I Villani

Dipinture morali di Ippolito Nievo

(4 Continua dal numero precedente) Note a fine pagina

III. Il re Salomone

XV_E voi tutti godete, o esseri parassiti dei tre regni di natura, viventi della morte altrui! Godete stallattiti, crittogame e mignatte, se a modo vostro avete sentore dei frodati elementi che in voi s’infiltrano! E più di tutto giubilate nella pienezza delle umane facoltà o usuraj, borsajuoli e speculatori, e glorificatevi l’un l’altro nelle cento trombe vendereccie della fama, avvegnaché sia commesso a voi lo sviluppo del male allato del bene, onde la battaglia finale riesca degna dell’aspettazione di tanto secoli! Anzi, poiché lo stracciamento toccherà alle vertebre de’ tardi nepoti, godete infrattanto, e mandate uno per uno alla zecca i vostri giorni donde tornino cambiati, moltiplicati in gioviali napoleoni, in frodolenti genovine [i] ! Godete e succhiate, fino in articulo mortis; e allora, Dio ve la mandi buona, perché in fin de’ conti, io, voi, Giuda, Antonino, Raffaello, Richelieu, Omero, e Bertoldino fummo affetti dalla medesima peste [ii] .

XVI _E dove ho piantato Guidizzolo? Non dattenene briga, o tenero lettore, che gli è là al suo posto, nella discoverta campagna fra Goito e Castiglione; ed è in verità un buon paese, massime per l’aria che gli capita giù tutta pura dai colli a rinfrescarvi le anime. Il Caffè per fermo non vi aggiunse ancora l’eccellenza dell’aria; ma dappoiché Socrate bebbe la cicuta, qual mai superbo galantuomo può darsi al diavolo per qualunque mala pozione gli tocchi ingollare? Al postutto, vi giuro, que’ bottegaj vincere il Gran Mogol in generosità, del quale leggiamo le favolose larghezze nelle storie indiane de’ gesuiti [iii] . Figuratevi! In fondo al tazzino restò di che farne altri quattro de’caffè, e il tutto essi a me aveano ceduto per quel meschino valsente di quindici centesimi! O santa abbondanza! Quanto largamente respira l’anima nostra se incappi mai in una delle tue profughe orme! E’ sì raro oggimai il tuo cospetto quaggiù da doverti cercare in fondo ai tazzini! E anche per ventura, non ti ci trovi dappertutto!…

XVII_Oh, chi vedo là in quel fondo!… Signor Giuliano!… Per bacco, signor Giuliano! Ma è proprio lui!
Il signor Giuliano colla mano a mo’ di visiera sugli occhiali verdi, venne alla mia volta, vogando intorno col bastone.
_Oh bontà di Dio! Lei da queste parti? Che miracolo!… Cotali esclamazioni biasciò tra due colpetti di tosse e una pausa asmatica il povero signor Giuliano, al quale, oltrecché gli occhi, sembrava avesse fatto fallo anche la lingua.
_Si ! proprio, son io, gli risposi; e non potendo d’altro, mi congratulai con esso della memoria felicissima a ravvisarmi dopo sette anni.
_E mi dica, gli chiesi, c’è ancora per fattore da quella famiglia, n’è vero?
_Eh, fattore…, mugolò il vecchio, puntellandosi colla mano contro una seggiola per adagiarvisi — come vuole, con questi occhi, con queste gambe? L’ho menata per cinquant’anni io quella cara vitaccia, ora faccio il bel niente! Fo dimora nella cucina coi servitori e col vecchio cane, che non si vuole più in tinello, perché dicono che puzza; lì, ungo l’arrosto, pesto il sale, mangio quello che avanza! [iv] Del resto dormo su in soffitta, ma la finestra ci ha le imposte però, e vesto le livree smesse dal cocchiere, e così dicono che sono pensionato! E frattanto egli guardavasi [v] il gomito del soprabito così spelato ed unto, da potervisi specchiar dentro Narciso in difetto di fontane.
Qui, o maligno lettore, sogghignerai sotto baffi, ché dei fattori simili a questo credi non essercene molti! Or bene, indovina! Quel tuo sogghigno io lo pagherei un Perù, per intendere io da esso come finalmente una volta potrò convenire con te! — Si, hai ragione! Il signor Giuliano è un essere rarissimo della sua specie; e di coloro che amministrano i beni [vi] delle casate signorili intorno l’ottocento, pochissimi come lui ungono le spedate in cucina [vii] ; moltissimi sono morti e ci hanno alle spalle due metri quadrati di lapide; alcuni son vivi, e se la sguazzano in carrozza per questo mare burrascoso del mondo! Badate, siete all’altezza del porto, signori! Badate all’imboccatura. Ma già l’avete pigliata troppo di traverso in principio; ormai siete sottovento e per getto che facciate in legati e in testamenti non la scamperete dall’andare a picco!

XVIII_E di quel suo fratello, signor Giuliano? cosa n’è di nuovo?
_Mio fratello? l’è una lunga storia! rispose colle solite soste.
_Via, feci io, non la potrebbe stringermela in due parole? E’ vivo almeno, è sano, ha ancora quella sua allegria imperturbabile, che me lo fece assomigliare quando lo conobbi lassù alla Volta al re Salomone?
_E’ vivo, è sano, è allegro! rispose il signor Giuliano scrollando la testa, ma ha avuto [viii] i suoi brutti momenti!… Se favorisce venir sul davanti della bottega potrò dirgliene di più: deve passare un prete, al quale mi preme parlare, né ora abbujandosi, lo affigurerei per que’ cristalli così polverosi. _Quest’ultimo periodo impiegò un dieci minuti a muoversi, unirsi, spezzarsi, rannodarsi sulle labbra del vecchio.
_Stia cheto! guarderò io, soggiunsi, e mi narri filo per filo la storia di quel caro re Salomone, come lo chiamavano lassù dall’avvocato.
Il mio compagno che la storia sacra si ricordava averla compitata quindici anni prima, né gli premeva rifare la fatica, se la svignò via pel paese; forse ad occhieggiarvi le porte e le finestre, il briccone! Io da povero ciuccio, attesi pazientemente che Domeneddio largisse al signor Giuliano il dono della parola.

XIX _L’arte è arte, o amico lettore, e non è una corbelleria. Tutti nel proprio ordine hanno a mettere studio e amore efficacissimo [ix] nell’arte loro, onde averla facile ed efficace alla pratica. E la natura stessa non è che il sommo fra gli artefici, obbediente alla somma Ragione, come macchina a umano intendimento. Sicché potendo noi considerare la mente dell’inventore come operatrice di mirabili cose mediante i congegni meccanici, dalla natura stessa possiamo trarre del pari il formulario dominatore di ogni arte, come strumento e specchio ch’ella è dell’Intelligenza suprema. Io stimo pertanto maggiore l’ingegno posto da essa nello edificare, diamantare e dipingere la grotta di Capri, di quanto sprecato ne abbiano dieci genii a sbozzare un omaggio a Dio in quel povero Vaticano.
Considera poi come vivano al mondo minimi e grandissimi, e qualmente respirino l’aria stessa gl’immani elefanti e gli invisibili lombrici, gli onorevoli satrapi inglesi e i nostrali spazzaturaj, onde non ti sappia di vanagloria il conoscere come io nel mio buco abbia in cuore ed a mano l’arte mia.
Holla quest’arte umile e cara, lo dico aperto, piuttostoché farle a lei, faccio le fiche [x] a te ben volentieri, o paziente lettore! Perciò molte cose e verissime significai che a te puzzan d’eretiche: molte tralascio e vere del pari, che ti stemprano l’acquolina in bocca al solo pensarle: e le prime dissi, perché le andavano dette; le seconde tacqui, perché importava tacerle; ed è l’arte che mi governa a questo modo, l’arte cioè di scerre quel lato di verità che più giovi l’universale, e che insieme nell’ordine ideale meglio compensi dei danni reali i piccoli e gli afflitti. Chi legge queste vanità è già troppo disposto a superbire; ond’io cerco temprare colla rampogna, non rigonfiare con panegirici tal movimento naturale dei sapienti di lettera.
Questa è l’arte mia, acre e sfacciatella se vuoi alla prima entratura; la quale verrà ammorbidendosi ogniqualvolta lo occorra un bene, che a tutti è bene. Cosa delle difficili, lettor mio caro, ma che tuttavia può darsi; e la fiducia, che può darsi non solo, ma che si darà un giorno in questo mondo o nell’altro, è il solo argomento che mi persuada di non saltare dalla finestra.

XX_ Il signor Giuliano si raschiò parecchie volte la gola e rassettatisi gli occhiali, e raccoltosi a lungo esame di coscienza, mosse le labbra come sentisse arrivata quella benedetta parola. Ma non n’era ancor tempo, e il solo dopo fiutata da una scatoletta di corno una presa di tabacco paesano, cominciò il suo racconto.
_Quel poveretto di Basilio mio fratello, quando ella lo conobbe, credo fosse già vedovo ed allogato per iscrivano da un avvocato della Volta.
_Così è, risposi io, ma questo assentimento capitò in mal punto, come sassolino che a cavallo zoppo è argomento d’una fermata, e ci vollero cinque minuti primacché le fila del discorso si riappiccassero nella memoria del novelliero.
_Nel salario di scrivano aveva egli ogni suo ajuto, riprese finalmente, e s’ingegnava con esso di tirarla innanzi e d’educare una sua figliuolina d’undici anni. Se la ricorda? L’era una morettina delle svelte; eppure per entro que’ suoi occhioni castani le si leggeva l’anima, come sotto ombrata sponda del lago di Garda, s’intravede attraverso l’acqua il nettissimo fondo. Se la ricorda? ripeté alzando inverso me la testa sepolta fino allora tra le mani.
Io mi feci piccino piccino, e stetti zitto come un pesce, alla minaccia di quel punto interrogativo; che se avessi risposto, la barca si rimetteva allo squero [xi] , e Dio sa quando avremmo inalberato la vela un’altra volta.

XXI_La scapolai per allora, imperocché egli con un sospirone continuasse:
_Basilio era un capo ameno, come si dice; ma non di quelli, veda, che la propria allegria mandano a pascolare alla tavola o sull’onore degli altri. Gli era buontempone a sue spese; rideva col bicchiere alzato se il borsellino cantava; e quando questo stesse muto, rideva del pari colla ciotola dell’acqua. Ben inteso che alla sua Pellegrina provvedeva prima che ai suoi piaceri, e del resto non aveva cura al mondo, e al domani non pensava come non dovesse arrivar mai. Anzi mi ricorda averlo udito sovente chiacchierare all’osteria con alcuni di coloro che dannosi briga d’affanni che sono di là da venire, e diceva: _ Sapreste dirmi qual paese abiti questo domani? Oh dove l’avete incontrato, figliuoli miei? Era grasso, magro, a piedi, in carrozza o cavalcava l’asino, come il sacco del mugnajo? Io per me conosco sì un certo oggi, il quale ora si chiama domenica, ora lunedì, ed ora sabato, e va via cambiando di cera a nostro talento; ma in codesto dimani non sonomi abbattuto fino ad ora, onde lo credo una fola, come le streghe delle quali mi narrava lunghissime istorie la balia, né più n’ebbi sentore dappoi. Non ci abbiamo dì per dì corredo abbondevole di fastidi?…

XXII_ Ora avvenne che un parente della moglie di Basilio morisse in quel torno, e fosse trovato ricco di molte migliaja di lire. Fu desso un boattiere [xii] di quelli che girano i mercati, col bastoncino tra mano e quattr’occhi in capo, ed era sempre stato solo in vita sua, né aveva fatto bene o male ad alcuno. Le vecchie giuravano lui esser tutto di casa col diavolo, onde pochi turbavano per chiasso quella sua solitudine, ma pure ricorrevasi sempre ad esso, dai compratori di bestiame, avendo egli, come dicono, buon naso, né badandosi dalla gente a diavolo o a San Michele, quando ci vada di mezzo l’interesse. Tutto ciò va detto così per via di discorso, ma quello che importa si è, ch’egli n’andò a Dio, e che la sua roba venne alle mani di Basilio.
Questi non era tal uomo da covare quei soldi, onde non garbandogli piucchettanto quell’intruglio de’ mutui, venne nel pensiero di comprare un qualche podere, e là ridursi a vivere colla Pellegrina, lasciando penna e calamajo al demonio, il quale, come egli diceva, gli ha inventati e tinti in nero per contrassegno dell’opera sua.
O bene o male questo suo divisamento ebbe effetto tre mesi dopo; e mi raccontarono come egli avesse comperato a pronti contanti un tenère in sulle quattrocento pertiche [xiii] . E sborsati quei danari appena gli rimase di che guernire il fondo d’attrezzi e di animali.

XXIII_In verità mi dolse all’anima non poter ajutare de’ miei consigli il povero Basilio in que’ suoi rivolgimenti; imperocché io campagnuolo per lunghissima abitudine, e di lui più avveduto nei negozii, poteva forse aggiungere qualche cosa al dono fattogli dalla provvidenza. Ma in quei tempi per l’appunto aveva cominciato a prendermi la malattia di debolezza, che, come la vede, s’è ora accasata stabilmente in queste mie ruine di corpo; e né io poteva muover piede, né a Basilio rimaneva troppo spazio di tempo da sprecar con me. Del resto le pochissime volte ch’io lo vidi, sfuggiva egli sempre dal discorso de’ fatti suoi, come cane dal bicchiere. E cotale fu sempre il suo costume; e le più gravi faccende, purché sue, le sbriga a rompicollo, come avesse d’ore somma carestia; poi all’occasione si perde in novellare col ciabattino e colla fruttivendola; ma di quegli affari non s’affanna più, né ci torna sopra col pensiero, perché allo ieri ci crede ancor meno che al dimani. E a questo proposito ha egli una massima singolare, e dice. "Ieri ho dato a credenza tutto il bene che ho potuto, né è pulita cosa il ricordarlo; oggi me ne pago io da me un acconto, con questo poco d’allegria; domani Dio mi farà il saldo colla moneta che vorrà. Vedi bene, Giuliano, egli conchiude, che il mio lunario ha un giorno solo, e che voi altri siete gli stolidi a bere le stregonerie del Mirandolano, e del Casamia! [xiv] Il tempo è una gran fandonia, Giuliano!"

XXIV_ Così spensieratamente menò la vita Basilio, anche in quel prim’anno di sua dimora alla corte dell’Olmo: solamente nella campagna cominciava a prenderci amore: più per istramberia, se vuole, che per stile, ma intanto la passione veniva. E quando mi contavano che Basilio l’avevano veduto la mattina parar i buoi nell’aratura o zappar le colmate [xv] o la sera dar l’acqua ai prati, io ci rideva sopra, ma mi stropicciava le mani, e pensava fra me, che così quella sua testa si sarebbe saldata in qualche giovevole occupazione, e ringraziava Dio d’averci dato ordine lui, mentre io non poteva provvederci per essere crocefisso su quel benedetto materasso, dove la durai tre anni filati. La Pellegrina veniva a trovarmi assai di sovente, e a dirle la verità, con tutta quella sua idea da angelo la mi sapeva un po’ troppo da contadina. Non era cosa per esempio da vergognarsene che la figliuola d’un signorotto, di villa si, ma che pur ne sapeva il suo bisogno e di conto e di lettera [xvi] e di creanza sociale, vestisse di rigadone [xvii] , ne andasse al mercato in zoccoli, conoscesse a mala pena l’A dallo Zeta, e se occorre, guardasse i polli d’India [xviii] sul ciglio della via?
Eppure tale Basilio lasciava crescere la sua Pellegrina; e tutti i giorni diceva che pur bisognava deliberare e che l’avrebbe messa in un qualche convento. Poi no, il convento non gli andava ai versi; ma la scuola comunale non lo persuadeva meglio, e finiva col proporsi d’ammaestrarla egli stesso. Senonché aperto appena l’abbecedario, al quale per quattro mesi di dissuetudine s’era dovuto tornare, la fanciulla ci sbadigliava sopra, il maestro si accordava con lei; di manieraché per non cadere addormentati conveniva scapparsene fuori; eccoli ambidue, avventatelli e cervellini del pari, scioprare [xix] colle loro ciance il bifolco e il bracciante.

XXV_Così in capo a quattr’anni la Pellegrina era riuscita una vera massaja campagnuola. Quel po’di civilino che la s’aveva messo intorno alla Volta nella prima età s’era affatto rinselvatichito; pognamo proprio come un gelso d’incalmo [xx] , che lasciato stare troppo a lungo dalla ronca si fa tutto come spinoso; però l’aveva una gran qualità quella ragazza, che colle maniere de’ contadini, aveva insieme acquistato la loro umiltà, e la campava con essi proprio da pari a pari; e Basilio lasciavala fare per ogni conto a modo suo, e andando in estasi dietro la bontà di quella creatura, non s’accorgeva del mal garbo contadinesco che la si veniva appiccicando, colpa la sua trascuraggine. Giunta sui sedici anni, la novellina cominciò naturalmente a discorrere col figlio di un mezzajuolo [xxi] lì presso, che appena toccava i diciotto; e di discorso in discorso presero a volersi un bene dell’anima, come due colombini. Non c’era ragione, a detta di tutti, che l’unica ragazza d’un mezzo signorotto si perdesse via con un cotale, che per tener aguzzati i denti, doveva combattere tutto l’anno col badile: ma crede ella che Basilio desse retta ai parlari della gente, e s’adontasse di quel grilletto della Pellegrina? Tutt’altro! Egli careggiava anzi il giovinotto, che gli pareva ed era per verità d’ottima pasta, e di quegli amoretti fingeva di non s’accorgere, come disse in seguito a me, per non isgomentare que’ due innocenti. Ella dirà come tutti dicevano che Basilio era una bestia! Ma questo, signor mio bello, è per l’appunto ciò che m’indiavola! Basilio vede, ascolta, intende, ragiona… e poi? E poi lascia andar l’acqua per la china e dice, che la provvidenza fa le anime e poi le appaja, e il miglior de’ padroni essere Iddio, né doversi arraffar le carte a lui per mescolarle noi. Né come vedrà si è mai ricreduto da tale opinione, anzi vi si è incocciato peggio che mai, quando il tempo gli si è volto contro.

XXVI _Finalmente, quando Dio volle, invece d’andarmene al camposanto, ove pareva bene avviato, io mi rifeci a poco a poco le gambe, e un giorno così, pian piano [xxii] , un passo dopo l’altro mi trascinai su da Basilio a vedere cosa c’era di nuovo. Le giuro sull’anima mia, che quel fondo non si conosceva più! Io stesso che l’aveva in pratica da anni, per essere a metà fosso [xxiii] con un pascolo de’ miei padroni, mi sfregolava gli occhi quasi non credendo a quanto vedeva. Tutte le piantagioni rimesse, ordinati i rivali [xxiv] e gli scoli, l’erba per le praterie uguale come una mano e alta fino al ginocchio, la campagna rigogliosa, la casa, la stalla, i fenili allargati e rintonacate le mangiatoje colme d’ogni miglior foraggio, e disposti innanzi ad esse venti capi di bestiame; ma bisognava vedere che pelo e che fianchi!…
_Cane d’un Basilio, gli dissi, e in cinque anni hai fatto tutto questo? E in quali cinque anni!… Imposte, carestie, guerre, gragnuole si hanno dato la posta proprio in questi siti, e il vino solo se n’è andato, e tu da questi malanni esci con questa cera da arciprete!… Ti dirò che la è proprio una vergogna! E pensare che pur jeri scrivacchiavi da un avvocato! Ma tu la puoi insegnar lunga a tutti noi, mi pare!…
Basilio non rispondeva motto, ma si pavoneggiava dell’opera sua e menava giù sentenze a dritto e a rovescio, citando il tal autore e il tal altro, e stuzzicando ogni tratto la Pellegrina, perché gli desse ragione anche lei. Io rimasi con tanto di bocca, e mi ravviai verso casa, non sapendo cosa pensare di quei miracoli, quando giù sulla postale [xxv] , ecco che do del naso in don Pietro, quel prete stesso che ora sto qui aspettando e che non capita mai.
_Chi lo avrebbe detto eh? prese egli a dire accennando verso la stradicciuola per la quale Basilio e la Pellegrina, dopo avermi accompagnato fin lì, ritornavano all’Olmo; chi mai lo avrebbe immaginato?
Io non ci capiva nulla di quel gergo e lo guardava tutto sospeso e maravigliato.
_Si! chi lo avrebbe detto,… mi capite, lì di vostro fratello!… soggiunse egli.
_A si, si! feci io, in verità che Basilio fa miracoli!… Vi assicuro che in que’ suoi campi non mi ci trovava più!… E dire che ha governato la casa a quel modo, con queste cinque annate che ci abbiamo avuto, l’una più rabbiosa dell’altra!
Don Pietro mi guardò maravigliato alla sua volta.
_Si, si, continuai, (la deve sapere che sono molto domestico con quel prete per aver imparato l’abbiccì sulla medesima panca); si lo dico e lo sostengo, che Basilio ha fatto una maraviglia!
_Una maraviglia? sclamò il prete fermandosi sui due piedi. Io che pur zoppicando seguitava oltre, mi volsi non vedendomelo più a fianco.
_Ed io vi dico che la è una rovina! riprese egli rimettendosi a camminare.
Allora toccò a me fermarmi; e stetti lì che le ginocchia mi mancavano, tutta la persona tremava, e gli occhi mi si annebbiavano d’un’iride come quando si ha sonno, e si fissa la candela.
_Si, si una rovina, continuava don Pietro; e voi siete pazzo come lui… Ma piantò lì il discorso vedendomi tutto trasfigurato.
_E cosa avete? domandò mutando voce e maniera.
_Ma… non so… risposi io balbettando; cosa dicevate voi di rovina… parlando di Basilio?
_Come? non ne sapete nulla? sclamò.
_Nulla! mormorai con quella voce che mi sarebbe rimasta, se avessi parlato col diavolo in persona.
_Immaginatevi, rispose il prete, che Basilio ha un debito di ventimila lire con un cotale di Castiglione, il che vuol dire che la metà del fondo se n’è ita; più gli è un anno che non paga prediali, e l’esattore tira innanzi con pazienza non so nemmen’io il perché.
_Altro che miracoli! pensai fra me; ma pel resto della strada non ebbi cuore di muover parola.
(4 Continua nel prossimo numero)

Ippolito Nievo

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 NOTE

[i] Aveva scritto, con evidenti riferimenti politici: "in gioviali napoleoni, in
frodolenti romane, e in simpatiche genovine"

[ii] Aveva scritto: "affettati dalla medesima pasta"

[iii] Accenna alla Storia della Compagnia di Gesù di Daniello Bartoli (1608-1685)

[iv] Aveva scritto: "lì, ungo l’arrosto, gratto il formaggio, mangio quello che avanza". Il personaggio di Martino, nelle Confessioni, deriva da questa figura di vecchio fattore. Il fatto che Nievo abbia tolto di mano al vecchio fattore la grattugia, fa pensare che abbia riveduto il testo di La nostra famiglia di campagna, dopo aver scritto Le Confessioni, per non cadere in evidente ripetizione d’immagine

[v] Aveva scritto. "E ciò dicendo egli guardavasi"

[vi] Aveva scritto: "amministrano, come lui, i beni"

[vii] Aveva scritto: "come lui grattano il formaggio in cucina" 

[viii] Aveva scritto. "ma ha passati"

[ix] Aveva scritto: "efficacissimi"

[x] Fare le fiche: distribuire gettoni, in luogo di moneta sonante

[xi] Squero: temine veneto che indica il cantiere navale

[xii] Boattiere: mediatore nella compravendita dei bovini

[xiii] Aveva scritto: "un tenère in sulle ottanta biolche". Biolca era la misura di superficie corrispondente alla quantità arabile da un contadino in una giornata. La biolca mantovana corrispondeva a 31,386 are. Tenère significa proprietà agraria. Pertica mantovana corrispondeva a 7, 846 mq

[xiv] Lunari assai popolari a quel tempo

[xv] Colmata: terreno rialzato

[xvi] Aveva scritto: "e di lettere"

[xvii] Rigadone: in veneto indica una tela grezza, a righe larghe

[xviii] Pollo d’India: tacchino

[xix] Scioprare: allontanare dal lavoro

[xx] Incalmo: innesto

[xxi] Mezzajuolo: mezzadro

[xxii] Aveva scritto: "pian pianino"

[xxiii] Nella prima edizione si legge: "a metà fosse" ma si tratta di un refuso, perché la lezione esatta è "a metà fosso", termine che indica il confine fra due poderi che taglia a metà un fossato. Questa dicitura (come altre usate da Nievo) è presente negli atti notarili coevi di Mantova e provincia. Nievo dopo la laurea per alcuni mesi lavorò nello studio di un notaio mantovano

[xxiv] Rivale: sponda del canale per lo scolo dell’acqua. Termine mantovano

[xxv] Postale: strada maestra dove passa la carrozza con la posta

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