Un amico fraterno di Garibaldi

Per l’onore di Garibaldi. Capitolo 6

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani Ippolito Nievo

Capitolo

Arriva anche Dumas père

 

(Continua dal numero 5)

La goletta “Emma” lasciò Genova il 31 maggio 1860, rimorchiata da una barca a vapore per tre miglia, oltre il porto.

Il tempo era orribile e la traversata del Tirreno si presentava piena di insidie. A Genova si sapeva della vittoria a Calatafimi; ma poi, che cosa era accaduto?

La sera del 9 giugno l’“Emma” giunse in vista della rada di Palermo. Alessandro Dumas père diede ordine di mettere in panne e di aspettare il nuovo giorno. A filo d’acqua poteva scorgere lo splendore intermittente del faro, alto 28 metri e distante cinque o sei miglia. La sua luce, visibile a 14 miglia che si riducevano a 11 con la nebbia, variava ogni due minuti primi, in due diversi splendori.

Nella notte, dalla città spararono sette colpi di cannone. Erano a salve? in caso contrario, chi bombardava Palermo?

Alle tre e mezza una cortina rossastra annunciò la luce del giorno. Dumas père vide delinearsi il profilo austero del Monte Pellegrino. Il porto di Palermo era pieno di navi da guerra: francesi, inglesi, americane, sarde, napoletane. Sulla città sventolava il tricolore, ma sul forte del Castelluccio e su Castellamare garriva la bandiera napoletana.

_ Che significa?_ si chiese Dumas.

Accostò un battello con a bordo tre uomini che portavano la coccarda sarda bianca, rossa e verde.

_ C’è tregua_ gridarono_ e Garibaldi ha preso la città.

_ Allora, siamo arrivati al momento giusto!_ rispose allegramente Dumas.

Si presentò ai suoi occhi una Palermo ferita e devastata, con decine di case che ardevano ancora. Sotto le macerie giacevano sepolti molti corpi. Fumava il palazzo del principe di Carini che era console di Napoli a Londra. L’antico quartiere di Porta Castro era praticamente raso al suolo e i suoi abitanti erano stati derubati, malmenati, massacrati dai soldati napoletani che avevano anche profanato chiese e incendiato conventi di monache. Le strade principali e le piazze erano ostruite dalle barricate, fatte con botti piene di sassi e con pietre di mezzo metro cubo ognuna, divelte dal lastricato delle strade.

Il fotografo che Dumas aveva portato con sé da Parigi ritrasse quelle rovine, le barricate guardate dai garibaldini, le case bruciate, i palazzi sventrati. Grazie a Dumas, possediamo oggi uno straordinario reportage fotografico di Palermo.

 

Alessandro Dumas ogni giorno vedeva arrivare velieri e bastimenti che caricavano, a migliaia, i soldati napoletani, per portarli via. Sembrava impossibile che un Esercito di venticinquemila uomini si fosse barricato nei forti, non avesse combattuto e fosse rimasto inerte, davanti a poche centinaia di volontari, male equipaggiati, male armati e privi di artiglieria. Dumas vide con i suoi occhi che due volte al giorno i volontari garibaldini portavano vettovaglie ai forti, per rifornire di viveri i loro avversari.

Il 12 giugno, giorno in cui il capo della Polizia Maniscalco e il generale Lanza lasciarono Palermo, c’erano tremila palermitani sui tetti a godersi la scena.

Lanza portava Napoli  600 mila ducati d’argento, non spesi. Per ordine del re ne aveva mandati 130 mila alla Cassa di Messina.

Arrivato a Napoli, Lanza versò quel resto di 600 mila ducati nelle casse della Tesoreria. Il cassiere li contò e disse:

_ Sono consumati e sfregiati; inoltre, ne mancano 1.052.

Ma non erano stati pagati a Lanza in monete fior di conio? Chi aveva sostituito 600 mila ducati con altrettanti, ma in pessimo stato di conservazione?

Una risposta possibile è questa: Lanza aveva ricevuto due serie di 600 mila ducati: una prima, versatagli alla luce del sole dal cassiere filo borbonico, era in monete nuove e fiammanti; una seconda serie, pagatagli al nero perché rilasciasse gli ostaggi ed abbandonasse la città senza più combattere, era invece in monete vecchie e consunte.

Anche nei particolari il tesoriere Peranni era stato furbo; ma il vecchio generale Lanza forse era stato più furbo ancora e aveva operato lo scambio: così alla Tesoreria napoletana arrivarono le monete consumate e nelle tasche di Lanza restarono quelle nuove.

 

La mattina del 19 giugno il colonnello ungherese Stefano Türr fece una visita di cortesia a Dumas che si trovava in un lussuoso alloggio a palazzo Reale. Desiderava comunicare al fraterno amico di Garibaldi due notizie importanti e riservate che non potevano essere rivelate, almeno fino alla sera successiva. Pregava quindi Dumas di non diffonderle, anzi di rimaner chiuso nelle sue stanze.

La prima notizia era questa: Giacomo Medici, partito da Genova, era sbarcato in Sicilia con migliaia di volontari, ben equipaggiati e ben armati. Aveva raggiunto Partitico e Garibaldi gli era andato incontro.

La seconda notizia era questa: l’indomani gli ultimi napoletani avrebbero abbandonato Palermo, lasciando liberi tutti gli ostaggi. Il principe Pignatelli, padre Ottavio Lanza di Trabia, il barone Riso, il principe di Niscemi, il principe Giardinelli, il marchese Notarbartolo di San Giovanni e gli altri tre ostaggi sarebbero stati rilasciati sul molo.

_ Questi uomini_ aveva sussurrato qualche giorno prima Garibaldi a Dumas_ ci costano sei milioni. Se i napoletani non li avessero sequestrati avremmo loro imposto condizioni di resa per noi meno gravose.

Se non ci fossero stati di mezzo quei nove ostaggi, Garibaldi avrebbe dunque risparmiato; ma, forse, avrebbe comunque pagato.

 

La testimonianza di Dumas conferma che ci furono esborsi al nero, provenienti dalle casse della Tesoreria palermitana; ma da parte garibaldina si considerò sempre Dumas un simpatico conta favole, da non prendere troppo alla lettera.

Dumas romanzava ed era un pallone gonfiato; Giuseppe La Farina era un invidioso, un bilioso che esagerava; la spia Griscelli, che due anni dopo avrebbe pubblicato un libro di memorie, con fumose e velenose rivelazioni sul Banco palermitano, era bugiardo, inattendibile, falso.

Così la pensavano i garibaldini.

La storiografia non approfondì l’argomento. Bastava fare la tara alle rivelazioni più velenose e verificare qualche documento risparmiato dal tempo.

Palermo era libera, i napoletani se n’erano andati per sempre: che altro c’era da sapere? chi avrebbe scavato nei segreti di Garibaldi?

 

Un Decreto dittatoriale del 9 giugno istituì una tassa del 2% sulle Opere Religiose e sulle Opere Pie, da pagarsi in un conto a parte della Tesoreria, acceso a favore dei danneggiati delle bombe. Era solamente un prestito, che sarebbe stato rimborsato: come? quando? Il Decreto non lo diceva.

_ L’anno del mai_ commentarono a Napoli.

Crispi dispose che le riserve della Cassa di Sconto e dei depositi giudiziari fossero date in prestito alla Tesoreria. Arrivarono finalmente, goccia a goccia, a Palermo, le fedi di credito di varie Casse sparse sull’isola: erano fondi rastrellati sotto i Borboni e che affluivano in ritardo alla Tesoreria palermitana.

Furono requisiti i palazzi e i depositi dei gesuiti e dei liguorini, partiti da Palermo insieme all’ultimo contingente borbonico. A questi fondi estorti si aggiunsero versamenti volontari dei siciliani, di cui esiste scarsissima documentazione. I sindaci dei Comuni liberati, sollecitati da Palermo, aprirono sottoscrizioni e mandarono fondi, frutto di volontarie sottoscrizioni. Su questi introiti straordinari la contabilità della Tesoreria rimane inspiegabilmente lacunosa. Ci resta qualche lettera, qualche appunto, un manifesto, ad esempio, che annuncia l’invio di 3.000 ducati raccolti a Mistretta. Il 26 giugno Romeo Bozzetti firmò la ricevuta per 900 ducati, offerti dal Comune di Prizzi, ricevuta che fu pubblicata il 5 luglio sul giornale siciliano LAnnessione.

Possibile che proprio i siciliani si sarebbero tirati indietro, quando a Genova, nella Cassa di Bertani, affluivano sovvenzioni volontarie per centinaia di migliaia di lire, provenienti da quattro Continenti?

Il quotidiano mazziniano “L’Unità d’Italia”, ispirato da Bertani, pubblicò la notizia che a Palermo ogni giorno si raccoglievano da 9.000 a 12.000 ducati, provenenti da versamenti volontari.

Chi tenne i conti? e chi diede un rendiconto?

Uno spiraglio sull’entità di queste contribuzioni volontarie viene da una pratica, conservata all’Archivio di Stato di Torino (Fondo Archivio Militare di Sicilia, m. 179). Si tratta della preghiera, fatta da Suor Maria Chiara, badessa del monastero palermitano di Badia Nuova, perché non siano requisite le due campane. Allega alla richiesta un foglio a stampa datato 4 giugno 1860, in cui risulta la 8° Nota delle contribuzioni volontarie, per un totale di ducati 143, che si aggiungono ai precedenti 3.776 ducati annotati in precedenti elenchi. Nel foglio a stampa, si legge:

Monistero della Badia Nuova, il quale ha contribuito più che gli altri Monasteri, benché saccheggiato, e spogliato dalle truppe napolitane: Ducati 20.

A margine della domanda di Suor Maria Chiara si legge questa nota:

Non si accorda quanto chiede per non farsi eccezione alcuna.

 

Il Banco rimase chiuso fino al 25 giugno 1860. Riaprì i battenti solo quando tutti i soldati napoletani avevano lasciato la città.

Il 20 agosto 1860 Peranni scriveva a Crispi:

_ Io vi ho dato tutto quello che ho potuto. Sapete quanto si ricavò dal Decreto del 9 giugno? 64.602 ducati. [Obbligo di versamento alla Tesoreria delle rendite e dei capitali non impiegati, da parte di Opere di Beneficenza, in un conto a parte a favore dei danneggiati dalla guerra.] E quanto fruttò la tassa contro le Opere Ecclesiastiche? 411.632 ducati, ma vi sono rate ancora da esigere. Se vi occorre altro, scrivetemi: vi darò quello che potrò.

Questa lettera inedita, insieme ad altre sullo stesso argomento, (Roma. Archivio Centrale dello Stato, Fondo Crispi_Reggio Emilia) fa pensare che i capitali rastrellati alle Opere di Beneficenza non furono utilizzati in sollievo di tutti i particolari, danneggiati durante gli ultimi disastrosi avvenimenti, come recitava il Decreto del 9 giugno, ma arrivarono in altre mani.

I lauti incassi sperati, alla conta risultarono miseri e non coprivano le spese e le necessità della guerra, che erano invece altissime. In Tesoreria il buco si trasformò in voragine; ma l’Italia avrebbe un giorno risarcito la Sicilia delle spese sostenute per la sua liberazione.

Ad agosto 1861 Domenico Peranni prese in pieno petto una baionettata a tradimento che lo lasciò in fin di vita.

Era borbonica, era rivoluzionaria, era governativa?

Girava voce che sarebbe stata la vendetta di un impiegato licenziato. Crispi accusò invece il deputato siciliano Paternostro, eletto nelle liste della Destra. (Roma. Archivio Centrale dello Stato, Fondo Crispi_D S P P, sc. 3)

Da nove mesi il potentissimo ministro delle Finanze e tesoriere Peranni era uscito dalla scena politica. Fu ripescato qualche anno più tardi, come sindaco di Palermo.

Se era una vendetta, arrivava in ritardo. Non si trovò mai l’autore del misfatto.

Peranni si lamentava sempre con Crispi, perché, dopo aver fatto tanto per la causa italiana, era stato messo da parte.

Tempi tristi per la Sicilia: c’erano quattro omicidi al giorno.

Fausta Samaritani

 

(continua 7)

 

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.