I giorni della rivoluzione palermitana

Per l’onore di Garibaldi. Capitolo 2

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani Barca a ruote con traino

Capitolo

La rivoluzione in Sicilia

 

(Continua dal numero 1)

Il chirurgo Enrico Albanese era un siciliano puro sangue. Tarchiato, muscoloso e quadrato, portava un barbone nero e sembrava Vulcano. Abitava a Palermo, nell’antico palazzo Sambuca, di proprietà della sua famiglia, che è all’angolo fra via Alloro e via della Vetriera. Nel sottotetto Albanese aveva ricavato uno studiolo segreto, cui si accedeva attraverso una porticina nascosta dietro la tappezzeria damascata del salotto giallo.

Quella soffitta era un covo, dove si incontravano i rivoluzionari.

La sera del 3 aprile 1860 si presentò a casa Albanese Francesco Riso, di professione fontaniere, in realtà capo riconosciuto dei rivoluzionari palermitani. Indossava un giaccone di velluto verde e portava un fucile, come se dovesse andare a caccia.

_ E’ per domani all’alba_ sussurrò ad Albanese_ avevi promesso di essere con noi, lì al convento della Gancia: lo sai che avremo bisogno assoluto di un chirurgo.

_ Mia sorella sta morendo_ rispose Enrico_ anche a lei ho fatto una promessa: di non lasciarla, fino alla fine. La poveretta ha poche ore di vita. Verrò, ma quando tutto sarà finito.

Attraverso una feritoia osservarono il convento della Gancia, che distava un tiro di schioppo. Tutto sembrava tranquillo, ma dentro al convento c’era un gruppo di rivoluzionari. Un secondo gruppo era appostato alle spalle del palazzo Reale; un terzo si nascondeva dentro il palazzo delle Finanze, situato a duecento metri dal convento, dove era la sede del Banco; un quarto gruppo era alle porte di Palermo.

Enrico Albanese abbracciò l’amico e tornò al capezzale di sua sorella.

Poche ore dopo udì il passo cadenzato di una colonna di militari. Attraverso le stecche della persiana intravide uno sfavillio di spade. Risuonarono colpi di fucile. Albanese capì subito che i rivoluzionari erano stati traditi e che a Palermo la rivoluzione era fallita.

I soldati napoletani quella notte assalirono di sorpresa il convento della Gancia, massacrarono i rivoluzionari e i francescani, mal difesi e intrappolati, mentre la città, ignara, dormiva.

Dal suo rifugio nascosto Enrico Albanese vide i soldati trascinare via Francesco Riso, morente.

La notte stessa i gendarmi bussarono alla porta di casa Albanese: tutta la famiglia piangeva intorno al catafalco di una giovane donna. Del chirurgo, non trovarono alcuna traccia.

 

 Enrico Albanese

Il chirurgo palermitano Enrico Albanese (collezione Leandro Mais)

 

Pochi giorni dopo Enrico Albanese s’imbarcava come clandestino su un mercantile inglese e sbarcava in Sardegna. Inutili furono le sue proteste: rimase confinato in quarantena, non possedendo idonei documenti sanitari. Non arrivò quindi a Genova in tempo utile per partire insieme ai Mille di Garibaldi. Con altri patrioti affittò un mercantile e raggiunse il porto di Trapani. Quando finalmente entrò a Palermo, Garibaldi si era impossessato della città e i napoletani stavano evacuando la piazza.

 

 

A metà maggio 1860 le strade di Palermo erano ingombre di birocci, di carri a braccia e di carri da bovi, per trasportare le masserizie fuori della città, lungo la via delle Marine. La diligenza per Messina partiva stracarica. Chiusi gli empori di commestibili, le bettole dell’Albergherìa, le botteghe di caffè e vino; ferme le fabbriche di saponi e le cartiere, le fonderie di ghisa e le dolcerìe; sbarrati i monasteri e fuggiti i preti, c’era un via vai al porto e alla Cala Vecchia: una selva di brigantini, di paranze e di barcacce aspettava un carico extra. La città parassita si svuotava e restavano i diseredati.

I soldati napoletani vendevano le cartucce a 2 grani l’una; gli sbirri davano 4 fucili, dietro la promessa di avere poi salva la vita.

Il terribile poliziotto capo Maniscalco, che aveva fatto fucilare i tredici patrioti superstiti della Gancia, era sempre sul molo:

_ S’imbarca, oppure no_ si chiedevano i curiosi.

Partì il vapore “Etna” per Napoli, lasciando a terra donne e bambini.

Si muravano le porte delle case; di notte, sulle montagne, rosseggiavano sinistri falò. Erano villaggi che bruciavano? erano segnali dei rivoluzionari? Verso Monreale tuonava il cannone. Bande di ragazzetti giravano per le vie più scure e sudice, lanciando sassi e gridando:

_ Viva Talia!

Le truppe borboniche, asserragliate nel forte di Castellamare, sulla Cala Vecchia, e nelle caserme intorno alla Vicarìa, rispondevano in coro:

 _Viva re Francesco!

I mercenari svizzeri devastarono il giardino Inglese e depredarono le ville isolate dell’Olivuzza.

In rada era all’ancora il vapore da guerra sardo “Governolo”. Il capitano rifiutò di prendere a bordo i suoi connazionali, giurando che Garibaldi non sarebbe mai arrivato a Palermo. Il console francese ottenne di essere avvertito due ore prima che i borbonici iniziassero a bombardare la città.

Il comandante borbonico del forte di Castellamare chiese al governatore del Banco di consegnargli i depositi dei commercianti inglesi: ma il governatore del Banco rifiutò.

Il 27 maggio, prima dell’alba, i garibaldini irruppero nella città.

Da Castellamare partiva una bomba ogni mezzo minuto, accompagnata dal grido:

_ Viva il re!

Dal porto rispondevano in coro i cannoni piazzati sul molo e sulle fregate napoletane.

 

Francesco Brancaccio di Carpino, nella notte fra il 28 e 29 febbraio 1860 doveva presentare al Comitato rivoluzionario palermitano il giovane marchese Di Rudinì. Ci fu una spiata: Francesco fu arrestato e condotto alla Vicarìa, così si chiamava allora il carcere dell’Ucciardone.

Restò lì prigioniero tre mesi.

In carcere non si sentiva parlare che di Crispi e di Garibaldi. Il 13 maggio si seppe dello sbarco a Marsala, avvenuto l’11. La notizia penetrò nella Vicarìa, tracciata con succo di limone sopra un involto di dolci, inviati da casa Scalia.

Il poliziotto capo Maniscalco aveva sequestrato dodici ostaggi, scelti tra gli appartenenti alle famiglie siciliane più nobili e ricche. Ne liberò poi tre, fra i quali il duca della Verdura e suo figlio, perché comunicassero ai loro amici il prezzo e le modalità del riscatto degli altri ostaggi.

La sera del 26 maggio il capo carceriere della Vicarìa andò a dormire a casa, lasciando incustodite le chiavi del carcere. Nella notte tutti i detenuti, i politici come i carcerati comuni, lasciarono la Vicarìa. Francesco Brancaccio si precipitò nella cella, dove credeva che fossero ancora rinchiusi i nove ostaggi rimasti: ma erano già stati trasferiti al Castelluccio sul Molo, a disposizione delle vendette di Napoli, se non fossero stati prima liberati.

I detenuti politici uscirono dalla Vicarìa attraverso la porta principale, mentre i detenuti comuni, coppola in mano, si inchinavano docili al loro passaggio. Francesco sentì un brivido lungo la schiena, a veder tutti quegli avanzi di galera, quella facce patibolari. Non sospettava minimamente che l’omaggio di quei miseri era il segno tangibile di sottomissione alla nuova classe politica, alla stella emergente su fondali rosso sangue.

 

Dopo la inattesa sconfitta a Calatafimi, il Consiglio della Corona, riunito in gran fretta a Napoli dal giovane re Francesco II, decise che l’uomo del destino, da inviare in Sicilia con pieni poteri civili e militari, allo scopo di ripristinare l’ordine e di ricacciare in mare Garibaldi, era l’anziano generale Ferdinando Lanza, un palermitano di vecchia scuola murattiana.

Francesco II di Borbone gli raccomandò in modo particolare di non permettere ai rivoluzionari di impadronirsi del palazzo delle Finanze, dove era la sede palermitana del Regio Banco. Già una volta, durante la rivoluzione del ’48, quel Banco era stato assalito e svuotato e poi il re di Napoli era stato costretto a risarcire i privati del danno subito.

Gli informatori davano Garibaldi in rotta verso Corleone.

Lanza cadde nella trappola: mandò le truppe scelte del colonnello Bosco dietro ad un simulacro di Esercito garibaldino, sguarnendo così Palermo degli elementi più fidi. Arrivò poi la falsa notizia che Bosco aveva sconfitto Garibaldi. Lanza diede credito anche a questa favola e la trasmise a Napoli, come se fosse autentica.

 

La sera del 21 maggio attraccava al porto di Palermo il vapore da guerra napoletano “Il Messaggero” che recava a Lanza una lettera pressantissima da parte del ministro delle Finanze. Costui si lamentava perché non gli era ancora arrivata la rata di maggio dei  pesi comuni, cioè di quelle tasse che mensilmente la Sicilia doveva a Napoli, per il mantenimento della corte. Il ministro pregava il generale Lanza perché, nella sua qualità di alter ego del re in Sicilia, con poteri civili e militari, sollecitasse la Tesoreria di Palermo a pagare, e subito.

Lanza rispose che era stato costretto a prelevare dalle casse palermitane della Tesoreria 720 mila ducati d’argento, per urgenti spese militari, e li aveva trasferiti prudentemente nel forte di Castellamare. Questo ingente importo si sommava ad altri 300 mila ducati, ritirati in precedenza e già quasi tutti spesi.

Un esito così improvviso e vistoso aveva completamente esaurito le somme a disposizione dello Stato. Ma poiché questi prelievi erano da considerarsi di natura comune, come d’uso, per tre quarti dovevano gravare sulla Tesoreria di Napoli, e per un quarto su quella di Sicilia. Lanza aveva quindi sospeso il pagamento della quota di maggio dei pesi comuni, prevedendo anzi un disavanzo a favore della Sicilia. Invece di mandare denari, Lanza chiedeva a Napoli un acconto sulla liquidazione di maggio.

_ Impossibile ritirare somme dalla Tesoreria napoletana_ gli rispose da Napoli il ministro delle Finanze, a stretto giro di posta; ma re Francesco II autorizzava il generale Lanza a chiedere un prestito alla cassa della Provincia di Palermo oppure alla cassa di Sconto. Avrebbe poi rimborsato, con i proventi delle prime tasse riscosse.

_ Quali tasse?_ si chiese il generale Lanza.

Garibaldi nel frattempo si era auto proclamato dittatore della Sicilia e il suo ministro unico Crispi ritirava le tasse a nome di Vittorio Emanuele re d’Italia. Dove ancora non erano arrivati i garibaldini, gli esattori, in attesa degli eventi, evitavano di mandare a Palermo il ricavato delle tasse. Di altri prelievi o prestiti, gli dicevano il tesoriere e il governatore del Banco, neppure a parlarne. (Documenti su Lanza si trovano a Roma, Archivio Centrale dello Stato, Fondo Crispi_A S Palermo, sc. 180 e 120)

 

La sera del 26 maggio i cassieri Giove, Albeggiani, David e Merlo annotarono sui loro registri l’esistente nelle casse del Regio Banco palermitano, tanto per il conto pubblico della Tesoreria, tanto per i conti correnti dei privati. Chiusero poi dentro speciali cassette di sicurezza le chiavi delle immense casseforti blindate, zeppe di ducati d’argento e di spiccioli di rame.

Il palazzo delle Finanze, con i suoi preziosi scrigni, era protetto da una compagnia scelta di Pionieri, comandati dal capitano Borrelli. La fortezza di Castellamare, di cui oggi non esistono che poche rovine, sorgeva minacciosa a poche centinaia di metri sulla Cala Vecchia: era la sentinella del palazzo delle Finanze e di tutta la città.

La cala, dove ogni notte sostavano all’ancora decine di barche da pesca, quella volta era buia e vuota. Alle barricate, che malamente ostruivano le porte della città, vegliavano assonnate sentinelle napoletane.

Tutti sapevano che quella notte Garibaldi sarebbe entrato a Palermo; tutti, anche i detenuti liberati, anche il direttore del famoso hotel “Trinacria” che era andato incontro a Garibaldi per offrirgli la migliore camera del suo albergo; tutti, tranne i venticinquemila soldati napoletani che presidiavano la città.

Garibaldi guardò il cielo e vide la sua stella porta fortuna, Arturo, brillare con insolito fulgore.

(continua 3)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati.Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.