Palazzo Nievo a Mantova

 di Fausta Samaritani

 

Si, è amore a prima vista: ma Ippolito Nievo ha già deciso di partire per la Toscana, respinto da Mantova, dove per i sospetti della polizia austriaca gli è impedito di circolare liberamente. All’inizio del 1849, cacciando in fondo al cuore i sentimenti per Matilde Ferrari, Nievo si trasferisce prima a Firenze e poi a Pisa. Ad aprile 1849 corre a Livorno, invano insorta contro il tentativo del Granduca di Lorena di sbarcare in Toscana e riprendere possesso dei suoi domini. Deluso, poiché il Granduca è rientrato e l'Università di Pisa nell'autunno resterà chiusa, sul finir dell'estate 1849 Ippolito Nievo torna a casa.

 

Lo accoglie il palazzo mantovano di proprietà del padre Antonio, in Contrada Corta 732. E' una ricca dimora patrizia, adorna di mobili, di marmi e di quadri.

Nell'arredo domina lo stile neoclassico, tanto caro al nonno Alessandro, da poco defunto.

Le pareti della sala “dei rami”, che prendono il nome dalla decorazione pittorica del soffitto, sono coperte da oltre un centinaio di incisioni antiche, chiuse nella loro cornice e protette dal cristallo: è un vero gabinetto di stampe, numerate e personalizzate col nome dell'antico possessore, Alessandro Nievo. I mobili e gli oggetti di questa sala, reclamati come propri dalla vedova di Alessandro Nievo, Marietta Accordi, sono stati recentemente sostituiti. 

Forse l'occhio d'Ippolito, uscito dal Seminario Vescovile di Verona con una salda cultura classica e umanistica, indugia su Enea che porta in spalla Anchise, piccola incisione tratta da Guido Reni; oppure sulla serie di battaglie di Alessandro contro Dario, incise dall’Audran.

 

La penombra della biblioteca, con le grandi scansie d’abete spartite in dodici ante, sei chiuse da cristalli, e il paravento rivestito di carta colorata, invita allo studio e alla scrittura. Il sofà di noce, trasformabile in letto, suggerisce la lettura o un po’ di riposo. Sul tavolino c'è un lume con un meccanismo a saliscendi, pratico per bene illuminare il ripiano della scrivania in abete laccato. Nello scaldavivande d’ottone forse riposa uno spuntino e a sera, per accendere il fuoco, il cesto di vimini è pieno di legna da ardere.

 

Mi sovviene che mi accadeva sovente di perder gli occhi in certi libroni rossi che stavano dietro i cristalli d’uno scaffale.

 

Così scriverà Ippolito Nievo di Carlino Altoviti, nel capitolo secondo delle Confessioni.

 

Da Poesia d'un'anima_Brani del giornale d'un poeta

Povero me! Nel santo

Paese ove il Sì suona

L'antico lauro è spennacchiato tanto

Che non resta da farne una corona.

 

Questi versi sono del 1855. A fine febbraio 1850 Ippolito Nievo, studente del secondo corso di Filosofia presso il Liceo di Revere, forse è giunto alle stesse conclusioni. Sconsolante ai suoi occhi è il panorama letterario italiano contemporaneo, a paragone dei fasti del passato.

Tra gli autori italiani del tempo andato, che Ippolito nomina nei Versi pubblicati nel 1855, nella biblioteca di casa Nievo sono presenti Fulvio Testi con le Poesie, Giuseppe Niccolini con La Buccolica di Virgilio tradotta, Torquato Tasso con l'Apologia in difesa della Gerusalemme e Le sette giornate del modo creato, Gabriele Chiabrera con le Opere complete, Metastasio con Tutte le Opere, Carlo Frugoni con le Opere poetiche.

Sembra che Ippolito Nievo dia uno sguardo ai libri della biblioteca di casa.

Al pari di ogni studente, possiede una personale biblioteca e pone la firma sui libri di sua proprietà. Ha una graziosa edizione tascabile della Divina Commedia. Ne parla in una lettera alla madre, il 14 ottobre 1857:   

 

La sonnambula [Elisa Zanardelli] indovinò un Dante ch'io aveva in tasca gelosamente nascosto a tutti, il volume, il canto segnato e che so io.

 

Al decimo capitolo delle Confessioni d’un italiano, Nievo ricorda una Divina Commedia tascabile, con piccole immagini di dannati:

 

Quel piccolo Dantino io l’avea pescato nel “mare magnum” di libracci di zibaldoni e di registri donde la Clara anni prima avea raccolto la sua piccola biblioteca.

                                                                                                                                                                                           Legati da una copertina unica, Ippolito Nievo possiede Stello o i Diavoli turchini di Alfredo di Vigny, tradotto da Luigi Masieri, nella edizione milanese del 1835 e il Viaggio sentimentale, pubblicato da Sterne con lo pseudonimo di Yorick e tradotto da Didimo Chierico (Ugo Foscolo), nella edizione milanese del 1833.

 

Voglio darti a leggere un romanzo un po' umoristico, _ scrive a Matilde Ferrari il 19 luglio 1850 _ che ne riporta tre esempi [di giovani poeti annientati dalla realtà] ma tanto lagrimevoli che vagliono per cento. Esso s'intitola, “I diavoli turchini”.

 

Tra i suoi libri c’è Vocabula latina et italica di J. Pasini, edito a Milano nel 1846 e una Roma antica, opera settecentesca di autore ormai illeggibile: come segnalibro Nievo adopera la velina di un calendario che porta questa data: 25 febbraio, sabbato, luna nuova [1] .

Un libro che accompagna i suoi studi è il Corticelli[2]: non ne segue tuttavia alla lettera le istruzioni sul modo di usare la lingua.

In una lettera ad Arnaldo Fusinato, il 24 luglio 1856, Nievo scrive:

 

Io non sono quel sì fido alleato del Corticelli, che debba spaurarmi d’un idiotismo veneziano per tema di pestargli sui piedi.

 

Nel “salotto rosso”, così detto dalla tappezzeria che ne ricopre le pareti, secondo un gusto ormai consolidato presso i nobili e i ricchi borghesi ma di antica derivazione medicea, il nonno Alessandro Nievo aveva raccolto la sua collezione di marmi antichi e moderni[3].

Egli apprezzava in modo particolare la scultura a forma di tre guglie e la Vittoria alata in stile neoclassico, riconoscibile nel suo ritratto ad olio. Otto piccole sedie di noce tirato a lucido, ricoperte di marocchino verde, completano l'arredo di questa sala, decorata da un fregio di putti e concepita come contenitore di una raccolta di arte omogenea, tipica del gusto dell’epoca.

 

La quadreria, vanto di Alessandro Nievo, in minima parte è nelle anticamere, nelle stanze da letto e in biblioteca, perché i quadri più importanti sono esposti nella sala detta la “Galleria”. Il tavolo rettangolare, in noce massiccio intagliato e dorato e con il piano in onice nero, non serve da tavola da pranzo, ma sostiene un vaso tondo di cristallo e domina al centro della stanza. Le dieci sedie assortite sono poggiate lungo le pareti.

Lo sguardo di Ippolito Nievo indugiava forse sulle tele e sulle tavole dipinte ad olio che decoravano le pareti, fino al soffitto? Alcune erano pale d'altare e le figure vi erano rappresentate a grandezza naturale.

Nievo metteva in memorie le emozioni?

 

Tra i quadri posseduti dai Nievo ci sono due teste d'alabardiere dipinte da Rubens, stralciate dalla famosa pala della Trinità, fatta a pezzi durante l'occupazione francese. Il quadro intero rappresentava il manifestarsi della Trinità, sopra un drappo sostenuto da angeli in volo, alla presenza della famiglia Gonzaga al completo, inginocchiata e adorante. Gli alabardieri, in piedi, facevano da contorno.

In uno dei due frammenti, acquistati dalla famiglia Nievo ai primi dell'Ottocento, si riconosce il volto di Rubens. Al pari di altri autoritratti coevi, il suo sguardo è stravolto e le guance infuocate da una malattia che gli arrossa la pelle e gli dirada i capelli.

Ippolito Nievo, che certamente ignorava la storia della malattia di Rubens, forse era portato ad ironizzare sulla espressione attonita di questo armigero[4].

Sorride del capitano Sandracca, scrivendo nelle Confessioni, al capitolo primo: 

 

Certo era l'uomo più lungo della giurisdizione; e le dee della grazia e della bellezza non aveva presieduto alla sua nascita.

 

Un posto d’onore, nella Galleria Nievo, è riservato al ritratto di Giovani Battista Nievo, dipinto dal Sabatelli professore a Brera: in casa lo chiamano affettuosamente “il nonnetto dal gilè rosso”.

La lunetta di Domenico Fetti, che una volta adornava la chiesa mantovana di Sant'Orsola, è un'opera di straordinaria forza espressiva. Rappresenta l'architetto Viani che offre a Margherita Gonzaga il modellino della chiesa di Sant'Orsola.

Il dipinto, a chiaroscuro, è una sinfonia di grigi e di azzurrini, con sottili velature d'oro zecchino. La Gonzaga, che si è appena ritirata in convento, è rappresentata tra due suore, con gli occhi abbassati, nascosta nell'ampio abito monacale, in velata lontananza, coperta da grigie pieghe, lunghe, soffici, ondulate e luminescenti. La pennellata scivola, corposa e ampia sulle vesti, sottile e aerea sul fondale pallido, quasi bagnato da raggi lunari[5].

 

Ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna.

 

E' una delle ultime frasi delle Confessioni d’un italiano.

 

L'atrio di ingresso, al piano nobile del Palazzo Nievo, è un ambiente ottagonale terminante in uno spazio circolare coperto da una cupola e adorno con elementi di ordine ionico[6]. In alto, sostenuti da mensole, decoro di gusto neoclassico ispirato ai rilievi in stucco della sala di Fetonte a Palazzo Te, ci sono i busti in gesso di sette grandi del passato. La serie inizia con Alessandro Magno, prosegue con Napoleone, Galilei, Virgilio, Omero, Colombo e finisce con Vincenzo Monti. Sul tamburo della cupola è inciso questo motto, dal sapore di laica cultura illuminista:   

 

Voi cantate, voi avidi di conquistare più mondi cercateli con Galilei nei cieli e con Colombo in terra.

 

Alessandro Nievo, che intorno al 1837 aveva commissionato l'atrio all'architetto Giovanni Battista Vergani, aveva anche scelto i personaggi da rappresentare. Apprezzava Monti che era fraterno amico di Federico Gobio che era legato ai Nievo da duplice parentela: come marito di Laura Nievo, figlia delle prime nozze d’Alessandro con Maria Teresa Arletti, e come fratello di Marianna Gobio, seconda moglie di Alessandro.

Padre e figlia si erano scoperti cognati.

Ippolito Nievo forse non bada a Napoleone, che sarà presenza forte sullo sfondo delle Confessioni, ignora forse anche Galileo, argomento di una futura sua commedia.

 

Se Ippolito Nievo scende le due rampe dello scalone di pietra, adorno d’angeli di marmo, raggiunge il largo porticato al piano terreno, sostenuto da una fila di colonne con capitelli antichi. La luce penetra da sinistra, dal cortile grande lastricato, adorno di spezzoni marmorei.

Dietro il palazzo sorge un edificio di servizio a più piani, con ingresso da un secondo cortile e da Contrada Concole che corre sul retro della proprietà Nievo, ad un livello inferiore rispetto a Contrada Corta. Da questo secondo cortile, retrostante il Palazzo Nievo, si accede ad uno scivolo che raggiunge la rimessa delle carrozze e la scuderia a sei poste che hanno ingresso su Contrada Concole.

Una settecentesca cancellata, affiancata da due statue in pietra, separa il cortile principale dal giardino pensile che è chiuso per due lati da edifici. Quasi fossero dee tutelari, due figure barocche femminili, ritte sugli stipiti marmorei della cancellata, rompono ogni simmetria e guardano verso le finestre del piano nobile, dove vivono i Nievo. Forse provengono da un edificio demolito.

Oltre le sbarre della cancellata si vede una folta cortina di verde intenso. Un tasso plurisecolare divarica i suoi rami e le rose si arrampicano fino ai capitelli corinzi, poggiati sulle colonne addossate al muro di confine[7]. Al centro del giardino, una gradinata tonda di marmo bianco scende ad abbracciare una fontana. A sinistra, sotto l’ombra accogliente del tasso, c’è un sedile di pietra. Di lì si possono osservare i cavalli, chiusi nella scuderia, le cui finestre si affacciano sul giardino. 

In primavera l’odore aspro dei cavalli e il profumo tenero delle rose si mescolano a quello dei fiori di cedro; in estate prevale l’aroma carico e profondo degli oleandri.

Fausta Samaritani

25 agosto 2001

Ippolito Nievo online Ippolito Nievo online

NOTE

[1] Divina Commedia, Stello, Viaggio sentimentale, Vocabula del Pasinio, Roma antica si conservano presso la famiglia Nievo, dove esistono altri libri d’Ippolito: Lhomond, De viris illustribus Urbis Romae, 1842 (utilizzato per le tragedie Spartaco e I Capuani), Lamartine, Cours familier de littérature, Entretien  1856 (ne parla nelle lettere e sulla Rivista Veneta del 12.10.1856), Hugo, Les Contemplations, 1856 (da lui recensito su La Lucciola il 26.8.1856 e su Rivista Veneta il 24.8.1856).

[2]Corticelli Salvatore, Regole e osservazioni della lingua toscana.

[3] Alcuni elementi descrittivi mi sono stati comunicati a voce dalla contessa Gabriella Castiglioni che ha vissuto a Palazzo Nievo, ora Angeli-Duodo, e conobbe negli anni Sessanta Adele Nievo, zia di Stanislao Nievo.

[4] I due frammenti della pala della Trinità furono venduti da Antonio Nievo intorno al 1870 ad un certo Montaldo, forse torinese, forse banchiere. Da allora se ne persero le tracce. Una terza testa d’alabardiere, non appartenuta a Nievo, è oggi al Palazzo Ducale di Mantova.

[5] La lunetta del Fetti, venduta nel 1978 allo Stato da Antonio Nievo, è oggi al Palazzo Ducale di Mantova.

[6] L’architetto Giovanni Battista Vergani il 24 gennaio 1841 inviava a Carlo D'Arco una lettera con l'elenco delle sue opere, realizzate in Mantova e provincia. Vi si legge al n. 9: Vestibolo ottagono terminato in forma circolare adorno dell'ordine ionico eseguito nella casa Nievo. (Archivio St. Mantova, Fondo D'Arco, b. 208).

[7] Il progetto d'epoca neoclassica, a matita, delle colonne e capitelli del giardino Nievo si conserva a

Mantova. (Archivio St. Mantova, Fondo, Ingegneri, Periti, Agrimensori, b. 589, f. 3).