I Villani
Dipinture Morali di Ippolito Nievo   (Note)

Un capitombolo dell'autore

I_Voglio rappresentarti, o ingenuo lettore, per ischizzi e profili quella parte più pura dell'umana famiglia che vive nei campi; e per vivere intendo io lavorare in essi di braccia, non passeggiarvi un'orettina pei freschi (2) della sera come tu per avventura costumi. Né di codesta tua spensierata opulenza cerco farti carico per ora, sibbene innamorarti di coloro che allenano (3) per te e de' quali in onta al diuturno consorzio conosci ben poco indole, mente e costumi; o se li conosci, non te ne dai per inteso, e seguiti a trattarli come mandra da bastone. Ma quando io t'abbia sincerato della cosa, e dimostratoti splendidamente quanto a te sovrastino per bontà d'animo e rettitudine di conoscenza quelle genti che gridi maestre di malizia, scioperaste e imbestialite, allora non potrai più adagiarti all'ombra di simili calunnie lasciando, le cose rovinare alla peggio per quei poveretti. Però non voglio sfoderare la dottoreria d'uno scrittore di gala, né tu devi rappresentare quel pubblico pedante dagli occhiali verdognoli, che compera i libri, o più sovente li toglie a prestito, per averne quel diletto che i fanciullini prendono dai passerotti spiumandoli vivi. Tra noi, abbilo bene a mente, lo stampato è per sola (4) comodità; anzi possiamo far conto addirittura d'essere due buoni e vecchi amici, seduti a discorrerla de' loro negozii sotto la folta ombra d'un gelso, o se ti garba meglio, lì sullo spiano della spezieria.

II_Ti parrà scandalo sulle prime, o paziente lettore, che del colloquio io mi prenda la parte del leone, e me la tiri innanzi con questo piglio spaventevole senza una cerimoniuzza d'entratura e senza dar campo alle tue sensate risposte. Ma, Dio buono, ci ho colpa io se la Provvidenza fu cortese agli scrittori di far te un essere collettivo, ed anonimo? Ci ho colpa io del non poterti pigliar sotto braccio ogni dopopranzo a sorbirmi le tue opposizioni, e i dubbj e le novelle e gli aforismi ed ogni altra mercanzia, di cui, ne sono sicuro, ti scoppia il cervello? E neppure questo torto è tuo: ma alla peggio, se ti pizzica la lingua un troppo molesto prurito di rispondermi, venendo in città, se non ci abiti (5), puoi cercare di me che non ebbi nascendo la tua fuggevole natura; e potrai allora interrogarmi, chiarirmi, ribattermi, aspreggiarmi, persuadermi, assordarmi, confondermi, scomunicarmi a tua posta, prendere insomma la rivincita di quanta noia t'avrò propinato. Intanto stringimi un poco la mano, che me lo devi ad ogni modo; se tiri a letterato, per una lontana parentela, e se conosci l'alfabeto ma non ti ci confondi entro, per quel po' di compassione dovuta ai tribolati. Che se poi, straniero affatto dell'abbici, le mie parole ti giungono all'orecchio arrotondate, rabbellite dall'ufficio d'un labbro amico, oh come oserai volermi male dopo che avrò dato mano, non foss'altro, coll'opera mai a uno scambio tanto soave di cortesie? In aggiunta, se giovine per simpatia d'età, se adulto per dovere d'aiuto, se vecchio per autorità di consigli mi devi sempre un briciolino d'amore. E se mai la pietosa gentilezza e la candida fede degli occhi tuoi palesassero un'anima di donna, qual forza villana potrà spegnere il clemente sorriso di quegli occhi colorandoli nel giallo della bile? Tolga Iddio una tale disgrazia, o donne gentili; che il sereno del Paradiso non avrebbe più simbolo fra noi, e le vie al meglio s'infolterebbero di notte più sinistra.

III _Il piangoleggio de' poeti è moderno contagio dal quale, grazie ad un mio sogghignetto, andai salvo finora. Perciò l'altro ieri trovandomi assestato in un biroccino, e sentendomi balzellare soavemente le viscere alle strappate del cavallo, non ne voleva male per questo a me ed agli (6) altri, né correva col desiderio al molleggiare dei cocchi beati. Il buon Parini poteva lagnarsi dell'"obliqua furia dei carri" che lui lasciavano pedestre nell'"iniqua stagione" (7); ma oltreché il povero abate era vecchio e cagionevole, aveva scritto pur anco quella bagattella del Giorno che come gli valse il primo seggio fra i Padri della Nuova Letteratura, doveva anche soccorrere almeno d'una lettiga "il piede infermo"; e già, assicuratevi, non avrebbe egli preteso un tiro a quattro!
Io dunque faceva il mio pro con tutta filosofia di quel biroccino; né il cielo mi pareva meno limpido, né la campagna meno deliziosa, né la strada più lunga per qualche strabalzamento, giovevole del resto, come dicono i medici, agli sgorghi biliosi. Aggiungete poi che lì al fianco (8) io m'aveva un compagno, e tanto sollazzevole e disposto con mente così serena alla vita, che mai ho ringraziato come allora di cuore la Provvidenza della socievolezza largita alle umane bestiuole (9).

VI _Così scendevamo a trotto prudentissimo dai colli di Solferino (10), riandando fra noi le piccole avventure occorseci, e le bellezze del Lago di Garda, e la festa de' suoi giardini, e il pittoresco incurvarsi delle sponde, e l'azzurro dell'acqua e il superbo promontorio di Sirmione, visitato da ultimo, e le poetiche memorie di Catullo e di Pindemonte spigolate lì intorno (11). La strada, rotta dal tempaccio de' giorni addietro, correva capricciosamente, da vera selvatica che la era, per burroncelli, poggi e vallette, ora chiusa da danzanti vigneti, ora fiancheggiata da ineguali praterie. Chiesuole, casali, capannuccie, sfilavano pittorescamente d'ambo i lati, e quando s'aggiungeva il sommo d'un erta l'occhio perdevasi lontano lontano pel verde turchiniccio della pianura fino ad aggiungere le cime del gran Padre Appennino.
_Addio, bella montagna della speranza! Grazie a te, che nei giorni sereni palesandoti fino a noi ci sei guida nel pensiero alle ridenti costiere di Liguria, e alle operose valli di Piemonte, e alla gentile Toscana, e alle agguerrite Romagne, e alle Puglie ondeggianti di messi, e alle incantevoli baie di Napoli, e alle fiere Calabrie, e al triplice paradiso di Sicilia! (12) Addio, simulacro de' nostri destini, che corri la vita a ritroso, e dalle nevi dell'Alpi ti digradi fino al Vesuvio ed al mare, per risorgere folgoreggiando sul trono dell'Etna!
Avevamo finito appena d'alternare quest'inno, quando nel precipizio d'una discesa si sfasciò senza misericordia una ruota del biroccino.
(1 Continua nel prossimo numero)

Ippolito Nievo

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