I conti in tasca a Garibaldi

Per l’onore di Garibaldi. Capitolo 17

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani 10 tornesi

Capitolo

Onesti e mentitori

 

(continua dal numero 16) 10 tornesi (Coll. F. Samaritani)

Se i siciliani non avessero tanto odiato i napoletani e questi non avessero considerato la Sicilia una colonia da sfruttare; se Lanza fosse stato meno esoso e Crispi meno falso e corruttore, Cavour meno cinico con Depretis e più generoso con la Sicilia; se Garibaldi avesse concesso il referendum di Annessione quando Depretis lo chiese e non avesse dato ascolto a Bertani che lo consigliava di attendere; se Depretis fosse rimasto a Palermo e alla Sicilia fosse stata risparmiata la fallimentare e clientelare Prodittatura di Mordini; se Acerbi non avesse avuto 300 mila lire di ipoteche sulle sue proprietà nel Mantovano; se Cordova e La Farina non avessero covato una invidiosa rivalsa nei confronti dei governi garibaldini; in una parola, se i nostri eroi avessero coltivato di più il senso dello Stato, la storia della Sicilia sarebbe stata sicuramente diversa e più accettabile e migliore anche la storia dell’intero Paese.

Se infine Ippolito Nievo fosse stato meno sfacciato e più insicuro, più critico nei confronti di alcuni amici che tanto amava e meno ligio al dovere; se gli fosse balenato in capo il minimo dubbio che, una volta imbarcati quegli uomini e quelle carte, la nave era perduta; allora forse avrebbe rifiutato di tornare in Sicilia e forse l’“Ercole” non sarebbe naufragato.

Così preciso, così attento ai minimi particolari egli era, che il 1° marzo, secondo le istruzioni del direttore della Amministrazione Militare Cibo-Ottone, stese un completo verbale di consegna degli arredi e delle carte che lasciava nei locali della vice-Intendenza palermitana, che veniva affidata a Domenico Marotta.

Il 2 marzo, dopo aver scritto e sottoscritto, in due originali, la relazione finale della missione in Sicilia, Nievo scrisse anche la minuta di una lettera che doveva accompagnare l’originale destinato ad Acerbi, a Torino. La lettera fu firmata da Domenico Marotta e partì sull’“Ercole”. (Archivio di Stato di Torino, Archivio Militare di Sicilia, m. 320) 

Il testo, inedito, è questo:

_ Ho l’onore di accluderle il secondo originale d’un verbale redatto dal Vice Intendente Generale Ippolito Nievo, nel quale prima di partire giusta i di lei ordini, per Torino in compagnia dei Sigg. Serretta, Salviati Majolini, Fontana, approvava l’operato del suddetto Sig. Salviati durante la sua gestione delle funzioni di Vice Intendente nonché la consegna dell’Ufficio a me fatta dietro superiore autorizzazione.

Tanto per invio espresso del verbale suddetto, mentre mi pregio ecc.

Il Commissario Dirigente

Preciso, esatto, attento ai minimi particolari Nievo era; ma dimenticò di lasciarci l’elenco dei documenti che portò via con sé.

 

Due parole su Domenico Marotta.

Negli ambienti garibaldini era considerato la personificazione dell’onestà.

Il 16 giugno 1860 Garibaldi scriveva a Marotta_ che si trovava a Monreale_ questa lettera, inedita, la cui copia si conserva all’Archivio di Stato di Torino (Archivio Militare di Sicilia, m. 67):

_ Signor Maggiore,

Si rechi immediatamente al campo del Generale Lanza per dare al Consiglio di Amministrazione del 9° Battaglione Cacciatori le debite delucidazioni da quel Generale richieste.

Domenico Marotta era padre di nove figli e militava nella parte avversaria. Il suo Battaglione, di cui teneva la cassa, faceva parte della spedizione di Bosco. Sulla via del ritorno verso Palermo, Marotta e un piccolo gruppo, arrivati a Monreale, con la scusa di un malessere abbandonarono le linee allo scopo di unirsi ai garibaldini. Marotta fece un resoconto della cassa, a tutto il 27 maggio, pari a  3.357 ducati, che l’8 giugno il capitano garibaldino Raffaele Del Giudice venne ritirare a Monreale. Garibaldi impose tuttavia a Marotta di tornare al suo Battaglione, accompagnato da un capitano e da un quartiermastro, per chiarire che non si era appropriato dei denari della cassa, ma li aveva regolarmente versati alla Intendenza garibaldina.

Marotta seguì oltre il Faro l’Esercito Meridionale. Per l’età, la salute malferma, la numerosa famiglia, chiese di tornare a Palermo e Garibaldi, che ne aveva a cuore le sorti, lo destinò alla vice-Intendenza. Affidando la reggenza a Domenico Marotta, di cui apprezzava la specchiata onestà, Nievo ancora una volta espresse un sottile fiuto politico. Non dimostrò altrettanto fiuto quando si trattò invece di riconoscere la doppiezza e il cinismo.

Il maggiore Marotta diede presto le dimissioni e morì un paio di anni dopo, quasi in miseria.

 

Frà Giovanni Pantaleo attese a Palermo, il 1° marzo 1861, che Garibaldi e il suo Esercito si materializzassero; ma quella giornata passò placidamente. Decise allora di partire alla volta di Napoli, per chiedere agli amici di lì se avessero fiutato odor di patrie battaglie. Ma a Napoli non rinvenne tracce o notizie di Garibaldi. Il 15 marzo Pantaleo sbarcava a Caprera, insieme ai delegati della Associazione di Mutuo Soccorso tra gli operai che si può considerare come antenata dei nostri Sindacati. Garibaldi disse al frate di Castelvetrano di andare, come suo emissario, a Torino e a Pavia, a predicare nelle strade la causa dell’unità dell’Italia.

A Napoli “Il Popolo d’Italia”, in data 7 marzo 1861 scrisse:

_ Di ritorno dalla Sicilia giunse qui [a Napoli] l’altro ieri P. Giovanni Pantaleo, e dopo aver veduto diversi patrioti napoletani, ieri è partito alla volta di Caprera.

Nessun altro quotidiano napoletano segnalò la presenza a Napoli di frà Pantaleo: quei patrioti erano dunque in stretta relazione con il giornale, se non erano proprio Filippo De Boni, ex prete e mazziniano convinto, e i suoi collaboratori.

La notizia data in esclusiva da “Il Popolo d’Italia” pone alcuni quesiti:

_ Pantaleo non risulta nell’elenco dei partenti del “Pompei”, redatto dalla Polizia Portuale palermitana, anche se l’elenco potrebbe essere incompleto, come è accaduto per quello dell’“Ercole”.

_ Se Pantaleo è invece partito il 3 marzo, con una delle due tartane che traghettavano anche qualche passeggero, sarebbe stato assente alla fondazione della Società Unitaria che ebbe luogo a Palermo il 3 marzo, al convento della Gancia. C’erano i massimi esponenti della Sinistra siciliana: Giorgio Tamajo, Saverio Friscia, Enrico Albanese, Raffaele Di Benedetto. Non è verosimile che Pantaleo si sia perso la scena.

_ Pantaleo può aver proseguito il suo viaggio con una tartana diretta a Civitavecchia, o a Terracina, o a Fiumicino, poiché il 7 marzo non partirono da Napoli vapori commerciali. Non risulta imbarcato sul “Conte di Cavour”. Era forse per lui un vantaggio che la Polizia Portuale non registrasse i passeggeri delle tartane.

_ La notizia della perdita del vapore “Ercole”, col suo carico di passeggeri e di carte contabili, può essere arrivata a Caprera il 15 marzo, portata da frà Pantaleo.

Il 31 marzo Garibaldi_ avendo qualche giorno prima avvertito le autorità locali della sua partenza_ lasciò l’amata isola, dopo cinque mesi di volontario esilio. Il “pesce d’aprile”, che arrivò a Genova il giorno dopo, fu accolto da una grande folla: sulla banchina era presente frà Pantaleo. Garibaldi non fu presente a Torino, il giorno 17 marzo 1861, quando fu proclamata l'Unità dItalia.

 

barche al molo

A Napoli nessun quotidiano pubblicava un completo prospetto del movimento del porto, con l’indicazione degli arrivi e delle partenze e con note sul carico e sul numero dei passeggeri. Il “Giornale delle Due Sicilie”, che a Napoli fungeva da Gazzetta Ufficiale, ne dava conto in modo frammentario, parziale e discontinuo.

A coprire questo buco ci pensò proprio “Il Popolo d’Italia”.

Il primo prospetto del movimento del porto è sul numero del 6 marzo 1861 e riporta i dati del 5, giorno in cui arrivò il “Pompei”, ma l’“Ercole” mancò all’appello. Lo specchietto occupa metà dell’ultima pagina. Per il 7 marzo, “Il Popolo d’Italia” annunciava una partenza fantasma dell’“Ercole” per Palermo, mentre per altri giornali, quel giorno non salpò alcun mercantile. E come se l’“Ercole” avesse portato a termine un successivo viaggio Palermo-Napoli, nel numero del 13 marzo “Il Popolo d’Italia” annunciava per l’indomani una nuova partenza immaginaria dell’“Ercole” per Palermo. Il 14 marzo scriveva che in giornata l’“Ercole” sarebbe partito. Terminata l’allucinazione, “Il Popolo d’Italia” non pubblicò una riga sul naufragio.

 

L’unico modo, in quei tempi di brusca transizione, per sapere quali imbarcazioni erano partite, quali arrivate, quali in procinto di salpare, era recarsi direttamente al porto, oppure chiedere alle Compagnie. Non esistevano allora orari rigidamente previsti, come oggi li intendiamo. In quei giorni inoltre, i battelli venivano spesso requisiti per il trasporto delle truppe, tanto che, quando l’“Ercole” e il “Pompei” il 2 marzo arrivarono a Palermo, nessuno li attendeva.

Esaurito l’imbroglio delle partenze ombra, “Il Popolo d’Italia” attaccò Dumas che con “L’Indipendente” sosteneva una generosa campagna stampa per muovere interesse sul naufragio.

Dumas il 18 maggio 1861 se ne andò a Parigi, senza apparenti motivi e senza preavviso. Chiuse “L’Indipendente” e lasciò i suoi abbonati a “Il Nazionale”, cedendo anche in prestito a quel giornale, con il quale aveva spesso giostrato, la spada, pardon! la penna.

 

Il 18 marzo la vice-Intendenza palermitana ricevette un telegramma pressantissimo da Giovanni Acerbi che invitava Nievo a raggiungerlo immediatamente a Torino, col materiale e il personale necessari a stendere il famoso rendiconto per il ministro Fanti. Curioso, questo ritardo di due settimane.

Domenico Marotta rispose con questo telegramma, spedito da Palermo il 18 marzo alle 3 pomeridiane e ricevuto a Torino il 21 marzo alle 1 e 50 antimeridiane:

_ Nievo partito giorno 4 con quattro personali Intendenza. S’ignora la sorte. Col corriere saprà il resto.

Il 25 marzo Acerbi scrisse a Garibaldi una lettera, oggi perduta, il cui testo è noto:

_ Io attendo indefessamente al rendiconto della nostra Amministrazione Militare. Esso procede assai bene e in breve lo presenterò in modo da soddisfare il Paese e fare onore all’impresa da Lei mirabilmente condotta. Un grave danno è sopraggiunto: l’Ercole che conduceva l’Intendente Nievo con altri ufficiali dell’Amministrazione di Sicilia pare perduto e con esso tutta la contabilità della Sicilia.

L’Archivio Militare di Sicilia (1860-1861) è invece oggi all’Archivio di Stato di Torino, distribuito in 466 faldoni rigurgitanti di carte. Altri fascicoli sono nella immane raccolta Esercito Italia Meridionale, sempre a Torino. I conteggi ufficiali, distribuiti in 13 registri, erano stati presentati in date diverse da Acerbi, Nievo e Salviati alle autorità militari della Sicilia e oggi si conservano, come ho detto, a Torino.

Nell’affermare che tutta la contabilità della Sicilia era andata perduta, Acerbi aveva mentito.

 

Dopo la morte di Nievo, Romeo Bozzetti fu ufficialmente incaricato di dare aiuto ad Acerbi per scrivere il resoconto contabile. Tra le carte, che la famiglia Bozzetti conserva, ci sono 12 pagine di un resoconto inedito, scritto da Romeo. Non è uno specchietto contabile accompagnato da note, bensì un lungo testo che, con toni romantici, racconta lo svolgersi della Campagna garibaldina, con l’aggiunta di qualche annotazione su spese e contratti. Nelle prime pagine Bozzetti parla della morte di Nievo e di Ischia, che ha le spiagge più amene dell’Universo, dove è più raggiante sorriso della natura, ma dove l’ombra del nostro amico ci apparirà sempre.

Non era certamente un testo come questo che Fanti aveva chiesto ad Acerbi e che Acerbi intendeva presentare. Non sappiamo se tra Bozzetti e Acerbi ci fu un dissidio; è certo che il 2 ottobre 1861 Romeo Bozzetti risulta nel Corpo dei Volontari Italiani dell’Arma di Fanteria: egli va nel meridione a combattere contro i briganti.

 

Il 9 agosto 1862 il rendiconto di Acerbi, indirizzato al ministro della Guerra, era finalmente pronto e fu presentato.

Garibaldi intanto, a giugno 1862, era tornato in Sicilia accolto con grandi onori. Con un balzo passò lo Stretto, ma fu inchiodato il 29 agosto ad Aspromonte. I primi di agosto Acerbi fu imprigionato con l’accusa di aver fornito volontari, ma uscì immediatamente dal carcere per intervento tempestivo di Crispi che ne sostenne la difesa. Presentato il resoconto, Acerbi versò alla Tesoreria del Circondario di Torino un resto di cassa pari a Lire 9.588,14. Si ritirò quindi a vita privata. Ripianò il debito di 300 mila lire, in parte con la dote della moglie. Secondo un rapporto dei Carabinieri, utilizzò invece fondi sottratti alla amministrazione garibaldina. (Roma, Archivio Centrale dello Stato, Ministero Interno, 1862, Biografie)

Copia di questo resoconto, rimasto tra le carte personali di Acerbi, è all’Archivio di Stato di Mantova ed è stato pubblicato. Nievo non vi è mai citato con nome e cognome.

Il 22 settembre 1862 venne contestata ad Acerbi la mancanza sul resoconto di un introito di 1.200 ducati. Questa somma, trasportata dal mercantile postale l’“Elba” e destinata al 13° Fanteria dell’Esercito borbonico, era stata predata a fine luglio 1860 dalla corvetta “Veloce”_ che dalla Flotta borbonica era passata a Garibaldi_ ed era stata poi consegnata all’intendente generale Acerbi. Il nuovo Stato italiano aveva poi ereditato sia i debiti sia i crediti e tutti i conti, alla fine, dovevano tornare: i denari non consegnati al 13° Fanteria dovevano quindi risultare all’attivo nei conti dell’Intendenza.

Leggiamo questo passo del resoconto Acerbi, il cui testo completo è stato più volte pubblicato:

_ Venuta Palermo in potere delle armi liberatrici, quando ancora fumavano le rovine del bombardamento, il riferente cui la fiducia del generale Garibaldi conferiva già a bordo del Piemonte la carica d’Intendente generale d’armata, nel giorno 2 giugno costituì gli uffici dell’Intendenza generale, la quale in tanta perturbazione di ordini civili e politici non solamente all’esercito ma dovette anche provvedere a parte dell’amministrazione dello Stato, al quale effetto il Dittatore lo nominava Tesoriere generale di tutta l’isola.

Com’egli abbia eseguito il proprio mandato in quel periodo d’inestricabile sconvolgimento avrebbe potuto con documenti irrecusabili meglio addimostrare, se il luttuoso naufragio dell’Ercole che nel marzo 1861 veniva trasportando con una schiera di eletti suoi uffiziali tutti gli elaborati di quell’amministrazione non avesse gli uni e gli altri sommersi nel mare con immenso dolore e danno della nazione, che in quella sciagura perdette magnanime esistenze e documenti preziosissimi.

Per buona sorte però di quella amministrazione dal 2 giugno al 19 luglio, giorno nel quale l’Intendenza generale trasferì la sua sede da Palermo al campo di Milazzo, rimane copia di un resoconto [pubblicato da Nievo il 31 gennaio1861 su “La Perseveranza”] che rappresenta con sufficiente evidenza la gestione di cassa, i conti dei corpi e delle amministrazioni dello Stato che complessivamente importarono un dispendio di ducati 521.921 e 36 eguali a It. L. 2.218.110,33; e sebbene per la forma con la quale fu redatto e per gli enti che lo compongono non possa unificarsi col bilancio che ora si accompagna, tuttavia detto resoconto, anche isolato e sfornito di documenti d’appoggio, costituisce prova delle operazioni eseguite e giustifica moralmente l’impiego del denaro stesso.

Ma che cosa è questa storia, che ogni tanto torna, del Tesoriere generale di Sicilia?

(continua 18 e fine)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani. Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati.Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.

Nota a questo capitolo, aggiunta il 5 febbraio 2011: Frà Pantaleo, arrivato a Napoli il 5 marzo, evidentemente con il “Pompei”, ne ripartì il 6, forse con il mercantile francese “Vatican” che salpò quel giorno per Civitavecchia, Livorno e Genova. Potrebbe anche aver utilizzato da Napoli una tartana. La richiesta di imbarco per Genova, fatta da Garibaldi a Caprera, è del 21 marzo 1861.