Marina piemontese e Marina italiana

Per l’onore di Garibaldi. Capitolo 16

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani

Capitolo

Come affondare quel vapore

 

(continua dal numero 15)

Il contrammiraglio Augusto Ceva di Noceto comandava la Flotta della Marina da Guerra sarda, dislocata in Sicilia.

Cavour, che era anche ministro della Marina, gli ordinò di riformare in Sicilia le Capitanerie di Porto, la Marina Mercantile e la Sanità Marittima. Mandò anche da Torino l’ispettore Battilana che pretese una nota esatta degli impiegati marittimi, una esatta descrizione dei punti di ancoraggio, un preciso catalogo dei marittimi imbarcati, dei proprietari dei legni, perfino dei pescatori.

Nel 1840 un Decreto di Ferdinando II aveva stabilito i Registri delle Matricole per gli uomini di mare, in cui dovevano risultare iscritti marinai, pescatori, mozzi, maestri costruttori ecc.

Ma i registri di immatricolazione dei mercantili risultavano lacunosi, mancavano molti fascicoli delle patenti nautiche, si ignorava la composizione degli equipaggi e alcune carte erano andate perdute durante la guerra, per un incendio al porto di Palermo.

Per districarsi da questo ginepraio, Ceva di Noceto chiese aiuto a Mario Corrao che presiedeva la Commissione Consultiva della Marina Mercantile di Sicilia. Ebbe come risposta che in realtà non era mai esistito sull’isola un sistema organico di iscrizione per i marittimi, e non esisteva previdenza e assistenza alle famiglie dei marinai naufragati, perché le vedove e gli orfani erano affidati alla pubblica carità. (Archivio di Stato di Torino, Archivio Militare di Sicilia, m. 27 e Ministero Marina, m. 707)

Di regola, un capitano sceglieva personalmente il suo equipaggio e sottoscriveva un contratto con ogni singolo marinaio alla presenza di un funzionario che il genere era il sindaco. Nel 1850 era stato stabilito il formulario per la contrattazione tra il capitano e i marinai di commercio. Un esemplare del contratto doveva restare nella Cancelleria del sindaco e faceva testo anche in caso si stabilisse di ripartire il guadagno del viaggio tra l’equipaggio.

Dal 19 dicembre 1860 alla partenza i capitani dovevano presentare alla dogana un manifesto delle merci caricate, coi recapiti doganali. Gli effetti dei viaggiatori erano esenti da dogana.

 

Da Torino il Ministero della Marina spedì a Palermo le nuove patenti nautiche, i nuovi libretti di circolazione per i natanti, le nuove patenti sanitarie, tutti documenti intestati Italia e Vittorio Emanuele e che dovevano sostituire i vecchi fogli borbonici, ormai superati dalla storia.

Cavour si preoccupava giustamente delle forme, ma della sostanza?

Mario Corrao fornì a Ceva di Noceto una copia del regolamento della Sanità Marittima, stabilito nel Regno delle Due Sicilie a partire dal 1826.

Era divisa in gruppi, dislocati nei vari porti o sulle spiagge. Ogni gruppo era composto da un medico, da infermieri e da marinai. Possedeva capaci canotti e doveva agire immediatamente in caso di naufragio.

A Palermo la Sanità Marittima era diretta dal medico Gaetano La Loggia, che era anche responsabile sanitario del Manicomio cittadino. Garibaldi lo aveva fatto ministro, con speciale incarico di ispettore degli Ospedali Militari della città di Palermo.

Dopo tanta strada, siamo tornati al Manicomio cittadino che è stato luogo di atroci sofferenze. Tra i Mille che si imbarcarono a Quarto con Garibaldi, molti erano i siciliani: negli anni successivi due di essi furono assassinati e non si trovò il corpo, un altro fu trovato ucciso in un aranceto e altri due finirono i loro giorni nel Manicomio di Palermo.

 

Quando, a gennaio 1861, Cavour diede ordine di fermare tutte le navi militari in dotazione alla Sicilia, escluso il “Tripoli”, e di mandare a casa gli equipaggi, Ceva di Noceto protestò di non poter garantire la sicurezza della navigazione mercantile. (Archivio Stato Torino, Ministero Marina, Gabinetto, r. 364)

La mattina del 4 marzo la nave militare a vapore “Tripoli” salpò da Palermo trainando quattro barche colme di merce: erano i rifornimenti per Ustica. Il “Tripoli” tornò al porto di Palermo dopo cinque ore e attraccò alle due pomeridiane, quando il vapore “Pompei” si preparava a salpare.

Ceva di Noceto non si preoccupava dei pirati marocchini, di cui si era perso anche il ricordo, ma dei soldati sbandati e delle armi che circolavano di nascosto. Qualche peschereccio fu infatti assalito da briganti locali, arrivati da terra su barche a remi.

Il 2 marzo 1861 il generale Raffaele Cadorna chiese a Ceva di Noceto di trasportare mille uomini sul continente.

_ Con che navi?_ gli rispose Augusto Ceva di Noceto_ Non ne ho, le domanderò a Napoli.

Ma da Napoli venne questa laconica risposta:

_ Anche noi abbiamo penuria di vapori.

Dopo qualche giorno si sparse la notizia che forse si era perduto l’“Ercole”. Cadorna ordinò di sottoscrivere contratti, per singoli viaggi Messina-Napoli e Palermo-Napoli, con la Compagnia Valery. Gli risposero che l’unica Compagnia autorizzata al trasposto della posta e di truppe, tra la Sicilia e Napoli e intorno alla Sicilia, era la Florio, che agiva direttamente o attraverso sue controllate ed esercitava quindi il monopolio, grazie ad un contratto di epoca borbonica rinnovato in epoca garibaldina. Fu così che migliaia di prigionieri, evacuati da Messina, furono imbarcati dalla Valery e portati a Genova.

 

Il 4 marzo 1861, giorno nefasto in cui l’“Ercole” partì, la “Gazzetta Ufficiale di Torino” pubblicava il bando di concorso della nuova Convenzione per i postali marittimi, valida per tutto il Tirreno. I piroscafi dovevano essere di solida costruzione, muniti di buone macchine, atti a montare a prua un cannoncino calibro 32, a caricare 350 tonnellate di merce e a viaggiare a 12 miglia l’ora, con a bordo 40 passeggeri di I classe e 20 di II classe.

Se il vecchio “Ercole” avesse resistito alla burrasca, poteva essere mandato in Africa a caricare banane! Ma anche il “Pompei” era superato: l’anno successivo lo ritroviamo sulla tratta Taranto-Gallipoli, carico di botti di vino pugliese.

Al concorso non si presentò alcuna Compagnia. Mesi dopo, grazie ad onerosi contratti privati, lo Stato divise equamente le torta in due fette: a Florio andò la Convenzione marittima da Napoli in giù e a Rubattino-Valery quella da Napoli in su.

 

Sussurrata prima, agitata poi come una vergognosa rampogna al governo di Cavour, si sparse la voce che l’“Ercole” sarebbe stato deliberatamente affondato. Come? Una bomba ad orologeria era un congegno sconosciuto a quel tempo; navi da guerra, nazionali o estere, non viaggiarono quella notte sulla sua stessa rotta; le piazzole di Capri da molti anni erano prive di cannoni. Dobbiamo ipotizzare la presenza a bordo di un commando, incaricato di impadronirsi della nave, di uccidere tutti quelli che erano a bordo e di mettersi in salvo sopra un canotto. Per affondare l’“Ercole”, al vecchio modo dei pirati, bastava aprire una falla sotto la linea di galleggiamento.

Non è verosimile che questo supposto commando fosse composto da soli passeggeri, anche se alcuni di essi potevano essere coinvolti: Garassini e Nullo, erano ad esempio marinai, ma scomparvero con l’“Ercole” senza lasciare tracce.

La nave a ruote ottocentesca era uno strumento meno agile delle nostre barche a vela e a motore. Per navigare, aveva bisogno di un esperto fuochista e di un certo numero di marinai. Impadronirsene, deviarla e poi affondarla, non era dunque affare di due o tre marittimi disperati che agissero per vile denaro: una mente e un maggior numero di uomini erano assolutamente necessari.

 

Nella lettera di Antonio Alaymo De Michele il numero dei passeggeri è esatto: 16; ma quello dei marinai, 24 uomini, non corrisponde ai 31 dichiarati alla partenza, il 4 marzo, alla Polizia Marittima palermitana; il giornale che annunzia la partenza dell’“Ercole” da Palermo parla di un equipaggio di 29 uomini: quale era il numero esatto?

Nei prospetti dei giorni 26 gennaio, 8 e 10 febbraio, conservati all’Archivio di Stato di Palermo, l’“Ercole” risulta in partenza da Palermo con 32 marittimi, oltre al capitano Mancino. Non è registrato invece il numero dei marinai imbarcati sull’“Ercole” nel suo ultimo viaggio da Napoli a Palermo, dove arrivò il 2 marzo. Se 31 o 32 erano i membri dell’equipaggio al completo, è anche possibile che alcuni di essi non si siano effettivamente imbarcati il 4 marzo. Altri scampati al naufragio?

 

Torniamo al racconto di Felice Corrao, il capitano del “Pompei”. Disse di aver visto per l’ultima volta l’“Ercole” a 10 miglia (o a 20 miglia) da Capri, la mattina del 5 marzo, tra le 3 e le 4. Allora il vento rinforzò e da libeccio voltò a tramontana. Quando tornò il sereno, quel vapore era scomparso. La testimonianza è attendibile poiché viene da una famosa lettera della signora Hennequin e anche da lettere, inedite, di Alfonso Hennequin che possedeva quote di partecipazione alla Società armatrice del vapore “Pompei”; tanto è vero che la mattina della partenza da Palermo, Nievo salutò al porto il figlio di Hennequin che si trovava lì per controllare il carico del “Pompei”.

I più esperti velisti ischitani, da me interpellati, hanno confermato che se il libeccio rinforza, a sud di Capri, verso la costa della Calabria si formano pericolosi giri di vento, improvvisi e insidiosi, dovuti alla particolare conformazione delle coste calabre e al profilo dell’isola e del Vesuvio.

L’“Ercole” può essere incappato in una di queste perturbazioni.

Dal libro di bordo dell’“Exmouth” viene la conferma che a quell’ora di notte il vento rinforzò; ma non vi è registrata alcuna variazione nella direzione del vento, forse perché l’“Exmouth” era fermo al porto di Napoli.

Secondo i velisti ischitani, il “Pompei” e l’“Ercole”, che erano in alto mare, furono costretti a virare e a bordeggiare. Mentre uno si dirigeva verso la costa della Calabria, l’altro navigava verso il largo: per questo motivo si persero di vista. La rotta a manca punta direttamente alla spiaggia ischitana dei Maronti.

Quest’ultima fu, presumibilmente, la direzione scelta dall’“Ercole”.

Il corrispondente del giornale “L’Indipendente” scrisse che erano arrivati spezzoni di legno sulle coste sud di Ischia, miseri resti di un grosso naufragio. Il giornale “Il Rinnovamento Italiano” scrisse che in quei giorni erano stati visti avanzi di una nave galleggiare presso Capri. Queste due testimonianze non furono riprese da altri giornali e sono sfuggite agli storici. Il naufragio quindi deve essere avvenuto a sud della Bocca Grande di Capri, anche perché di lì passava, e ancora passa, la rotta mercantile Palermo-Napoli.

 

Il lido dei Maronti.

Quella che era allora considerata la più desolata e sinistra spiaggia ischitana non è visibile dal sovrastante paese di Testaccio. Il borgo di Sant’Angelo è troppo lontano, perché una piccola barca non possa approdare a Maronti senza essere notata.

Gli studi sul dialetto in uso a Serrara Fontana, il Comune che oggi comprende Sant’Angelo e la spiaggia dei Maronti, rivelano una curiosa mescolanza di napoletano e di calabrese. Ancora oggi, si raccontano antiche leggende di briganti, rintanati tra Forìo e Serrara Fontana, negli anfratti dell’Epomeo.

C’era, a quel tempo, l’intera banda del brigante calabrese Tallarico, che era stato graziato dai Borboni con tutti i suoi compagni, purché restasse ad Ischia, con i suoi gregari, a coltivare i campi. Mandato poi in Sicilia, con il preciso incarico di assassinare Garibaldi, Tallarico fu conquistato dal Generale e si fece garibaldino.

 

tartane

 

Entro nella pura leggenda e nessun documento sostiene quello che dirò, da ora fino alla fine del capitolo. Questa è, per me, la fine della storia.

I marinai che si sono impadroniti dell’“Ercole” e che lo hanno affondato approdano al lido dei Maronti, che è l’unica spiaggia priva della vigilanza della Sanità Marittima, perché il minuscolo scalo di Sant’Angelo in quella stagione è chiuso. Non è invece possibile sbarcare impunemente a Capri, perché gli approdi sono custoditi da soldati italiani che vegliano sui prigionieri di Gaeta. A Ischia i prigionieri borbonici sono concentrati a Casamicciola, che è dalla parte opposta dell’isola.

Con l’aiuto di un basista del luogo, che fornisce protezione e documenti falsi, quei marinai si imbarcano da Forìo su una tartana diretta a Fiumicino o a Ripa Grande, nascosti in mezzo alle botti di vino che in gran numero vanno ad allietare le tavole dei romani. Per chi vuole rifarsi una vita, c’è l’America: perfino Cavour aveva sperimentato con successo e anzi favorito questa comoda via di uscita, per gli emigranti poveracci. Il nuovo Stato ci spedì anche i briganti, con un passaporto falso e senza foglio di via per il ritorno.

In alternativa a questo epilogo, otto marinai del commando tornano a casa e giurano di non essere mai partiti: così il numero dei marittimi dell’“Ercole” da 32 scende a 24.

Se il naufragio dell’“Ercole” fu un delitto, a chi giovava?

(continua 17)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.