Palermo conquistata a sorpresa da Garibaldi

Per l’onore di Garibaldi. Capitolo 3

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani barca a ruote con bandiera austriaca

Capitolo

Il Regio Banco

 

(Continua dal numero 2)

Palermo bruciava. Ardevano i magazzini del porto dentro un corona di fuoco appiccato con stracci imbevuti di sostanze infiammabili: una idea del capitano borbonico Flores, uomo senza scrupoli e senza testa. I napoletani bombardavano la città. Interi palazzi cadevano in polvere. Furono distrutte o incendiate mille e cinquecento case.

Una bomba uccise due garibaldini che erano sulla barricata affidata all’Intendenza. Romeo Bozzetti fece raccogliere il corpo dell’amico Rechiedei e seppellire nella chiesa sconsacrata dello Spasimo. Tornato al suo posto, sulla barricata, Bozzetti cercò Nievo, ma era stato portato in un vicino convento, illeso ma sotto shock per quella bomba che gli era scoppiata accanto. Menotti Garibaldi, Bixio, Stefano Türr, Sirtori e molti altri rimasero feriti. Benedetto Cairoli, colpito ad una gamba, fu tratto in salvo e portato in un rifugio segreto. Si sparse la falsa notizia della sua morte e Garibaldi lo pianse amaramente.

I borbonici che erano venticinquemila si chiusero dentro il palazzo Reale, oggi  dei Normanni, dove era il Quartier Generale di Lanza, dentro la fortezza di Castellamare e nelle caserme intorno alla Vicarìa. Garibaldi occupò il palazzo Pretorio, oggi palazzo delle Aquile e sede del Comune di Palermo.

Il 29 maggio il garibaldino Salvatore Calvino scriveva a Torino all’amico Angelo Bargoni:

_ Oggi i regi erano scoratissimi. Proponevano di consegnare il Palazzo delle Finanze, dove sono alcuni milioni, ma volevano uscire con armi e bagaglio, ciò che Garibaldi non ha concesso. Palermo era una tomba e non ci diede aiuto alcuno.

 

I garibaldini avevano dunque ostruito le strade e le piazze principali con le barricate. All’intendente Giovanni Acerbi era stata affidata quella dei Quattro Canti, un incrocio nevralgico fra via Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele) e via Maqueda, poco distante dal palazzo Pretorio. Le statue della cinquecentesca fontana di Francesco Camilliani, al centro di piazza Pretoria, portano ancora i segni delle pallottole.

Al Quartier Generale di Lanza non c’era cibo per tanti soldati: per tre giorni Lanza si nutrì di pane e formaggio.

La mattina del 30 maggio Garibaldi si recò in barca a bordo dell’“Hannibal”, ancorato a largo dell’odierna Capitaneria di Porto, proprio di fronte a porta Felice. Mentre passava insieme a quattro garibaldini e a piedi davanti al forte di Castellamare, un soldato napoletano che era di guardia gli puntò contro il fucile.

_ Non è questo il momento_ ordinò l’ufficiale superiore a quel soldato_ aspetta!

Il generale Lanza si recò all’appuntamento con Garibaldi, utilizzando la carrozza del console inglese e poi una barca con scorta armata. A bordo dell’“Hannibal” e alla presenza dell’ammiraglio inglese Mundy, Lanza e Garibaldi firmarono una tregua di 24 ore che serviva a rifornire di viveri la città, a curare i feriti e a seppellire i morti.

Come contropartita per la delicata mediazione, Mundy chiese a Garibaldi la cessione all’Inghilterra del forte di Castellamare, come base militare, ma Garibaldi rifiutò.

 

Muli carichi di vettovaglie fresche percorsero le vie di Palermo, sconvolte dalle macerie. I garibaldini fermarono un convoglio di muli provenienti da Castellamare, dove erano custoditi i rifornimenti dell’Esercito borbonico, poiché i regi avevano confiscato un convoglio di muli con generi destinati ai garibaldini.

 

Nino Bixio

 

_ Occhio per occhio!_ esclamò Bixio.

Ma erano scaramucce verbali, in attesa che tuonasse ancora il cannone.

I nostri, che erano rimasti in piedi ed erano ancora in grado di portare un fucile, erano non più di seicento; ma quelli che ancora possedevano un fucile erano si e no quattrocento: gli altri l’avevano perduto. C’erano poi duemilacinquecento picciotti, armati con mezzi di fortuna.

La mattina del 31 maggio, prima che spirasse la prima breve tregua, si presentò a palazzo Reale l’avvocato Francesco Crispi, ministro unico del governo Dittatoriale di Garibaldi. Nella notte i garibaldini avevano rinforzato le barricate e avevano anche acquistato alcune bombarde da un capitano greco, che con la sua nave era accorso a Palermo fiutando l’affare.

 

Mentre il colloquio tra Crispi e Lanza era ancora in corso, irruppe in Palermo il colonnello Ferdinando Bosco con i suoi. Beffato a Corleone e carico di rancori, con poco sforzo rovesciò fragili difese garibaldine. Nievo trovò il tempo per scrivere un biglietto a Bice Melzi d’Eril, per comunicarle il suo scoramento. Era convinto che fosse il suo ultimo saluto.

Quando tutto sembrava ormai perduto per i garibaldini, Lanza mandò un ordine a Bosco, intimandogli di ritirarsi e di rispettare i nuovi patti appena sottoscritti. Ma Bosco era recalcitrante ad eseguire gli ordini: Lanza lo fece consegnare agli arresti.

Nessuno ha mai saputo che cosa veramente si dissero quel giorno Lanza e Crispi. Il primo rappresentava il re di Napoli, il secondo la Dittatura garibaldina. Firmarono un secondo accordo che prolungava di tre giorni l’armistizio, dietro la consegna a Garibaldi del palazzo delle Finanze, Tesoreria compresa, nelle mani del suo rappresentante Crispi. I Pionieri napoletani che erano a guardia dell’edificio si sarebbero ritirati a Castellamare, con armi e bagagli.

 

L’indomani, 1 giugno 1860, Francesco Crispi si presentò a palazzo delle Finanze.

Erano presenti i cassieri Giove, Albeggiani, David e Merlo. Albeggiani era antiborbonico e nel ribaltamento generale avrebbe tratto non pochi vantaggi; Giove invece era filo borbonico e si era vantato di aver pagato a Lanza i 720 mila ducati, in monete fior di conio, cioè nuove di zecca.

Si presentò Domenico Peranni, tesoriere generale. Dei tre governatori del Banco, Salvatore Lo Faso, Paolo Amari che ne era anche presidente, e Vincenzo Florio, armatore e industriale, uno dei massimi esponenti dell’alta borghesia, era presente solamente Salvatore Lo Faso.

Il capitano Borrelli, comandante dei Pionieri, rappresentava il generale Lanza.

L’avvocato Crispi pretese la completa ispezione dell’edificio, iniziando dal secondo piano, cioè dai locali del Banco aperti al pubblico.

Erano intatti i cancelli sul corridoio, ma l’inferriata della prima Cassa delle monete d’argento era sfondata e la serratura appariva forzata. Il capitano Borrelli disse:

_ Al piano superiore cadde una granata. I miei soldati corsero a domare l’incendio e penetrarono al secondo piano attraverso un buco che si era prodotto nel pavimento del terzo, allo scopo di prevenire il propagarsi delle fiamme.

Il contenuto di quella Cassa risultò intatto.

La porta che immetteva nel Tesoretto era ben chiusa e il cassiere Ferdinando Giove verificò la regolarità delle somme ivi custodite.

Il cassiere Emanuele David riscontrò invece che la cassetta di sicurezza, dove abitualmente custodiva le sue chiavi, era stata manomessa. Per aprire il primo Tesoro Grande si ricorse ad un fabbro. I cassieri Giove e David dichiararono che il contenuto, tutto in ducati d’argento, era conforme alle scritture contabili. Anche la seconda Cassa dell’Argento aveva il cancello sfondato, ma, a detta del cassiere Albeggiani che ne era il responsabile, le custodie dei ducati erano intatte. Mancava una delle chiavi del secondo Tesoro Grande, sempre quella del David, e fu richiamato il fabbro: anche lì risultarono intatte le cassette che custodivano i ducati.

Nessuna alterazione avevano subito invece i Tesoretti delle monete di rame, a detta del titolare, il cassiere Merlo: segno che chi aveva forzato i cancelli ben sapeva dove era l’argento e aveva lasciato in pace il rame.

La situazione contabile complessiva del Banco, tanto per i conti dei privati, tanto per quello della Tesoreria, corrispondeva esattamente alle somme rimaste in cassa il 26 maggio 1860, al netto dell’ultimo prelievo di Lanza del 23 maggio.

C’erano esattamente 5 milioni 444 mila ducati e 30 grani. Al cambio corrispondevano a 23 milioni 198 mila 888 lire italiane dell’epoca, più 27 centesimi.

Alla Tesoreria spettavano 112 mila 286 ducati; tutto il resto apparteneva ai privati.

 

La piccola comitiva attraversò gli altri uffici del palazzo delle Finanze, cioè la Revisione dei Conti, la Segreteria, la Cassa d’Esito, senza trovarvi sensibili alterazioni. Era invece lacerata la porta a bussola che immetteva nella stanza del direttore e sfondati i cassetti negli uffici della Razionalia, nei cui armadi mancavano duecento ducati. Nei locali della Cassa di Sconto erano al loro posto i cento trentotto valori pignorati. Negli archivi della Tesoreria e nei locali della Borsa di Commercio, al piano terra, c’era invece un gran disordine, quasi uno sconcio, colpa delle truppe che lì avevano bivaccato. Caos grande anche al secondo  piano, nella Direzione Provinciale dei Rami. Nel Magazzino delle carte bollate i cassetti erano stati sventrati e volavano carte. Mancavano alcuni valori del Portafoglio, ma una completa verifica non fu possibile quel giorno. Anche nella Gran Corte dei Conti tutto era in disordine; nel retro scala invece, ordinati e al loro posto, c’erano gli effetti personali del guardaportone dello stabile. Al terzo piano, come si è detto, la bomba caduta aveva sfondato il tetto e provocato un principio di incendio nel Magazzino delle carte bollate.

Questa era l’esatta situazione dell’edificio, cuore pulsante di tutta l’economia siciliana. Fuori Palermo c’era una piccola Cassa sussidiaria a Messina, con scarse riserve.

Chi aveva in mano il palazzo delle Finanze, aveva in mano tutta la Sicilia: aveva cioè gli strumenti per imporre e riscuotere tasse e per esigere prestiti da privati.

 

Della consegna del palazzo delle Finanze fu steso un regolare verbale, in tre originali, sottoscritti da Crispi, Borrelli, Peranni, David, Giove, Albeggiani, Merlo. Si è conservato un solo originale: quello dato a Crispi e che oggi è a Roma, nel Fondo Crispi_AS Palermo dell’Archivio Centrale dello Stato. 

Il ministro della Dittatura garibaldina si riservò di verificare in altra occasione il contenuto della Cassa di Sconto (dove poi trovò 270 mila 283 ducati), della Cassa dei Valori Bollati, dei Depositi Giudiziari (altri 130 mila  ducati). Crispi congedò dunque i Pionieri e affidò l’edificio ai due questori, di freschissima nomina.

E’ stata onesta o perversa l’amministrazione militare garibaldina?

Molte carte sono andate a picco nel Mar Tirreno, nove mesi più tardi dei fatti fin qui narrati.

Nievo ha portato con sé la risposta, in fondo al mare.

 

Il 2 giugno 1860 Domenico Peranni, ultimo tesoriere di nomina borbonica, scrisse a Crispi:

_ Ho ricevuto una polizza di ducati 134 mila ed è una conquista. Lunedì o dimani, se è urgente, farò il ruolo. Intanto il tuo Intendente dell’Esercito perché non viene? Posso oggi fargli liberare ducati 120 mila. (Roma. Archivio Centrale dello Stato, Fondo Crispi_ A S Palermo, sc. 54)

Le riserve della Tesoreria si andavano, seppur lentamente, ricostituendo.

Si presentò quel giorno stesso al Banco l’intendente Giovanni Acerbi con questa lettera di Francesco Crispi per Peranni:

_ Ella disporrà che tutte le somme appartenenti all’Erario dello Stato siano immediatamente trasportate a Palazzo Pretorio e consegnate all’Intendente Generale dell’Esercito.

Furono dati ad Acerbi i 120 mila ducati promessi, chiusi dentro trenta quattro cassette da 3.550 ducati l’una, per un totale di 2.730 chili d’argento, più una borsa di spiccioli di rame.

Quella sera stessa Nino Bixio, affacciato ad una terrazza, vide arrivare da Napoli il vapore mercantile “Elettrico” carico di munizioni. I regi le scaricarono, poi le trasferirono sopra una fregata che lasciò subito Palermo, quasi avessero già deciso di abbandonare la città ai garibaldini. Le squadre dei picciotti di Partitico cantavano: avevano vinto, magia della rivoluzione e tesoro d’odio seminato, in anni di occupazione, dai napoletani.

 

A mezzodì del 3 giugno i generali borbonici Letizia e Bonopane si recarono a palazzo Pretorio a conferire con Garibaldi per un terzo ed ultimo armistizio sine die.

I notabili del posto si erano lamentati perché non era stata ancora trattata la liberazione degli ostaggi. Secondo gli articoli della convenzione, stipulata quel giorno stesso e che Lanza poi controfirmò, gli ostaggi sarebbero stati liberati il giorno del definitivo imbarco dei regi. Quando? Il giorno esatto della partenza dell’ultimo contingente borbonico da Palermo faceva parte di un accordo segreto che sul suo onore Garibaldi aveva giurato di non rivelare.

Giuseppe Bandi, il giovane aiutante di Campo di Garibaldi, introdusse i generali Letizia e Bonopane. Firmato l’accordo, Letizia, rivolto a Bandi disse:

_ Questo testimone non è necessario.

_ I peccatori si confessano al Penitenziere_ disse tra i denti Bandi, che era un toscano arguto.

Ci furono altri accordi segreti, che sul suo onore Garibaldi giurò di non rivelare?

Il colonnello Bosco venne ben due volte a conferire con Garibaldi a palazzo Pretorio. La prima volta il generale lo ricevette in terrazzo, a capo coperto e fumando un sigaro. La seconda volta lo accolse da solo, e rimasero a lungo in una stanza chiusa.

Nulla trapelò di quel colloquio.

Il 4 giugno Ippolito Nievo, il Cerbero del Tesoro di Garibaldi scrisse alla sua Bice amatissima:

_ Sono ancora vivo, e stanotte ho dormito sopra mezzo milione di piastre, perché sono Tesoriere della Sicilia. Ora c’è tregua. Quanto? Perche? Il diavolo lo sa.

Ma non erano 120 mila?

Un attento esame di tutto il testo di questa lettera, porta ad una retrodatazione di questo passo al giorno 31 maggio. (Vedi: Le ultime ore di Enrico Rechiedei).

In questa poche parole forse è racchiuso il mistero della fine di Ippolito Nievo, scomparso nove mesi più tardi, durante un naufragio, insieme ad altri della Intendenza e insieme a carte contabili della amministrazione garibaldina in Sicilia.

(continua 4)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.