I Villani
Dipinture morali di Ippolito Nievo
(4 Continua dal numero precedente) Note a fine pagina
III. Il re Salomone
XV_E voi tutti godete, o esseri parassiti dei
tre regni di natura, viventi della morte altrui! Godete stallattiti, crittogame
e mignatte, se a modo vostro avete sentore dei frodati elementi che in voi
s’infiltrano! E più di tutto giubilate nella pienezza delle umane facoltà
o usuraj, borsajuoli e speculatori, e glorificatevi l’un l’altro nelle cento
trombe vendereccie della fama, avvegnaché sia commesso a voi lo sviluppo del
male allato del bene, onde la battaglia finale riesca degna dell’aspettazione
di tanto secoli! Anzi, poiché lo stracciamento toccherà alle vertebre de’
tardi nepoti, godete infrattanto, e mandate uno per uno alla zecca i vostri
giorni donde tornino cambiati, moltiplicati in gioviali napoleoni, in frodolenti
genovine
[i]
! Godete e succhiate, fino in articulo mortis; e
allora, Dio ve la mandi buona, perché in fin de’ conti, io, voi, Giuda, Antonino,
Raffaello, Richelieu, Omero, e Bertoldino fummo affetti dalla medesima peste
[ii]
.
XVI
_E dove ho piantato Guidizzolo? Non dattenene
briga, o tenero lettore, che gli è là al suo posto, nella discoverta campagna
fra Goito e Castiglione; ed è in verità un buon paese, massime per l’aria
che gli capita giù tutta pura dai colli a rinfrescarvi le anime. Il Caffè
per fermo non vi aggiunse ancora l’eccellenza dell’aria; ma dappoiché Socrate
bebbe la cicuta, qual mai superbo galantuomo può darsi al diavolo per qualunque
mala pozione gli tocchi ingollare? Al postutto, vi giuro, que’ bottegaj vincere
il Gran Mogol in generosità, del quale leggiamo le favolose larghezze nelle
storie indiane de’ gesuiti
[iii]
. Figuratevi! In fondo al tazzino restò di che farne altri
quattro de’caffè, e il tutto essi a me aveano ceduto per quel meschino valsente
di quindici centesimi! O santa abbondanza! Quanto largamente respira l’anima
nostra se incappi mai in una delle tue profughe orme! E’ sì raro oggimai il
tuo cospetto quaggiù da doverti cercare in fondo ai tazzini! E anche per ventura,
non ti ci trovi dappertutto!…
XVII_Oh, chi vedo là in quel fondo!… Signor Giuliano!…
Per bacco, signor Giuliano! Ma è proprio lui!
Il signor Giuliano colla mano a mo’ di visiera sugli occhiali verdi, venne
alla mia volta, vogando intorno col bastone.
_Oh bontà di Dio! Lei da queste parti? Che miracolo!… Cotali esclamazioni
biasciò tra due colpetti di tosse e una pausa asmatica il povero signor Giuliano,
al quale, oltrecché gli occhi, sembrava avesse fatto fallo anche la lingua.
_Si ! proprio, son io, gli risposi; e non potendo d’altro, mi congratulai
con esso della memoria felicissima a ravvisarmi dopo sette anni.
_E mi dica, gli chiesi, c’è ancora per fattore da quella famiglia, n’è vero?
_Eh, fattore…, mugolò il vecchio, puntellandosi colla mano contro una seggiola
per adagiarvisi — come vuole, con questi occhi, con queste gambe? L’ho menata
per cinquant’anni io quella cara vitaccia, ora faccio il bel niente! Fo dimora
nella cucina coi servitori e col vecchio cane, che non si vuole più in tinello,
perché dicono che puzza; lì, ungo l’arrosto, pesto il sale, mangio quello
che avanza!
[iv]
Del resto dormo su in soffitta, ma la finestra ci ha le
imposte però, e vesto le livree smesse dal cocchiere, e così dicono che sono
pensionato! E frattanto egli guardavasi
[v]
il gomito del soprabito così spelato ed unto, da potervisi
specchiar dentro Narciso in difetto di fontane.
Qui, o maligno lettore, sogghignerai sotto baffi, ché dei fattori simili a
questo credi non essercene molti! Or bene, indovina! Quel tuo sogghigno io
lo pagherei un Perù, per intendere io da esso come finalmente una volta potrò
convenire con te! — Si, hai ragione! Il signor Giuliano è un essere rarissimo
della sua specie; e di coloro che amministrano i beni
[vi]
delle casate signorili intorno l’ottocento, pochissimi
come lui ungono le spedate in cucina
[vii]
; moltissimi sono morti e ci hanno alle spalle due metri
quadrati di lapide; alcuni son vivi, e se la sguazzano in carrozza per questo
mare burrascoso del mondo! Badate, siete all’altezza del porto, signori! Badate
all’imboccatura. Ma già l’avete pigliata troppo di traverso in principio;
ormai siete sottovento e per getto che facciate in legati e in testamenti
non la scamperete dall’andare a picco!
XVIII_E di quel suo fratello, signor Giuliano? cosa
n’è di nuovo?
_Mio fratello? l’è una lunga storia! rispose colle solite soste.
_Via, feci io, non la potrebbe stringermela in due parole? E’ vivo almeno,
è sano, ha ancora quella sua allegria imperturbabile, che me lo fece assomigliare
quando lo conobbi lassù alla Volta al re Salomone?
_E’ vivo, è sano, è allegro! rispose il signor Giuliano scrollando la testa,
ma ha avuto
[viii]
i suoi brutti momenti!… Se favorisce venir sul davanti
della bottega potrò dirgliene di più: deve passare un prete, al quale mi preme
parlare, né ora abbujandosi, lo affigurerei per que’ cristalli così polverosi.
_Quest’ultimo periodo impiegò un dieci minuti a muoversi, unirsi, spezzarsi,
rannodarsi sulle labbra del vecchio.
_Stia cheto! guarderò io, soggiunsi, e mi narri filo per filo la storia di
quel caro re Salomone, come lo chiamavano lassù dall’avvocato.
Il mio compagno che la storia sacra si ricordava averla compitata quindici
anni prima, né gli premeva rifare la fatica, se la svignò via pel paese; forse
ad occhieggiarvi le porte e le finestre, il briccone! Io da povero ciuccio,
attesi pazientemente che Domeneddio largisse al signor Giuliano il dono della
parola.
XIX
_L’arte è arte, o amico lettore, e non è una
corbelleria. Tutti nel proprio ordine hanno a mettere studio e amore efficacissimo
[ix]
nell’arte loro, onde averla facile ed efficace alla pratica.
E la natura stessa non è che il sommo fra gli artefici, obbediente alla somma
Ragione, come macchina a umano intendimento. Sicché potendo noi considerare
la mente dell’inventore come operatrice di mirabili cose mediante i congegni
meccanici, dalla natura stessa possiamo trarre del pari il formulario dominatore
di ogni arte, come strumento e specchio ch’ella è dell’Intelligenza suprema.
Io stimo pertanto maggiore l’ingegno posto da essa nello edificare, diamantare
e dipingere la grotta di Capri, di quanto sprecato ne abbiano dieci genii
a sbozzare un omaggio a Dio in quel povero Vaticano.
Considera poi come vivano al mondo minimi e grandissimi, e qualmente respirino
l’aria stessa gl’immani elefanti e gli invisibili lombrici, gli onorevoli
satrapi inglesi e i nostrali spazzaturaj, onde non ti sappia di vanagloria
il conoscere come io nel mio buco abbia in cuore ed a mano l’arte mia.
Holla quest’arte umile e cara, lo dico aperto, piuttostoché farle a lei, faccio
le fiche
[x]
a te ben volentieri, o paziente lettore! Perciò molte cose
e verissime significai che a te puzzan d’eretiche: molte tralascio e vere
del pari, che ti stemprano l’acquolina in bocca al solo pensarle: e le prime
dissi, perché le andavano dette; le seconde tacqui, perché importava tacerle;
ed è l’arte che mi governa a questo modo, l’arte cioè di scerre quel lato
di verità che più giovi l’universale, e che insieme nell’ordine ideale meglio
compensi dei danni reali i piccoli e gli afflitti. Chi legge queste vanità
è già troppo disposto a superbire; ond’io cerco temprare colla rampogna, non
rigonfiare con panegirici tal movimento naturale dei sapienti di lettera.
Questa è l’arte mia, acre e sfacciatella se vuoi alla prima entratura; la
quale verrà ammorbidendosi ogniqualvolta lo occorra un bene, che a tutti è
bene. Cosa delle difficili, lettor mio caro, ma che tuttavia può darsi; e
la fiducia, che può darsi non solo, ma che si darà un giorno in questo mondo
o nell’altro, è il solo argomento che mi persuada di non saltare dalla finestra.
XX_
Il signor Giuliano si raschiò parecchie volte
la gola e rassettatisi gli occhiali, e raccoltosi a lungo esame di coscienza,
mosse le labbra come sentisse arrivata quella benedetta parola. Ma non n’era
ancor tempo, e il solo dopo fiutata da una scatoletta di corno una presa di
tabacco paesano, cominciò il suo racconto.
_Quel poveretto di Basilio mio fratello, quando ella lo conobbe, credo fosse
già vedovo ed allogato per iscrivano da un avvocato della Volta.
_Così è, risposi io, ma questo assentimento capitò in mal punto, come sassolino
che a cavallo zoppo è argomento d’una fermata, e ci vollero cinque minuti
primacché le fila del discorso si riappiccassero nella memoria del novelliero.
_Nel salario di scrivano aveva egli ogni suo ajuto, riprese finalmente, e
s’ingegnava con esso di tirarla innanzi e d’educare una sua figliuolina d’undici
anni. Se la ricorda? L’era una morettina delle svelte; eppure per entro que’
suoi occhioni castani le si leggeva l’anima, come sotto ombrata sponda del
lago di Garda, s’intravede attraverso l’acqua il nettissimo fondo. Se la ricorda?
ripeté alzando inverso me la testa sepolta fino allora tra le mani.
Io mi feci piccino piccino, e stetti zitto come un pesce, alla minaccia di
quel punto interrogativo; che se avessi risposto, la barca si rimetteva allo
squero
[xi]
, e Dio sa quando avremmo inalberato la vela un’altra
volta.
XXI_La scapolai per allora, imperocché egli con
un sospirone continuasse:
_Basilio era un capo ameno, come si dice; ma non di quelli, veda, che la propria
allegria mandano a pascolare alla tavola o sull’onore degli altri. Gli era
buontempone a sue spese; rideva col bicchiere alzato se il borsellino cantava;
e quando questo stesse muto, rideva del pari colla ciotola dell’acqua. Ben
inteso che alla sua Pellegrina provvedeva prima che ai suoi piaceri, e del
resto non aveva cura al mondo, e al domani non pensava come non dovesse arrivar
mai. Anzi mi ricorda averlo udito sovente chiacchierare all’osteria con alcuni
di coloro che dannosi briga d’affanni che sono di là da venire, e diceva:
_ Sapreste dirmi qual paese abiti questo domani? Oh dove l’avete incontrato,
figliuoli miei? Era grasso, magro, a piedi, in carrozza o cavalcava l’asino,
come il sacco del mugnajo? Io per me conosco sì un certo oggi, il quale ora
si chiama domenica, ora lunedì, ed ora sabato, e va via cambiando di cera
a nostro talento; ma in codesto dimani non sonomi abbattuto fino ad ora, onde
lo credo una fola, come le streghe delle quali mi narrava lunghissime istorie
la balia, né più n’ebbi sentore dappoi. Non ci abbiamo dì per dì corredo abbondevole
di fastidi?…
XXII_
Ora avvenne
che un parente della moglie di Basilio morisse in quel torno, e fosse trovato
ricco di molte migliaja di lire. Fu desso un boattiere
[xii]
di quelli che girano i mercati, col bastoncino tra mano
e quattr’occhi in capo, ed era sempre stato solo in vita sua, né aveva fatto
bene o male ad alcuno. Le vecchie giuravano lui esser tutto di casa col diavolo,
onde pochi turbavano per chiasso quella sua solitudine, ma pure ricorrevasi
sempre ad esso, dai compratori di bestiame, avendo egli, come dicono, buon
naso, né badandosi dalla gente a diavolo o a San Michele, quando ci vada di
mezzo l’interesse. Tutto ciò va detto così per via di discorso, ma quello
che importa si è, ch’egli n’andò a Dio, e che la sua roba venne alle mani
di Basilio.
Questi non era tal uomo da covare quei soldi, onde non garbandogli piucchettanto
quell’intruglio de’ mutui, venne nel pensiero di comprare un qualche podere,
e là ridursi a vivere colla Pellegrina, lasciando penna e calamajo al demonio,
il quale, come egli diceva, gli ha inventati e tinti in nero per contrassegno
dell’opera sua.
O bene o male questo suo divisamento ebbe effetto tre mesi dopo; e mi raccontarono
come egli avesse comperato a pronti contanti un tenère in sulle quattrocento
pertiche
[xiii]
. E sborsati quei danari appena gli rimase di che guernire
il fondo d’attrezzi e di animali.
XXIII_In verità mi dolse all’anima non poter ajutare
de’ miei consigli il povero Basilio in que’ suoi rivolgimenti; imperocché
io campagnuolo per lunghissima abitudine, e di lui più avveduto nei negozii,
poteva forse aggiungere qualche cosa al dono fattogli dalla provvidenza. Ma
in quei tempi per l’appunto aveva cominciato a prendermi la malattia di debolezza,
che, come la vede, s’è ora accasata stabilmente in queste mie ruine di corpo;
e né io poteva muover piede, né a Basilio rimaneva troppo spazio di tempo
da sprecar con me. Del resto le pochissime volte ch’io lo vidi, sfuggiva egli
sempre dal discorso de’ fatti suoi, come cane dal bicchiere. E cotale fu sempre
il suo costume; e le più gravi faccende, purché sue, le sbriga a rompicollo,
come avesse d’ore somma carestia; poi all’occasione si perde in novellare
col ciabattino e colla fruttivendola; ma di quegli affari non s’affanna più,
né ci torna sopra col pensiero, perché allo ieri ci crede ancor meno che al
dimani. E a questo proposito ha egli una massima singolare, e dice. "Ieri
ho dato a credenza tutto il bene che ho potuto, né è pulita cosa il ricordarlo;
oggi me ne pago io da me un acconto, con questo poco d’allegria; domani Dio
mi farà il saldo colla moneta che vorrà. Vedi bene, Giuliano, egli conchiude,
che il mio lunario ha un giorno solo, e che voi altri siete gli stolidi a
bere le stregonerie del Mirandolano, e del Casamia!
[xiv]
Il tempo è una gran fandonia, Giuliano!"
XXIV_ Così spensieratamente menò la vita Basilio,
anche in quel prim’anno di sua dimora alla corte dell’Olmo: solamente nella
campagna cominciava a prenderci amore: più per istramberia, se vuole, che
per stile, ma intanto la passione veniva. E quando mi contavano che Basilio
l’avevano veduto la mattina parar i buoi nell’aratura o zappar le colmate
[xv]
o la sera dar l’acqua ai prati, io ci rideva sopra, ma
mi stropicciava le mani, e pensava fra me, che così quella sua testa si sarebbe
saldata in qualche giovevole occupazione, e ringraziava Dio d’averci dato
ordine lui, mentre io non poteva provvederci per essere crocefisso su quel
benedetto materasso, dove la durai tre anni filati. La Pellegrina veniva a
trovarmi assai di sovente, e a dirle la verità, con tutta quella sua idea
da angelo la mi sapeva un po’ troppo da contadina. Non era cosa per esempio
da vergognarsene che la figliuola d’un signorotto, di villa si, ma che pur
ne sapeva il suo bisogno e di conto e di lettera
[xvi]
e di creanza sociale, vestisse di rigadone
[xvii]
, ne andasse al mercato in zoccoli, conoscesse a mala pena
l’A dallo Zeta, e se occorre, guardasse i polli d’India
[xviii]
sul ciglio della via?
Eppure tale Basilio lasciava crescere la sua Pellegrina; e tutti i giorni
diceva che pur bisognava deliberare e che l’avrebbe messa in un qualche convento.
Poi no, il convento non gli andava ai versi; ma la scuola comunale non lo
persuadeva meglio, e finiva col proporsi d’ammaestrarla egli stesso. Senonché
aperto appena l’abbecedario, al quale per quattro mesi di dissuetudine s’era
dovuto tornare, la fanciulla ci sbadigliava sopra, il maestro si accordava
con lei; di manieraché per non cadere addormentati conveniva scapparsene fuori;
eccoli ambidue, avventatelli e cervellini del pari, scioprare
[xix]
colle loro ciance il bifolco e il bracciante.
XXV_Così in capo a quattr’anni la Pellegrina
era riuscita una vera massaja campagnuola. Quel po’di civilino che la s’aveva
messo intorno alla Volta nella prima età s’era affatto rinselvatichito; pognamo
proprio come un gelso d’incalmo
[xx]
, che lasciato stare troppo a lungo dalla ronca si fa tutto
come spinoso; però l’aveva una gran qualità quella ragazza, che colle maniere
de’ contadini, aveva insieme acquistato la loro umiltà, e la campava con essi
proprio da pari a pari; e Basilio lasciavala fare per ogni conto a modo suo,
e andando in estasi dietro la bontà di quella creatura, non s’accorgeva del
mal garbo contadinesco che la si veniva appiccicando, colpa la sua trascuraggine.
Giunta sui sedici anni, la novellina cominciò naturalmente a discorrere col
figlio di un mezzajuolo
[xxi]
lì presso, che appena toccava i diciotto; e di discorso
in discorso presero a volersi un bene dell’anima, come due colombini. Non
c’era ragione, a detta di tutti, che l’unica ragazza d’un mezzo signorotto
si perdesse via con un cotale, che per tener aguzzati i denti, doveva combattere
tutto l’anno col badile: ma crede ella che Basilio desse retta ai parlari
della gente, e s’adontasse di quel grilletto della Pellegrina? Tutt’altro!
Egli careggiava anzi il giovinotto, che gli pareva ed era per verità d’ottima
pasta, e di quegli amoretti fingeva di non s’accorgere, come disse in seguito
a me, per non isgomentare que’ due innocenti. Ella dirà come tutti dicevano
che Basilio era una bestia! Ma questo, signor mio bello, è per l’appunto ciò
che m’indiavola! Basilio vede, ascolta, intende, ragiona… e poi? E poi lascia
andar l’acqua per la china e dice, che la provvidenza fa le anime e poi le
appaja, e il miglior de’ padroni essere Iddio, né doversi arraffar le carte
a lui per mescolarle noi. Né come vedrà si è mai ricreduto da tale opinione,
anzi vi si è incocciato peggio che mai, quando il tempo gli si è volto contro.
XXVI
_Finalmente, quando Dio volle, invece d’andarmene
al camposanto, ove pareva bene avviato, io mi rifeci a poco a poco le gambe,
e un giorno così, pian piano
[xxii]
, un passo dopo l’altro mi trascinai su da Basilio a vedere
cosa c’era di nuovo. Le giuro sull’anima mia, che quel fondo non si conosceva
più! Io stesso che l’aveva in pratica da anni, per essere a metà fosso
[xxiii]
con un pascolo de’ miei padroni, mi sfregolava gli occhi
quasi non credendo a quanto vedeva. Tutte le piantagioni rimesse, ordinati
i rivali
[xxiv]
e gli scoli, l’erba per le praterie uguale come una mano
e alta fino al ginocchio, la campagna rigogliosa, la casa, la stalla, i fenili
allargati e rintonacate le mangiatoje colme d’ogni miglior foraggio, e disposti
innanzi ad esse venti capi di bestiame; ma bisognava vedere che pelo e che
fianchi!…
_Cane d’un Basilio, gli dissi, e in cinque anni hai fatto tutto questo? E
in quali cinque anni!… Imposte, carestie, guerre, gragnuole si hanno dato
la posta proprio in questi siti, e il vino solo se n’è andato, e tu da questi
malanni esci con questa cera da arciprete!… Ti dirò che la è proprio una vergogna!
E pensare che pur jeri scrivacchiavi da un avvocato! Ma tu la puoi insegnar
lunga a tutti noi, mi pare!…
Basilio non rispondeva motto, ma si pavoneggiava dell’opera sua e menava giù
sentenze a dritto e a rovescio, citando il tal autore e il tal altro, e stuzzicando
ogni tratto la Pellegrina, perché gli desse ragione anche lei. Io rimasi con
tanto di bocca, e mi ravviai verso casa, non sapendo cosa pensare di quei
miracoli, quando giù sulla postale
[xxv]
, ecco che do del naso in don Pietro, quel prete stesso
che ora sto qui aspettando e che non capita mai.
_Chi lo avrebbe detto eh? prese egli a dire accennando verso la stradicciuola
per la quale Basilio e la Pellegrina, dopo avermi accompagnato fin lì, ritornavano
all’Olmo; chi mai lo avrebbe immaginato?
Io non ci capiva nulla di quel gergo e lo guardava tutto sospeso e maravigliato.
_Si! chi lo avrebbe detto,… mi capite, lì di vostro fratello!… soggiunse egli.
_A si, si! feci io, in verità che Basilio fa miracoli!… Vi assicuro che in
que’ suoi campi non mi ci trovava più!… E dire che ha governato la casa a
quel modo, con queste cinque annate che ci abbiamo avuto, l’una più rabbiosa
dell’altra!
Don Pietro mi guardò maravigliato alla sua volta.
_Si, si, continuai, (la deve sapere che sono molto domestico con quel prete
per aver imparato l’abbiccì sulla medesima panca); si lo dico e lo sostengo,
che Basilio ha fatto una maraviglia!
_Una maraviglia? sclamò il prete fermandosi sui due piedi. Io che pur zoppicando
seguitava oltre, mi volsi non vedendomelo più a fianco.
_Ed io vi dico che la è una rovina! riprese egli rimettendosi a camminare.
Allora toccò a me fermarmi; e stetti lì che le ginocchia mi mancavano, tutta
la persona tremava, e gli occhi mi si annebbiavano d’un’iride come quando
si ha sonno, e si fissa la candela.
_Si, si una rovina, continuava don Pietro; e voi siete pazzo come lui… Ma
piantò lì il discorso vedendomi tutto trasfigurato.
_E cosa avete? domandò mutando voce e maniera.
_Ma… non so… risposi io balbettando; cosa dicevate voi di rovina… parlando
di Basilio?
_Come? non ne sapete nulla? sclamò.
_Nulla! mormorai con quella voce che mi sarebbe rimasta, se avessi parlato
col diavolo in persona.
_Immaginatevi, rispose il prete, che Basilio ha un debito di ventimila lire
con un cotale di Castiglione, il che vuol dire che la metà del fondo se n’è
ita; più gli è un anno che non paga prediali, e l’esattore tira innanzi con
pazienza non so nemmen’io il perché.
_Altro che miracoli! pensai fra me; ma pel resto della strada non ebbi cuore
di muover parola.
(4 Continua nel prossimo numero)
Ippolito
Nievo
Ippolito Nievo online Ippolito Nievo online
NOTE
[i]
Aveva scritto, con evidenti riferimenti politici: "in
gioviali napoleoni, in
frodolenti romane, e in simpatiche genovine"
[ii] Aveva scritto: "affettati dalla medesima pasta"
[iii] Accenna alla Storia della Compagnia di Gesù di Daniello Bartoli (1608-1685)
[iv] Aveva scritto: "lì, ungo l’arrosto, gratto il formaggio, mangio quello che avanza". Il personaggio di Martino, nelle Confessioni, deriva da questa figura di vecchio fattore. Il fatto che Nievo abbia tolto di mano al vecchio fattore la grattugia, fa pensare che abbia riveduto il testo di La nostra famiglia di campagna, dopo aver scritto Le Confessioni, per non cadere in evidente ripetizione d’immagine
[v] Aveva scritto. "E ciò dicendo egli guardavasi"
[vi] Aveva scritto: "amministrano, come lui, i beni"
[vii] Aveva scritto: "come lui grattano il formaggio in cucina"
[viii] Aveva scritto. "ma ha passati"
[ix] Aveva scritto: "efficacissimi"
[x] Fare le fiche: distribuire gettoni, in luogo di moneta sonante
[xi] Squero: temine veneto che indica il cantiere navale
[xii] Boattiere: mediatore nella compravendita dei bovini
[xiii] Aveva scritto: "un tenère in sulle ottanta biolche". Biolca era la misura di superficie corrispondente alla quantità arabile da un contadino in una giornata. La biolca mantovana corrispondeva a 31,386 are. Tenère significa proprietà agraria. Pertica mantovana corrispondeva a 7, 846 mq
[xiv] Lunari assai popolari a quel tempo
[xv] Colmata: terreno rialzato
[xvi] Aveva scritto: "e di lettere"
[xvii] Rigadone: in veneto indica una tela grezza, a righe larghe
[xviii] Pollo d’India: tacchino
[xix] Scioprare: allontanare dal lavoro
[xx] Incalmo: innesto
[xxi] Mezzajuolo: mezzadro
[xxii] Aveva scritto: "pian pianino"
[xxiii] Nella prima edizione si legge: "a metà fosse" ma si tratta di un refuso, perché la lezione esatta è "a metà fosso", termine che indica il confine fra due poderi che taglia a metà un fossato. Questa dicitura (come altre usate da Nievo) è presente negli atti notarili coevi di Mantova e provincia. Nievo dopo la laurea per alcuni mesi lavorò nello studio di un notaio mantovano
[xxiv] Rivale: sponda del canale per lo scolo dell’acqua. Termine mantovano
[xxv] Postale: strada maestra dove passa la carrozza con la posta
Ippolito Nievo online Ippolito Nievo online