I Villani
Dipinture morali di Ippolito Nievo

(2 Continua dal numero precedente) Note a fine pagina[i]

_Bisogna, che tu pigli in santa pace questa mia maniera di scrivere, o amico lettore; giacché non per nulla ad un trattenimento di ciarle, meglio che ad una lettura t’invitai fin da principio; e così come in un dialogo di confidenza, io n’andrò via svolazzando di palo in frasca, persuaso che tu bonariamente terrai dietro al filo di seta dove ho costretta la gamba. Per me tutte le azioni nostre naturali prendono sostanza e modo dalla principale e tipica della vita; e come in questa vai le spesse volte a diritta ed a sinistra, finché riesci ove non ti saresti mai immaginato, così credo debba naturalmente avvenire nella scrittura, alla quale adagiandosi, non possiamo far la rassegna di tutti i pensieri che poi verremo colorando, come farebbe delle tornite assicelle un dipintore d’imposte; ma sibbene ci dipartiamo dal primo, ed essendo essi materia viva e bollente e moltiplicandosene perciò il numero, e variandosene [ii] le specie all’infinito, si corre loro dietro per ogni dove; finché, se la mente non è affatto pazza e disordinata (il che spero non sia ancora della mia) il giro naturale li riconduca al sentiero più spedito. Ben so essere altre maniere di scrivere più dotte di questa, e capaci di ordinare le idee per battaglioni e compagnie come una armata di tangheri; ma una più spiccia[iii] mai non seppi immaginare, onde me ne accomodo saggiamente, ed esorto gli altri a vantaggiarsene. Ora per esempio, se l’avessi presa nel cominciamento sul tuono pedantesco di una predica in tre punti, come avrei potuto dallo sfasciamento della ruota spiccar il volo a tal dissertazione rettorica? E come se la caverebbe poi il compassato predicatore da questa dissertazione, per capitombolare di bel nuovo alla ruota? L’amfibologia[iv] d’un mezzo volume non ci sarebbe di troppo, quand’io invece ma ne sbrigo[v] in tre parole, rassicurandovi sul buon fine di quella tragedia; poiché stramazzati ridendo sopra un lettuccio di ghiaia morbida e fina, ridendo pure ci siamo rialzati: senonché a me un gherone pendeva stracciato fino alle calcagna e fu cagione di nuove risate. Solo il ronzino fermatosi impassibile, come usano le brave bestie in simili circostanze, non si permise il minimo scherzo, e rivoltosi ad osservare la ruota fracassata stava lì tutto impensierito, quasi lamentando in difetto di quella il nessun valore della sua buona volontà.

Illustrazione per I Villani: ...che stava racconciando i pali d'una vigna...

VI_Un vecchio d’alta statura e di fronte serena, che stava racconciando i pali d’una vigna lì presso, avvistosi del nostro accidente, veniva verso la strada, onde io gli chiesi, ove avremmo potuto riparare a quel gran guasto.
_A casa mia, Signori, se loro non dispiace!_rispose il vecchio contadino additandoci una capannuccia lontana un cento passi.
_O che siete fabbro, falegname e carrozzaio voi?_ridimandai.
_Si, Signore!_soggiunse gravemente; poi siccome io pareva sorprendermi di quella sua calma, riprese sorridendo, che si sarebbe ingegnato a raggiustare ogni cosa. Già nulla restava a fare di meglio, onde caricati sul biroccio i frantumi della ruota, e facendone noi le veci dall’un lato, ci traemmo verso la casuccia; ma il vecchio dopo breve tratto, vedendo la poca pratica che ci avevamo in quell’esercizio, volle mettersi lui a quella bisogna, e i nostri piedi cittadini poterono avanzarsi più spediti senza tema di sdrucciolare.

VII_E voi, mio bravo galantuomo v’immiserite qui a far ghirlande alle viti con tanto ingegno e buona pratica di falegname che ci avete?
_Cosa vuole?_mi risponde[vi] il vecchio, ribattendo il cerchio sulla ruota già rimessa in modo da non parerci più segno di rottura _cosa vuole? non mi ci trovo io a lavorar pei Signori!
Io diedi un soprassalto_Oh, per chi lavorate? sclamai_pei poveri diavoli che non hanno di che pagare?
_Lavoro per tutti, io;_soggiunse il vecchio_ma dico di accomodarmi difficilmente con certi signori[vii] , perché essi, vedete, comperano le nostre braccia, e intendono che mandiamo al diavolo il cuore e la testa!
In verità io non capiva quel gergo, e il contadino se n’accorse vedendomi tutto sospeso, onde contnuò:
_Veda, io sono vecchio, eppure a certi ordini non mi ci seppi ancora adattare. Quando mi allogano un lavoro, eccoteli subito a gridarmi; ricordati, veh, che per sabato deve essere fatto! Io mi ho le mie settimane! per esempio, in quella or ora passata non poteva indurmi a toccar una sega, e mi convenne uscir sempre in campagna a zappare, a mettere[viii] in assetto i vitigni, a pulire le siepi, e in quel lavoro mi si rinfiancavano le forze; mentre chiudendomi qui nel cortile a piallar assi e a martellar chiodi, credo che sarei morto!
_Ah! ora vi capisco!_feci io_gli è che voi amate la libertà, e perciò difficilmente ve la intendete con chi pretende[ix] lavoriate a tempo fisso come un giumento. Ma ditemi un poco, e perché avviene che i poveretti si[x] siano meglio indulgenti, e che voi v’impegniate più volentieri con essi?
_Non saprei davvero_soggiunse il vecchio_ma il fatto sta.[xi]
_Però_continuai a voce alta_voi ve la passerete molto agiatamente con quest’arte tra mano?
_Eh! intanto si campa!_fece mestamente il vecchio.
_Come? il mestiere e la campagna non vi procacciano i vostri comodi?
_Il mestiere_rispose_mi aiuta di molti crediti in questi anni di carestia; la campagna mi dà assai lavoro e poco poco da mangiare.
_Ma ci avete molta famiglia? qui non vedo nessuno!
_Ho moglie e due ragazze da marito.
_E dove le sono ora?
_Sono giù alla bassa in cerca di lavoro; e Dio no ’l voglia torneranno con quelle benedette febbri, che già noi ce le pigliamo sempre in quelle risaie!
_E come mai siete venuto in tali strettezze?
_Cosa vuol mai, mio buon Signore!_rispose tranquillamente il vecchio rimettendomi la ruota al biroccio_non la poteva andare altrimenti colla peste dell’uva[xii] che ci impedisce dal pagare gli affitti; e sarà peggio l’anno venturo, perché il padrone non può più anticiparmi li frumentone, e dovetti vendere le bestie, onde sarò ridotto ad assoldarmi per bracciante, se ci trovo un sito; o a vivere alla giornata; e sì nell’uno che nell’altro caso, voi sapete la buona vita che si mena durante l’inverno! Ma già Dio ha voluto così, ed è inutile il pensarci sopra!

VIII_"Le annate peggiorano, e le prediali[xiii] ingrossano e le famiglie e i bisogni pur anco; in mezzo a questo le brinate a malmenare i gelsi, le gragnuole a tempestar il frumento. E l’uva?_Dio del Paradiso, quando ci consentirete un dito di vino buono e genuino a tavola? e que’ bei soldi che s’intascavano anni addietro sulle vendemmie? Via! facciamoci sopra un crocione … E la seta? quella sì vuol costar molto ora che c’è questo diavolo di muffa[xiv] in volta! Basta! bisognerà stringere[xv] , e vedere fin dove si possa arrivare!"_Questo ragionamento sono sett’anni che lo ripeti prima di coricarti, o povero lettore, come una massima d’Epitteto[xvi] o una giaculatoria favorita. In questi sette anni sei ingrassato come un tordo, e ti si sono rincolorite le guancie; in questi sette anni la tua casetta si è tutta ringiovanita all’aspetto, e i rabeschi dell’umile imbianchino furono coperti da carte tutto oro e velluto; le seggiole d’abete impagliato[xvii] si ritrassero modeste alla cucina, cacciate da una irruzione di poltroncine elastiche[xviii] , o almeno di scranne di noce; i candelieri d’ottone si fecero di bronzo o d’argento; all’inverno le finestre si vestono di doppie invetriate e le stuffe ti sgelano le dita; all’estate il tuo giardinetto vede le camelie e i rododendri sostituirsi ai gerani e al rosmarino soli adornamenti d’una volta; t’è cresciuto un bel cavallo alla stalla e l’avito sediolo[xix] giace polveroso in fondo alla rimessa, colle stanghe rivolte pietosamente al cielo, mentre tu batti il paese in un elegante calessino a doppie suste[xx] _E dimmi un po’ in coscienza, di quanti giorni allungasti la tua quaresima per ottenere simili prodigi?_In verità, se comparvero mai grassi capponi, o agnelli arrostiti o superbe spalle di maiale sulla tua tavola, ciò avvenne per fermo in questi anni malaugurati. Né la tua campagna si smagrì di nulla per tenerti in carne: chè i rivali[xxi] sono folti di pioppi, d’olmi e di gelsi, i solchi negri di concime, le carreggiate fondate di fresco, arieggiate e popolose le stalle, copiosa la vaccheria, morbidi d’erba i prati, ricise ornatamente le siepi, vagamente disposte le viti._Ora dove hai tu messo ad opera quel tuo consiglio di stringere, di stringere, per difendere gli agi tuoi dallo spendìo delle annate?_Tu lo sai in fondo in fondo, o accorto lettore, e lo sanno tutti, e io pure lo so, se mi propongo dirtelo in quattro parole. Vendendo caramente le tue derrate, diminuendo il numero de’ tuoi spesati e raddoppiando sovr’essi di stimolo, nutrendoli con grano semiguasto, né avvantaggiandoli in nulla, impedendoli anzi in quelle abitudini che in anni d’abbondanza senza tuo danno recavano loro assai frutto, angariandoli, spiluccandoli fino all’ultimo soldo di debito, con tali pratiche tu giungesti a buon porto; né secondo le leggi è delitto questa tua regola di condotta, sibbene prudenza e avvedutezza, anzi oltreché guadagno, ne hai lode. Ma Iddio, la tua coscienza, se è viva, ed io per quanto posso ci leveremo in coro contro te, imprecando a una tal massima di risparmiare sul necessario degli altri per accrescere i comodi propri. Codesta tua pratica abominevole, nata dal calcolo che il centesimo di tutti i giorni fa le lire a fin d’anno, è veramente una guerra sorda e inesorabile fatta a coloro de’ quali per obbligo di giustizia, di morale, di religione devi educare l’anima e conservare il corpo; io soglio chiamarla la Guerra del quattrino, né stimo che quella di Crimea vada superba d’un maggior numero di vittime.


(2 Continua nel prossimo numero)

Ippolito Nievo

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[i] Si riporta qui la redazione finale, corretta da Nievo e pubblicata postuma e in sette puntate sulla rivista "I Contadi", nel 1868. In nota si evidenziano le differenze con la prima edizione, pubblicata nel 1855 sulla rivista mantovana "La Lucciola", con il titolo La nostra famiglia di campagna.

[ii] Aveva scritto: "variandone".

[iii] Aveva scritto: "una più comoda".

[iv] Anfibologia o amfibologia: discorso equivoco che si presta a diverse interpretazioni.

[v]   Aveva scritto: "me la spiccio".

[vi]   Aveva scritto. "mi rispose".

[vii]   Aveva scritto: "coi signori".

[viii]   Aveva scritto: "e zappare, e mettere".

[ix]   Aveva scritto: "ve la intendete coi ricchi, che pretendono".

[x] Aveva scritto: "vi siano".

[xi] Risulta cancellato questo brano, presente nell’edizione del 1855:
"_Oh si! il fatto sta!_io pensava intanto fra me;_e vuoi saperlo perché sta? Perché i Signori oltre l’arroganza del denaro che danno o promettono in mercede, hanno per giunta la prepotenza di tutto quello che dorme nello scrigno, e perciò ti saltano addosso, e vogliono quello che vogliono, e ti comandano a vociate, come l’asino del fornaciaio! Ma i poverelli invece sapendo di essere dappoco, vengono quasi pregando, e conoscendoti galantuomo e facile a far credenza, non guardano pel sottile sui ritardi e non ti danno sulla voce col piglio dell’aguzzino! Perciò, o buon vecchio, tu fai presto e bene l’opera allogatati da questi, mentre nel lavoro commesso dal ricco senti il peso della schiavitù, e ci avanzi male e a rilento".

[xii]   La crittogama.

[xiii] Prediali: imposte sui terreni.

[xiv] Aveva scritto: "guerra", riferendosi a quella di Crimea, in atto nel 1855.

[xv] Aveva scritto: "stringere, stringere più che si può".

[xvi]   Epitteto: filosofo greco stoico del I secolo.

[xvii] Aveva scritto: "seggiole d’abete impagliate".

[xviii] Elastiche: molleggiate.

[xix] Sediolo: carrozzino simile a quello che si usa per le corse al trotto.

[xx] Susta: molla.

[xxi] Rivale: riva, sponda. Mantovano rival, friulano rivâl.