Un pittore a Fossato

di Fausta Samaritani

 

La famiglia Nievo restaurò la Corte grande di Fossato e quella  più piccola della Fornace, acquistate in stato di completa desolazione.

Le piante del catasto Teresiano, disegnate intorno al 1775, mostrano la consistenza dei fabbricati e dei terreni del comune di Rodigo e quindi anche quella dei terreni di proprietà Nievo. In una pianta di Rodigo di poco anteriore le Corti Fornace e Fossato sono disegnate con maggiore chiarezza (Arch. Stato Mantova, Mappe di varia provenienza, 498).

L’ingresso della casa padronale a Fossato, decorato da una serliana dalle strette arcate laterali, fu limitato con una cancellata di ferro dipinto in nero e le finestre furono dotate di inferiate. Al primo piano fu aperto un piccolo balcone, con una balaustra bombata in ferro battuto. Sembra che la stanza che si affaccia su questo balcone sia la camera da letto di Ippolito Nievo.

 

La casa di campagna gonzaghesca, da severa e monacale, assumeva le sembianze di una villa settecentesca. Rimaneva intatto e sobrio nel gusto il cortile quadrato sul retro che, con il centenario pozzo in marmo rosa di Verona, conservava l’aspetto di un chiostro delimitato per tre lati dalla casa e per il quarto lato dal muro di cinta. E’ possibile anzi che tutto l’edificio sia nato come un convento e che un orto, chiuso tra la casa e il confine lungo strada, fosse riservato alla coltura delle piante medicinali. Dalle antiche mappe catastali si ricava il tracciato di questo antico recinto.

 

 

Particolare dei due paesaggi sui lati più lunghi del tinello. Notare il mulino ad acqua

 

La decorazione pittorica risale ai primi anni dell’Ottocento.

E’ verosimile che regista dell’opera di restauro sia stato Alessandro Nievo, figlio unigenito di Giovanni Battista e nonno di Ippolito, che aveva una specifica competenza in arte contemporanea.

Gli affreschi del tinello, luogo di riferimento per la famiglia, sono stati eseguiti fra il 1811 e il 1815 da Giuseppe Canella, oggi considerato tra i maggiori paesaggisti italiani di età romantica. In quegli anni Canella dipinse nel Palazzo Massarani di Mantova un paesaggio con mulino sullo sfondo di montagne, simile a quello della Villa Nievo di Rodigo.

 

Particolare del paesaggio col mulino. Scorcio dell'ingresso della Villa Nievo visto dal tinello

 

Canella si era formato nella sua Verona, nella bottega del padre Giovanni, che era professore di disegno al Seminario vescovile, architetto famoso e pittore d’affreschi dagli arditi capricci scenografici. Sulla tradizione del vedutismo veneto settecentesco, Giuseppe Canella maturò, giovanissimo, rare esperienze come pittore di fondali teatrali, accentuando il gusto per le vedute ad ampio respiro, a tutto orizzonte.

 

 

Due angoli del tinello. L'angoliera lombarda, primi Ottocento, è rimasta al suo posto

 

Il tinello rettangolare di Villa Nievo non è centrato rispetto all’ingresso della casa, secondo i rigidi canoni classicheggianti. La porta d’accesso a questa ampia sala rettangolare non si trova neppure al centro della parete, ma spostata verso un angolo. Le finestre inoltre si aprono su uno dei lati corti e su uno dei lati lunghi, accentuando la mancanza di simmetria. Canella mutò il “difetto” in pregio, dilatando lo spazio a grand’angolo e costruendo un impianto pittorico a prospettiva, su misura per chi entra nella stanza.

 

Coprì interamente d’affreschi soffitto e pareti, creando l’idea di un fresco padiglione piantato su colonnine stile impero e nella radura di un bosco, velato da bianchi tendaggi e sfondato verso l’alto, in una geometria aerea di rami, contro un cielo abitato da uccelli. Sul vero caminetto settecentesco in marmo rosa di Verona, Canella dipinse una finta mensola marmorea classicheggiante e un’anfora colma di rose che ricorda quella dipinta nella sala da bagno dell’Imperatrice, al Palazzo Ducale di Mantova. Si riconosce la stessa mano, eppure gli affreschi del bagno dell’Imperatrice sono considerati anonimi.

 

 

Affresco con la mostra di piatti. Particolare di un paesaggio contro il quale è posato un piccolo specchio da toletta

 

Alla parete opposta a quella del camino Canella ideò, sopra una vera credenza di noce massello, (forse da lui disegnata e che oggi si trova in un vecchio ristorante a Mantova) una finta mostra di stoviglie, di piatti e di calici, dipinti sopra una alzata coperta da una fittizia tovaglia candida. Si riconosce la bottiglia scura del vino di Cipro, bevanda rara e preziosa a quel tempo.

 

 

Borghetto visto dal ponte visconteo

 

Canella affrescò le due pareti maggiori del tinello con due paesaggi in cui sono riconoscibili i colori, gli alberi, le case e i mulini di Borghetto nel comune di Valeggio, un paesino posto a cavallo del Mincio, a poca distanza dal trecentesco ponte visconteo che sbarra la valle morenica, a completamento delle difese del Serraglio.

 

 

Veduta del ponte da Borghetto e veduta di Borghetto dal ponte visconteo. Notare i mulini ad acqua

   

Con una tecnica ardita, che anticipa la grande stagione del cubismo, Canella smontò e rimontò il piccolo paese, duplicandolo, variando l’orientamento delle case, della torre e dei porticati, proiettando dietro una delle due vedute le montagne del lago di Garda e dietro l’altra un orizzonte senza fine, in cui s’intuisce il lento corso del Mincio, verso una lontana pianura dorata. Un sognato paesaggio mantovano, al tramonto, con gli stagni lungo il Mincio, si ripete ai lati della finta mostra di bicchieri e di stoviglie.

 

 

Veduta dal ponte, al lato opposto rispetto a Borghetto. Bosco fra Borghetto e Valeggio

 

Giuseppe Canella è autore anche degli affreschi sulle pareti della scala che conduce al piano superiore: danno la sensazione di un porticato luminoso, affacciato su due lati, verso l’interno della casa e verso un giardino di cui si intravede il fogliame. Il drappeggio di una cortina bianca, dipinta sul muro, continua nella vera tenda di lino bianca che, oggi come ieri, vela l’unica finestra.

Sulle pareti della camera col balcone, al primo piano, le Menadi danzano leggere dentro ghirlande di rose. La decorazione di questa stanza da letto è stata forse ideata su misura per Laura Nievo, una zia di Ippolito, che all’epoca era giovinetta?

 

Le altre stanze della villa hanno le pareti affrescate da buoni decoratori di età neoclassica. Sul soffitto d’ingresso è dipinta la pianta della villa, insieme alla squadra e al compasso. Le due colonnine azzurrine, sul pianerottolo del primo piano, evocano forse quelle innalzate davanti al Tempio di Gerusalemme: non si esclude che Alessandro Nievo fosse massone. Lo stato odierno dei dipinti è precario. Alcuni vecchi restauri, realizzati con tecniche diverse dal fresco, sono troppo visibili. Le figure di Santi, sulle pareti dell’ingresso, sono aggiunte nel Novecento e sono opera del sig. Cremona che acquistò la villa dai Nievo nel 1921 e di un suo amico pittore.

          

Nei ricordi infantili di Padre Innocente Gobio, cugino di Ippolito, il tinello di Villa Nievo occupa una posizione centrale. Non esercitò al contrario una particolare attrazione su Ippolito, che la sera preferiva mescolarsi al contadini, riuniti nella stalla intorno ad un vecchio che raccontava favole.

Questo passo, nel capitolo secondo delle Confessioni, sembra ambientato a Fossato, perché vi corrisponde esattamente la geografia delle porte e degli ambienti:

   

V’ho detto che si costumava andare a letto mentre ancora si giocava in tinello; ma il gioco non tirava innanzi gran fatto, perché alle otto e mezza in punto lo si lasciava per intonare il Rosario; e alle nove si mettevano a cena, e alle dieci il signor Conte dava il segnale della levata ordinando ad Agostino di accendergli il lume. La comitiva allora sfilava dalla porta che metteva allo scalone, opposta a quella che conduceva in cucina. Dico scalone per modo di dire, ché l’era una scala come tutte le altre.

 

In casa Nievo la rigida struttura familiare era di tipo piramidale, con a capo una figura maschile: per primo il bisnonno Giovanni Battista, di cui Padre Innocente ricordava il tono profondo della voce, poi il nonno Alessandro e la nonna Marianna Gobio. Questa gerarchia mancava a Colloredo, dove proprietaria e padrona di casa era Adele Nievo Marin, mamma d’Ippolito.

Sul prototipo di casa Nievo sembra costruita la gerarchia dei conti di Fratta: la figura del conte somiglia ad Alessandro Nievo anziano. In una lettera alla madre, scritta da Verona il 2 marzo 1842, quando era convittore nel Collegio del Seminario, Ippolito ricorda una visita del nonno paterno Alessandro che morì nel 1843, quando Ippolito aveva 11 anni e mezzo.

 

La nonna Marianna Gobio passò gli ultimi tempi a Soave, in casa del figlio Antonio, malata e amorosamente assistita dalla nuora Adele Marin. Di ritorno dalle cure a Recoaro, a Soave morì il 31 luglio 1834. Suo nipote Ippolito aveva due anni e mezzo: della nonna non conservava neppure una immagine nebulosa, ma i genitori gli avranno ricordato qualche episodio che la riguardava.

 

           La vecchia madre del Conte, l’antica dama Badoer, viveva ancora a que’ tempi; ma io non la vidi che quattro o cinque volte, perché la era confitta sopra una seggiola a rotelle dalla vecchiaia, e a me era inibito entrare in altra camera che  non fosse la mia ove dormiva allora con la seconda cameriera o come la chiamavano con la donna dei ragazzi. La era una vecchia di quasi novant’anni piuttosto pingue e d’una fisionomia dinotante il buon senso e la bontà. La sua voce, soave e tranquilla in onta all’età, aveva per me un tale incanto che spesso arrischiava di buscar qualche schiaffo per andarla ad udire postandomi con l’orecchio alla serratura della sua porta.

 

Queste parole si leggono nel capitolo primo de Le confessioni d’un italiano.

Fausta Samaritani

1 agosto 2001

Le foto sono di Fausta Samaritani

 

Ippolito Nievo online. Ippolito Nievo online