andiamo di bene in meglio! E come sai così senza una nota che in cinque anni, come affermi, nulla hai guadagnato da questo tuo fondo?
_ Ecco, vedi, da questa banda il conto è subito fatto! Son venuto qui con qualche quattrino, ho speso nulla per me e per la Pellegrina; ad onta di questo non giunsi a saldar la partita dell’esattore, e son ricco come Giobbe. Non ti par chiaro abbastanza che di rendita non ce n’ebbi un bruscolo [vii] ? O ti bisogna metterlo in carta?
_ No, no, la cosa è chiarissima come il bel niente, risposi io, Ma i due primi autunni non ci avesti il vino? Qui la vendemmia è allegra, e dalle tine se ne spilla di quel buono!
_ Si eh? ma volevi ch’io abbeverassi alla Digagna [viii] que’ cinquanta uomini, che ebbi laggiù nei prati, per non so quanto tempo, a livellarli un tantino?
_ Buono anche questo! pensai. E il frumento?
_ O nel frumento, Giuliano mio, fui sempre disgraziato, e ne cavai una sola volta le spese! Gli è vero che l’anno passato ne misurai una cinquantina di sacchi, ma ci ho buttato sotto tanto concime, che, scommetto, ci vorranno altri due anni a compensarmene il costo.
_ E il frumentone?
_ Oh nel frumentone, vedi, ebbi proprio la mia provvidenza! Con esso pagai le gabelle… voglio dire le pagai sui primi quattro anni; con esso mangiammo la polenta io e la Pellegrina, cioè la mangiammo fino al mese passato, che ora mi convenne torne a presto due sacca fino al nuovo raccolto…
_ Oh Santo Iddio, lo interruppi, con quattrocento pertiche [ix] di terra ridursi a comperar la polenta!
_ Gran maraviglia! tu hai un bel parlare, ma avrei voluto vederti io, nell’inverno che ci abbiamo alle calcagne! Tutti questi poverini qui all’intorno dicevano: andiamo dal signor Basilio che è buono! Egli ce ne darà! e correvano da me e si davano la voce scambievolmente. Oh dimmi! Aveva io a prendermi sulla coscienza anche i morti di fame?
_ Benone! feci io, ma e la stalla non ti ajuta di nulla?
_ Nella stalla, è vero, non ci perdetti mai, e meno un bue sciancatosi nel prim’anno, non ebbi altre disgrazie. Ci ho poi quattro vacche svizzere! …
Oh che bestie! Giuliano, e che parti, e che latte, e che concime!
_ Dunque de’ vitelli ne avrai venduto qualcuno?
_ Si ne ho venduti, ma non me li hanno ancora pagati.
_ E il latte, dicevi, sarà buono da farne formaggio.
_ Oh circa il latte ed il formaggio la storia è bella! Ascoltami un po’ qual capo ameno d’un manzolajo [x] io m’aveva.

XXIX_Costui si chiama Fortunato, ed è in verità fortunatissimo uomo fra quanti girano sotto la luna. Figuratelo vedovo da anni senza figli tra’ piedi, vecchiotto ma ritto e robusto, curante de’ suoi comodi, lento e allegro al lavoro, sempre colla barzelletta o la risata per bocca. Ora tutti i giorni sulle quattro dopo mezzodì, assestata la secchia del latte sulla carriuola, andavasene egli fischiando al casello [xi] , il quale come sai, è un cento passi oltre il paese. Né lo si vedeva più all’Olmo infin sulle otto: e se partiva allegro, ti so dir io che tornando pareva addirittura un subisso. Col naso rosso, vedi, come una ciliegia, cogli occhietti che gli scoppiettavano come un focherello di ginepro, e lo scilinguagnolo tanto ben fornito di corbellerie, da farci tutti scompisciare. Senonché a me parevano troppe quelle quattro ore impiegate nel cammino di tre miglia, e in fin di settimana mi sembrava scarseggiare il formaggio in ragione delle quattro lattaje [xii] che ci avevano alla stalla. Immaginati che era molto se ne recava sei… libbre!
_ Perdiana! sclamai io.
_ Aspetta, aspetta, disse Basilio, e ci vedrai chiaro nel mistero.
_ Eh, ci vedo chiaro fin d’ora, ripresi, che quel mascalzone ti derubava sfacciatamente.
_ Parla, piano, mi rispose, che c’è lì fuori a dormir la meridiana.
_ Come, non l’hai cacciato quel ladro?
_ Ladro, ladro!… non è la parola. Aspetta prima che ti narri come l’andò la faccenda, dacché l’era così nuova e da ridere, ch’io non ebbi cuore di prendermela con lui. Senti dunque. Un dopopranzo tornando io dalla Volta mi fermai giù al paese a prenderci un caffè, ché aveva la gola così riarsa da non poter reggere fino a casa. Sai bene già, che quando si è lì seduti a bell’agio, parla con uno, bezzica l’altro, ridi col terzo, l’ora se ne va senza dirci niente. Or bene suonavano le quattro, ed io rimasto solo sotto la tenda, pensava già d’avviarmi all’Olmo, quando ti veggo Fortunato spuntare colla sua carriuola in fondo al paese. L’era quel giorno una caldura da cuocere il cervello, e il poveruomo veniva innanzi tossendo e asciugandosi dell’una mano la fronte, che gli gocciava di sudore. Ma giunto alla porta là della merciaja, eccolo che si ferma colla carriuola e dà una voce verso la bottega. Di lì a un momento la merciaja, si fa sulla soglia con un bel gotto di vino tra mano, e lui se lo tracanna allegramente, poi toglie una bottiglia che aveva tra mano quella buona donna, e la riempie di latte così generosamente da spanderne un mezzo bicchiere per terra. La merciaja riprende il bicchiere vuoto e la bottiglia piena, e Fortunato si rimette in via colla sua carriuola, tossendo peggio di prima. Ma indovina? Lì dal tessitore eccoti un altro benefico intoppo. Salta fuori un’altra donna, e questa ci aveva il tributo già pronto che spumeggiava in un tazzone. Né Fortunato seppe resistere, e lo scambiò con una buna misura di latte. Insomma a nove porte si rinnovò quella permuta affatto patriarcale di latte per vino, ed ad ogni volta Fortunato tossiva, né trovavasi la gola più fresca di prima. Quello peraltro fu uno de’ giorni più sciagurati, perché arrivato all’ultimo uscio del paese (ed io gli avea tenuto dietro alla lunga per curiosità) diede un’occhiatina alla sua secchia, e vedendone il fondo, si dié della mano nel capo e se ne tornò addietro, giudicando inutile dilungarsi per quella sera fino al casello. Io mi nascosi all’infretta dietro un portone e l’udii indi a poco passare borbottando fra sé: "Viziaccio maledetto! e non mi correggo mai!… gli è vero però che altrimenti la tirerei poco innanzi con questa mia gola!… Ma già voglio ad ogni costo far voto a Domeneddio di non bere che acqua per tutto il resto di mia vita". [xiii] Oh, se l’avessi veduto ripassare colla sua carriuola, come era contento il poveruomo di quell’eroico divisamento giurato dinanzi a Dio! Già si leggeva sul viso la soddisfazione della coscienza: Solamente giunto alla porta della merciaja tossì… si fermò un tantino… poi andò innanzi un passo, indi fermossi ancora, e si volse indietro colla testa. La merciaja era accorsa sulla soglia.
_ E cosa volete, Fortunato? gli gridava dietro dietro, (quel briccone è il Beniamino delle donne); vi occorre qualche cosa?
_ Niente… se non un bicchiero…un bicchiero d’acqua… soggiunse con uno sforzo sovranaturale di volontà.
La donna glielo porse, ed egli se lo tracannò tutto d’un fiato movendoci dietro mille boccacce, come se fosse olio di ricino; poi barcollando e canterellando si rimise alla volta dell’Olmo ov’io lo trovai sull’Avemaria, che teneva a circolo tutta la gente della corte colle sue gherminelle.

XXX_E voi Basilio, non avete cacciato questo ladro beone? sclamai.
_ Ladro, ti ripeto, non è la parola, mi rispose: e se per un difettuccio di gola non ci stava bene dietro al latte, poteva stare ottimamente in cento altri mestieruoli.
_ E così, dove lo tieni ora?
_ Lo tengo nel vivajo, dove lavora con intelletto e con amore; e per giunta ci dà una mano alla Pellegrina nelle faccenduole di casa, me la tiene allegra, ed è lui che porta la legna [xiv] in cucina, che va per acqua alla fontana e per vino alla cantina…
_ Ma bravo! saltai su gridando io: ma che fior di senno gli è il tuo!… Ora capisco perché oggi a tavola abbiamo sbevazzato acqua schietta!…
_ E non è vero che la è una manna per lo stomaco questa nostra acqua? soggiunse superbamente Basilio. Ci abbiamo qui presso, vedi, una fontana che vale un tesoro! — Ehi, ehi, Pellegrina! Si pose a gridare: Pellegrina, dico, porta un bicchiere d’acqua fresca a tuo zio, perché la saggi, se a pranzo non ci ha badato.

XXXI_S’immagini, signor mio, quanto saporita io trovassi quell’acqua! Pure vedendo che seguitare a quel modo sarebbe stato un pestar l’acqua nel mortajo, me ne lavai le mani come Pilato e dissi bravamente alla Provvidenza: Ora tocca a te! Ma già la si può figurare quanto a lungo possa tener il vino un secchiello bucato! uno sprizzo di qua, uno sgocciolo di là, in breve l’è asciutto come una gola di cristiano al venerdì santo. E così andò la faccenda per Basilio, che spendi e spandi si trovò alfine in faccia [xv] a quello spauracchio che si chiama la Petizione. Tuttavia non ne feci egli il brutto viso, e presa quella carta sotto il braccio, così per muovere le gambe, venne a trovarmi. Al solito cominciò dall’infilzare un migliajo di corbellerie, e non mi ricordo con quel suo motto mi facesse proprio in quel giorno sbellicar dalle risa. Ma appunto in quello scomposto sganasciare, ecco sdrucciolargli di sotto le ascelle il piego fatale.
_
Tò, tò, diss’egli raccogliendolo da terra, cosa si sogna di scrivere quel diavolaccio di Castiglione.
Io presi la carta colle due dita, ché per non so qual tristo presentimento me la sentiva bruciare, e la spiegai col tremolìo dello spavento indosso, e finii di leggerla che non ci vedeva più dall’affanno.
_ Doveva immaginarmelo fin dapprincipio! feci tra me. Infatti da un gran pezzo Basilio non mi si era mostrato così giovialone e sollazzevole.

XXXII_Ora io dirò a te, lettor gentile, che cosa mulina da lungo tempo nel tuo cervello: che cioè quel racconto del signor Giuliano cominciava a sembrarmi un rosario di quindici poste; onde io mi dimenava sulla scranna e guardava oltre i cristalli come a significargli: Via, sbrighiamoci! la cena m’aspetta!
E per ventura il vecchio s’addiede [xvi] di quanto mi bolliva entro; sicché come un cavallo generoso che pieno d’anni e di magagne, pure ad una spronata s’inalbera, e dovesse creparne, rovina al galoppo, così egli il signor Giuliano scavalcò via gli intoppi della narrazione, per toccarne in tre salti la fine.

XXXIII_Per finirla e per accorciarla, riprese egli (e la formula è sacramentale, dovesse il discorso terminare il dì del giudizio) ora Basilio è tanto ricco come quando è venuto al mondo. E indovini mo’ dove sta di casa?
_ Non saprei, gli risposi, distorcendo le mascelle e le gambe.
_ In casa del fidanzato della Pellegrina, e ce lo tengono proprio per carità. Ma siccome sono buona gente, e il giovine non ha cambiato parola pel cambiar della fortuna, così non vogliono essi ad ogni patto che il padre della sposa vada ramingo pel mondo. Ed egli si è messo di cuore con loro, e ha preso cotanto amore al badile, che ognuno vedendolo vangare dimanderebbe se quello non l’è sempre stato il suo mestiere?…
_ Sibbene!… l’è una bella storia! soggiunsi io accennando d’alzarmi.
_ Piano, rispose egli, trattenendomi a sedere pel gherone della veste. Piano che non l’è ancora terminata. _ E in queste parole mi volse per di sopra agli occhiali uno sguardo che diceva: O ingratissimo giumento! t’ho alleggerito di mezzo il carico e imbizzarrisci ancora?…
Io mi rifeci quatto quatto con un sospiro ed egli in tre periodi m’ebbe a narrare, come giunto alla coscrizione, il giovanotto della Pellegrina non aveva proprio sortito un tristo numero [xvii] ; bensì ci aveva mancato un filo, e c’era tuttavia del pericolo, giacchè essendo frequenti nella sua nidiata i mezzi uomini [xviii] l’avevano sostenuto per riserva.
_ E sa mo’ lei perché attendo ora don Pietro con tanto batticuore? mi dimandò.
Io feci col capo di no, raddoppiando coi piedi le mie istanze di finirla.
_ Ora glielo dirò io, riprese egli, raccogliendosi come ad una preghiera. _ E per due buoni minuti, che mi parvero due secoli, lasciommi scalpitare a mio grado.

(5 Continua nel prossimo numero)

Ippolito Nievo

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Ultima revisione: 26 agosto 2001

 

  NOTE

[i] Aggrumato: ammassato

[ii] Aveva scritto: "al tuo creditore un giorno all’altro ne verrà"

[iii] Aveva scritto: "per questo"

[iv] Aveva scritto: "danari e sudore"

[v] Attraversarle: mandarle di traverso

[vi] Tessere: tavolette spaccate per lungo che servivano a contare le giornate di lavoro nei campi

[vii] Bruscolo: soldo (veneto)

[viii] Digagna: nel Mantovano era una specie di consorzio delle acque irrigue

[ix] Aveva scritto: "cento biolche"

[x] Manzolajo: bovaro

[xi] Casello: centro di raccolta del latte

[xii] Lattaje: mucche da latte

[xiii] Risulta tagliato questo brano: "Io stetti dietro quel portone un dieci minuti per non amareggiare colla mia presenza i rimorsi di quel poverinello, ma quando ne sbucai fuori non lo vidi più lungo il paese. _Oh dove l’ha ad esser ito? pensava io, ma passando dinanzi alla chiesa, ecco che inciampo in quella sua secchia nel fondo della quale gozzovigliavano le mosche. Sospettai che per avventura fosse entrato a pian pianino v’entrai ancor io. Figurati! lo trovai proprio là inginocchiato davanti l’altare della Madonna che si picchiava il petto a doppio; e certo pronunciava allora il suo voto quotidiano di non ber più vino, e se delle altre volte non si ricordava non la era certamente colpa di lui, ma della poca memoria. Infatti dopo buona pezza di fervente raccoglimento lo vidi puntellarsi delle mani per tornar in piedi, ma io me la svignai prima ch’egli si volgesse e mi rimisi al caffè"

[xiv] Aveva scritto: "le legne"

[xv] Aveva scritto: "di faccia"

[xvi] S’addiede: s’accorse

[xvii] I coscritti erano sorteggiati

[xviii] Mezzi uomini: inabili al servizio militare

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