Palazzo Nievo a Mantova
di Fausta Samaritani
Si, è amore
a prima vista: ma Ippolito Nievo ha già deciso di partire per la Toscana,
respinto da Mantova, dove per i sospetti della polizia austriaca gli
è impedito di circolare liberamente. Allinizio del 1849, cacciando in
fondo al cuore i sentimenti per Matilde Ferrari, Nievo si trasferisce prima
a Firenze e poi a Pisa.
Lo accoglie il palazzo mantovano
di proprietà del padre Antonio, in Contrada Corta 732. E' una ricca dimora
patrizia, adorna di mobili, di marmi e di quadri.
Nell'arredo
domina lo stile neoclassico, tanto caro al nonno Alessandro, da poco defunto.
Le pareti della sala dei rami, che
prendono il nome dalla decorazione pittorica del soffitto, sono coperte da
oltre un centinaio di incisioni antiche, chiuse nella loro cornice e protette
dal cristallo: è un vero gabinetto di stampe, numerate e personalizzate col
nome dell'antico possessore, Alessandro Nievo. I mobili e gli oggetti di questa
sala, reclamati come propri dalla vedova di Alessandro Nievo, Marietta Accordi,
sono stati recentemente sostituiti.
Forse
l'occhio d'Ippolito, uscito dal Seminario Vescovile di Verona con una salda
cultura classica e umanistica, indugia su Enea che porta in spalla Anchise,
piccola incisione tratta da Guido Reni; oppure sulla serie di battaglie di
Alessandro contro Dario, incise dallAudran.
La penombra della biblioteca, con
le grandi scansie dabete spartite in dodici ante, sei chiuse da cristalli,
e il paravento rivestito di carta colorata, invita allo studio e alla scrittura.
Il sofà di noce, trasformabile in letto, suggerisce la lettura o un po
di riposo. Sul tavolino c'è un lume con un meccanismo a saliscendi, pratico
per bene illuminare il ripiano della scrivania in abete laccato. Nello scaldavivande
dottone forse riposa uno spuntino e a sera, per accendere il fuoco,
il cesto di vimini è pieno di legna da ardere.
Mi sovviene che mi accadeva sovente di perder gli occhi
in certi libroni rossi che stavano dietro i cristalli duno scaffale.
Così scriverà Ippolito Nievo di Carlino Altoviti,
nel capitolo secondo delle Confessioni.
Paese
ove il Sì suona
L'antico
lauro è spennacchiato tanto
Che
non resta da farne una corona.
Questi
versi sono del 1855. A fine febbraio 1850 Ippolito Nievo, studente del secondo
corso di Filosofia presso il Liceo di Revere, forse è giunto alle stesse conclusioni.
Sconsolante ai suoi occhi è il panorama letterario italiano contemporaneo,
a paragone dei fasti del passato.
Tra
gli autori italiani del tempo andato, che Ippolito nomina nei Versi
pubblicati nel 1855, nella
biblioteca di casa Nievo sono presenti Fulvio Testi con le Poesie, Giuseppe Niccolini con La
Buccolica di Virgilio tradotta, Torquato Tasso con l'Apologia in difesa della Gerusalemme e Le sette giornate del modo creato, Gabriele Chiabrera con le Opere complete, Metastasio con Tutte le Opere, Carlo Frugoni con le Opere
poetiche.
Sembra
che Ippolito Nievo dia uno sguardo ai libri della biblioteca di casa.
Al pari di ogni studente, possiede una personale
biblioteca e pone la firma sui libri di sua proprietà. Ha una graziosa edizione
tascabile della Divina Commedia.
Ne parla in una lettera alla madre, il 14 ottobre 1857:
La sonnambula [Elisa Zanardelli] indovinò un Dante ch'io aveva in tasca gelosamente
nascosto a tutti, il volume, il canto segnato e che so io.
Al
decimo capitolo delle Confessioni dun italiano, Nievo ricorda una Divina Commedia tascabile, con piccole immagini di dannati:
Quel piccolo Dantino io lavea pescato nel mare magnum di libracci di zibaldoni e di registri donde la Clara anni prima avea raccolto la sua piccola biblioteca.
Legati da una copertina unica, Ippolito Nievo possiede Stello o i Diavoli turchini di Alfredo di Vigny, tradotto da Luigi
Masieri, nella edizione milanese del 1835 e il Viaggio sentimentale, pubblicato da Sterne con lo pseudonimo di Yorick
e tradotto da Didimo Chierico (Ugo Foscolo), nella edizione milanese del 1833.
Voglio darti a leggere un romanzo un po' umoristico,
_ scrive a Matilde Ferrari il 19 luglio 1850 _ che
ne riporta tre esempi [di giovani poeti annientati dalla realtà] ma tanto lagrimevoli che vagliono per cento.
Esso s'intitola, I diavoli turchini.
Tra
i suoi libri cè Vocabula latina et italica di J. Pasini,
edito a Milano nel 1846 e una Roma antica,
opera settecentesca di autore ormai illeggibile: come segnalibro Nievo adopera
la velina di un calendario che porta questa data: 25 febbraio, sabbato, luna nuova
[1]
.
Un
libro che accompagna i suoi studi è il Corticelli[2]:
non ne segue tuttavia alla lettera le istruzioni sul modo di usare la lingua.
In
una lettera ad Arnaldo Fusinato, il 24 luglio 1856, Nievo scrive:
Io non sono quel sì fido alleato del Corticelli, che debba spaurarmi dun
idiotismo veneziano per tema di pestargli sui piedi.
Nel salotto rosso, così
detto dalla tappezzeria che ne ricopre le pareti, secondo un gusto ormai consolidato
presso i nobili e i ricchi borghesi ma di antica derivazione medicea, il nonno
Alessandro Nievo aveva raccolto la sua collezione di marmi antichi e moderni[3].
Egli apprezzava in modo particolare la scultura a forma di tre guglie e la Vittoria alata in stile neoclassico, riconoscibile nel suo ritratto ad olio. Otto piccole sedie di noce tirato a lucido, ricoperte di marocchino verde, completano l'arredo di questa sala, decorata da un fregio di putti e concepita come contenitore di una raccolta di arte omogenea, tipica del gusto dellepoca.
La quadreria,
vanto di Alessandro Nievo, in minima parte è nelle anticamere, nelle stanze
da letto e in biblioteca, perché i quadri più importanti sono esposti nella
sala detta la Galleria. Il tavolo rettangolare, in noce massiccio
intagliato e dorato e con il piano in onice nero, non serve da tavola da pranzo,
ma sostiene un vaso tondo di cristallo e domina al centro della stanza. Le
dieci sedie assortite sono poggiate lungo le pareti.
Lo
sguardo di Ippolito Nievo indugiava forse sulle tele e sulle tavole dipinte
ad olio che decoravano le pareti, fino al soffitto? Alcune erano pale d'altare
e le figure vi erano rappresentate a grandezza naturale.
Nievo
metteva in memorie le emozioni?
Tra
i quadri posseduti dai Nievo
ci sono due teste d'alabardiere dipinte da Rubens, stralciate dalla famosa
pala della Trinità, fatta a pezzi durante l'occupazione francese. Il quadro
intero rappresentava il manifestarsi della Trinità, sopra un drappo sostenuto
da angeli in volo, alla presenza della famiglia Gonzaga al completo, inginocchiata
e adorante. Gli alabardieri, in piedi, facevano da contorno.
In
uno dei due frammenti, acquistati dalla famiglia Nievo ai primi dell'Ottocento,
si riconosce il volto di Rubens. Al pari di altri autoritratti coevi, il suo
sguardo è stravolto e le guance infuocate da una malattia che gli arrossa
la pelle e gli dirada i capelli.
Ippolito
Nievo, che certamente ignorava la storia della malattia di Rubens, forse era
portato ad ironizzare sulla espressione attonita di questo armigero[4].
Sorride
del capitano Sandracca, scrivendo nelle Confessioni,
al capitolo primo:
Certo era l'uomo più lungo della giurisdizione;
e le dee della grazia e della bellezza non aveva presieduto alla sua nascita.
Un
posto donore, nella Galleria Nievo, è riservato al ritratto di Giovani
Battista Nievo, dipinto dal Sabatelli professore a Brera: in casa lo chiamano
affettuosamente il nonnetto dal gilè rosso.
La
lunetta di Domenico Fetti, che una volta adornava la chiesa mantovana di Sant'Orsola,
è un'opera di straordinaria forza espressiva. Rappresenta l'architetto Viani
che offre a Margherita Gonzaga il modellino della chiesa di Sant'Orsola.
Il
dipinto, a chiaroscuro, è una sinfonia di grigi e di azzurrini, con sottili
velature d'oro zecchino. La Gonzaga, che si è appena ritirata in convento,
è rappresentata tra due suore, con gli occhi abbassati, nascosta nell'ampio
abito monacale, in velata lontananza, coperta da grigie pieghe, lunghe, soffici,
ondulate e luminescenti. La pennellata scivola, corposa e ampia sulle vesti,
sottile e aerea sul fondale pallido, quasi bagnato da raggi lunari[5].
Ti intravvedo azzurrina e compassionevole al
raggio morente della luna.
E'
una delle ultime frasi delle Confessioni
dun italiano.
L'atrio di ingresso, al piano nobile
del Palazzo Nievo, è un ambiente ottagonale terminante in uno spazio circolare
coperto da una cupola e adorno con elementi di ordine ionico[6].
In alto, sostenuti da mensole, decoro di gusto neoclassico ispirato ai rilievi
in stucco della sala di Fetonte a Palazzo Te, ci sono i busti in gesso di
sette grandi del passato. La serie inizia con Alessandro Magno, prosegue con
Napoleone, Galilei, Virgilio, Omero, Colombo e finisce con Vincenzo Monti.
Sul tamburo della cupola è inciso questo motto, dal sapore di laica cultura
illuminista:
Voi cantate, voi avidi di conquistare più mondi cercateli con Galilei
nei cieli e con Colombo in terra.
Alessandro
Nievo, che intorno al 1837 aveva commissionato l'atrio all'architetto Giovanni
Battista Vergani, aveva anche scelto i personaggi da rappresentare. Apprezzava
Monti che era fraterno amico di Federico Gobio che era legato ai Nievo da
duplice parentela: come marito di Laura Nievo, figlia delle prime nozze dAlessandro
con Maria Teresa Arletti, e come fratello di Marianna Gobio, seconda moglie
di Alessandro.
Padre
e figlia si erano scoperti cognati.
Ippolito
Nievo forse non bada a Napoleone, che sarà presenza forte sullo sfondo delle
Confessioni, ignora forse anche Galileo, argomento di una futura sua
commedia.
Se Ippolito Nievo scende le due rampe
dello scalone di pietra, adorno dangeli di marmo, raggiunge il largo
porticato al piano terreno, sostenuto da una fila di colonne con capitelli
antichi. La luce penetra da sinistra, dal cortile grande lastricato, adorno
di spezzoni marmorei.
Dietro
il palazzo sorge un edificio di servizio a più piani, con ingresso da un secondo
cortile e da Contrada Concole che corre sul retro della proprietà Nievo, ad
un livello inferiore rispetto a Contrada Corta. Da questo secondo cortile,
retrostante il Palazzo Nievo, si accede ad uno scivolo che raggiunge la rimessa
delle carrozze e la scuderia a sei poste che hanno ingresso su Contrada Concole.
Una
settecentesca cancellata, affiancata da due statue in pietra, separa il cortile
principale dal giardino pensile che è chiuso per due lati da edifici. Quasi
fossero dee tutelari, due figure barocche femminili, ritte sugli stipiti marmorei
della cancellata, rompono ogni simmetria e guardano verso le finestre del
piano nobile, dove vivono i Nievo. Forse provengono da un edificio demolito.
Oltre
le sbarre della cancellata si vede una folta cortina di verde intenso. Un
tasso plurisecolare divarica i suoi rami e le rose si arrampicano fino ai
capitelli corinzi, poggiati sulle colonne addossate al muro di confine[7]. Al centro del giardino, una gradinata
tonda di marmo bianco scende ad abbracciare una fontana. A sinistra, sotto
lombra accogliente del tasso, cè un sedile di pietra. Di lì si
possono osservare i cavalli, chiusi nella scuderia, le cui finestre si affacciano
sul giardino.
In
primavera lodore aspro dei cavalli e il profumo tenero delle rose si
mescolano a quello dei fiori di cedro; in estate prevale laroma carico
e profondo degli oleandri.
25 agosto 2001
[1]
Divina Commedia, Stello,
Viaggio sentimentale, Vocabula del Pasinio,
Roma antica si conservano presso
la famiglia Nievo, dove esistono altri libri dIppolito: Lhomond, De viris illustribus Urbis Romae, 1842
(utilizzato per le tragedie Spartaco
e I Capuani), Lamartine, Cours familier de littérature, Entretien 1856 (ne parla nelle lettere e sulla Rivista Veneta del 12.10.1856), Hugo, Les Contemplations, 1856 (da lui recensito su La Lucciola il 26.8.1856 e su Rivista
Veneta il 24.8.1856).
[2]Corticelli Salvatore, Regole e osservazioni della lingua toscana.
[3] Alcuni elementi descrittivi
mi sono stati comunicati a voce dalla contessa Gabriella Castiglioni che
ha vissuto a Palazzo Nievo, ora Angeli-Duodo, e conobbe negli anni Sessanta
Adele Nievo, zia di Stanislao Nievo.
[4] I due frammenti della pala
della Trinità furono venduti da Antonio Nievo intorno al 1870 ad un certo
Montaldo, forse torinese, forse banchiere. Da allora se ne persero le tracce.
Una terza testa dalabardiere, non appartenuta a Nievo, è oggi al Palazzo
Ducale di Mantova.
[5] La lunetta del Fetti, venduta
nel 1978 allo Stato da Antonio Nievo, è oggi al Palazzo Ducale di Mantova.
[6] Larchitetto Giovanni
Battista Vergani il 24 gennaio 1841 inviava a Carlo D'Arco una lettera con
l'elenco delle sue opere, realizzate in Mantova e provincia. Vi si legge
al n. 9: Vestibolo ottagono terminato in forma circolare
adorno dell'ordine ionico eseguito nella casa Nievo. (Archivio St. Mantova, Fondo D'Arco,
b. 208).
[7] Il progetto d'epoca neoclassica,
a matita, delle colonne e capitelli del giardino Nievo si conserva a
Mantova. (Archivio St. Mantova,
Fondo, Ingegneri, Periti, Agrimensori, b. 589, f. 3).