Chi era a bordo dell'Ercole?

Ogni evento misterioso si ripete, per la tragica monotonia della storia

Per l’onore di Garibaldi. Capitolo 15

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani Manfredi Albanese

Capitolo

Naufraghi e scampati

 

(continua dal numero 14)

Il prefetto di Palermo inviò a Napoli, a Gino Vicesvinci direttore della Calabro-Sicula, un telegramma con l’elenco completo dei passeggeri dell’“Ercole”. Alcuni nomi mancano nell’elenco pubblicato dal quotidiano “Il Diritto” e in quello redatto dalla Delegazione Marittima di Palermo il giorno stesso della partenza dell’“Ercole” (fotocopia a Roma, Fondazione I. Nievo).

Sullo sfortunato vapore montarono 16 passeggeri, tra cui un prete che, si dice, in mare porta sfortuna.

Diamo l’elenco completo, con note biografiche in parte inedite.

1_ Ippolito Nievo, padovano, 29 anni, vice-intendente dell’Esercito Meridionale. Il 2 novembre 1860 era stato nominato colonnello. Stipendio: 6.000 lire l’anno.

2_ Luigi Salviati, romano, 54 anni, dirigente della vice-intendenza. Il 28 febbraio 1848 il Comitato Esecutivo della Repubblica Romana lo nominava membro della Commissione per gli impieghi. Il 3 marzo 1848 membro per la Commissione Centrale per la verifica degli assegni e per il prestito forzoso a carico di famiglie di elevata fortuna. Con dispaccio del comandante generale della Guardia Civica di Roma, approvato dal Triunvirato, il 14 aprile 1849 assumeva il comando di due battaglioni nazionali mobilitati nell’interno, col grado di tenente colonnello. Intendente generale del Ministero di Guerra e Marina, dal 23 aprile 1849. Consigliere municipale a Roma dal 19 aprile 1849. Partecipò al presidio della Repubblica Romana. Dal 17 giugno 1849 membro del Consiglio Generale Sanitario e delle Ambulanze. Esiliato da Roma. Dal 18 luglio 1860, con officio dell’intendente generale Acerbi, viene incaricato del Casermaggio. Dal 18 agosto 1860, con officio del vice-intendente Nievo, assume le funzioni di capo del Commissariato di Guerra, al posto di Paolo Bovi. Con lettera da Napoli dell’8 ottobre 1860, Acerbi lo incaricava di assumere la vice-Intendenza, al posto di Nievo, richiamato a Napoli per affari di servizio. Ha prestato giuramento a Vittorio Emanuele e allo Statuto il 31 ottobre 1860. Il 3 dicembre sostituiva Nievo, partito per il Continente. Stipendio: 3.000 lire all’anno.

3_ Achille Maiolini, romano, 34 anni. Figlio di un ufficiale, entrò in servizio a Roma a luglio 1843. Percorse vari gradi, fino a quello di luogotenente quartiermastro nel battaglione Zappatori del Genio. Fece le Campagne di Treviso e di Vicenza e fu decorato con medaglia d’onore del Senato di Roma. Entrati in Roma i francesi domandò le dimissioni, che gli vennero accordate con Ordine del giorno del generale Oudinot del 6 luglio 1849. Mandato in esilio. Cassiere della vice-intendenza palermitana dal 19 luglio 1860. Prestò giuramento il 31 ottobre 1860.  Per Decreto 11 luglio 1860 nominato 1° ufficiale contabile della Intendenza, col grado di capitano di Fanteria. Stipendio: 3.000 lire all’anno.

4_ Lorenzo Garassini, di Loano (Savona). Arrivato in Sicilia con la Spedizione Medici. Commissario di bordo del “Tükory”, nave da guerra ex borbonica passata prima a Garibaldi e poi alla Marina da Guerra sarda. Cavour diede ordine di disarmare il “Tükory” e di mandare a casa l’equipaggio in attesa di un nuovo imbarco. Garassini probabilmente tornava a casa. La ricerca all’Archivio di Stato di Savona per trovare il certificato di morte ha dato esito negativo. L’ipotesi che fosse una spia di Cavour non è sostenuta da alcun documento.

5_ Giuseppe Fontana, palermitano, 30 anni. Dal 2 giugno 1860 risultava scrivano contabile presso l’Intendenza. Stipendio: 1.500 lire l’anno.

6_ Vitale Ferretti, cappellano.

7_ Salvatore Serretta, palermitano, anni 45. Figlio di Giuseppe, gioielliere, e di Concetta Vian, era sposato e aveva 4 figli. Durante la Rivoluzione Siciliana del 1848-’49 era nel Comitato di Guerra e Marina (delibera 28 febbraio 1848). All’entrata di Garibaldi in Palermo fu addetto alla Segreteria di Stato del governo provvisorio e il 2 giugno 1860, per ordine del ministro Crispi, fu incaricato, insieme all’intendente generale Acerbi, a Nievo e Bozzetti, di installare l’Intendenza Generale dell’Esercito. Con ministeriale 16 giugno 1860, a firma del ministro di Guerra e Marina Orsini, fu incaricato di riprendere le funzioni che aveva già esercitato nel 1848, cosa che non fece, perché già in carico all’Intendenza. Con Decreto dittatoriale del 21 giugno 1860 Garibaldi lo nominava direttore dell’Ufficio Intendenza e della Contabilità. Con dispaccio del segretario della Guerra Fabrizi del 7 novembre 1860 venne assimilato, per la percezione del soldo, a capo divisione di 1° classe della Segreteria di Stato per la Guerra. Giuramento 8 novembre 1860. Stipendio: 6.000 lire all’anno. Nell’Archivio di Stato di Palermo si conservano i documenti riguardanti il suo matrimonio con Rosalia Testagrossa, sposata il 22 dicembre 1838 (la moglie aveva 17 anni ed era figlia di un contabile) e il decesso di un suo figlioletto. Mancano invece documenti relativi alla sua morte, probabilmente per la perdita di registri. Mancano anche documenti sulla morte di Giuseppe Fontana. Grazie all’interessamento di Crispi, la vedova ottenne dalla Camera una pensione miserrima, che tuttavia non le sarebbe spettata, perché Serretta non aveva lavorato per gli anni necessari a maturare una pensione. E’ stata questa l’unica volta che alla Camera si sia parlato ufficialmente del vapore “Ercole”. Il figlio maggiore di Serretta, ufficiale garibaldino, attendeva il padre in Piemonte. Dichiarò di essere grato a Crispi per l’interessamento, ma che aveva deciso dare le dimissioni dall’Esercito e di lasciare l’Italia. (Carteggio inedito Francesco Crispi-Giambattista Marinuzzi, sulla pratica per la pensione Serretta, è a Roma, Archivio Centrale dello Stato, Fondo Crispi-Reggio Emilia, sc. 1)

8_ Pietro Nullo, di Bergamo, fratello minore di Francesco, garibaldino. Era guardiamarina della Marina Militare sarda. Prima della guerra lavorava a Genova, come rappresentante di una casa produttrice di seta, di proprietà della moglie del fratello. Nelle lettere di Francesco Nullo mancano riferimenti alla morte del fratello. Forse era imbarcato in una delle quattro navi che, all’inizio del 1861, Cavour diede ordine di disarmare per contenere i costi della Marina. Il suo nome appare unicamente nel telegramma del prefetto di Palermo al Vicesvinci.

9_ Sante Busi, di Brescia, garibaldino. Il suo nome appare unicamente nel telegramma del prefetto di Palermo al Vicesvinci.

10_ Pietro Simone.

11_ Placido Solyma, di Vincenzo e Antonina Maggiore, era nato a Marsala il 1° agosto 1826 da una nobile famiglia che aveva dato prelati e Cavalieri di Malta. In esilio, a Londra, aveva frequentato Crispi. Tornato a Palermo ad agosto 1860, scrisse lunghe lettere a Crispi, chiedendo con petulanza un impiego, come risarcimento degli anni di esilio. Non voleva tornare a Marsala, perché i genitori erano morti e il fratello lo aveva derubato della eredità. Le ricerche all’Archivio di Stato di Trapani, sui registri anagrafici degli anni compresi fra il 1861 e il 1875, per trovare il certificato di morte che poteva anche risultare trascritto in ritardo, non hanno dato esito alcuno. Si conservano invece i documenti anagrafici del fratello Michele, morto nel 1865. Sugli elenchi è registrato come Sollima, che è una diversa grafia del suo cognome.

12_ Francesco Carrapacca, militare. Dal cognome, si direbbe siciliano. Manca nell’elenco della Delegazione Marittima.

13_ Paolo Forno. Negli elenchi de “Il Diritto” e della Delegazione Marittima risulta come Pasquale.

14_ Francesco Ventre. Negli elenchi de “Il Diritto” e della Delegazione Marittima risulta come Filippo.

15_ Fortunata Carrapacca, moglie di Francesco. Il nome manca nell’elenco pubblicato da “Il Diritto”. E’ l’unica donna perita nel naufragio. Nell’elenco della Delegazione Marittima risulta come Francesca.

16_ Mosé Cigliano, milite della Guardia Nazionale. Dal cognome, sembra napoletano. Non risulta nell’elenco pubblicato da “Il Diritto”.

 

Il capitano Michele Carmine Mancino era napoletano, possedeva grande esperienza e aveva 45-46 anni. Dieci anni prima comandava il vapore “Duca di Calabria”. Crispi sollecitò una colletta tra i deputati alla Camera, per dare alla vedova Mancino una pensione. Un giornale governativo lodò l’iniziativa di Crispi; un altro giornale invece notò che l’onere spettava all’armatore che aveva disatteso le richieste del defunto capitano di non far viaggiare un vapore tanto vecchio e malandato.

 

Da nessuna carta d’archivio, da nessun giornale d’epoca è uscito finora il nome di qualcuno dei 29 membri dell’equipaggio. Ma una traccia è nei registri del Tribunale di Commercio.

Era questo un organo coordinatore delle attività economiche e commerciali, strumento felice dell’Illuminismo napoletano, voluto da Carlo III nel 1739. Il Tribunale di Commercio_ così come lo aveva riorganizzato nel 1808 Giuseppe Napoleone, dopo l’abolizione dei privilegi e delle corporazioni, per cui il diritto commerciale aveva perso la sua caratteristica di diritto di classe_ aveva una ampia sfera di poteri e decideva, in fretta e in modo autonomo, in merito a controversie di natura commerciale, senza possibilità di appelli e senza necessari richiami ad altri Tribunali. Erano tuttavia frequenti i rapporti con il Consolato del Mare e con il Tribunale della Gran Corte Civile e Criminale. I contratti di cambio marittimo, che erano prestiti fruttiferi, venivano stipulati da un notaio e trascritti presso il Tribunale del Commercio. Le testimonianze raccolte riguardano viveri all’equipaggio, manutenzione dei legni, diari di bordo, itinerari marittimi, tempo impiegato, descrizione delle tempeste ecc. Per il commercio via mare la sede legale era il porto al quale l’imbarcazione aveva attraccato e non quello di partenza.

Ma come ci si comportava in caso di naufragio?

Nel registro della prove testimoniali dei capitani di bastimento, nelle pagine datate settembre 1860 (Archivio di Stato di Palermo, Tribunale di Commercio, f. 243) risulta il rapporto del capitano Michele Mancino in merito ad una controversia, sorta fra lui e uno spedizioniere, per un carico che si era deteriorato sull’“Ercole” durante la navigazione, per l’acqua trovata in sentina dopo una burrasca. La testimonianza di Mancino è controfirmata da 2 dei 32 componenti l’equipaggio: Gerolamo Cafiero, di Noto, di anni 56, e un Gaetano di cui non si decifra il cognome.

Nella stessa serie non sono consultabili, perché deteriorati, la corrispondenza, i verbali di udienze, gli atti delle Società e le sentenze del 1861. Mancano le testimonianze sulle controversie del 1861 e si salta direttamente al 1862, anno in cui le carte si fermano. Impossibile quindi sapere se il Tribunale di Commercio di Palermo si sia occupato di controversie concernenti la perdita dell’“Ercole”.

 

Quasi cinquanta anni dopo, lo storico Coiro, sotto il titolo Una leggenda patriottica, pubblicò una storia incredibile: dal naufragio si era salvata una donna. Si chiamava Emilia Venini ed abitava a Palermo. Coiro la conobbe e ne registrò i labili ricordi.

 

La signora Albanese

 

Emilia Venini e (in alto) il piccolo Corrado Ginami (Collezione Leandro Mais)

 

Emilia Venini era la vedova del capitano Manfredo Ginami, ucciso da una pallottola vagante nel 1859, proprio il giorno in cui gli austriaci evacuarono Milano. Aveva un figlio piccolo: Corrado.

Quando seppe che Garibaldi era a Palermo, decise di unirsi ai volontari come infermiera. Arrivò in Sicilia con due cognati e con il piccolo Corrado, vestito con la camicia rossa. Portava con sé una lettera di presentazione di Adelaide Cairoli per Pietro Ripari, medico capo dell’Esercito.

Ma l’Esercito Meridionale era già a Milazzo. Ripari destinò Emilia Venini all’Ospedale Militare di Barcellona, affidandola alle speciali cure del chirurgo Enrico Albanese.

Quando Garibaldi passò lo Stretto di Messina, Albanese seguì l’Esercito ed Emilia tornò a Palermo. Giorno e notte viveva in ospedale, dove il piccolo Corrado giocava a fare il “mutilatino”, usando le stampelle dei mutilati.

A novembre Enrico Albanese chiese la mano di Emilia che, prima di sposarsi volle tornare a casa. Aveva deciso per l’“Ercole”, ma Albanese si oppose risolutamente e la costrinse a restituire il biglietto.

E il piccolo Corrado? Era sicuramente con lei, perché Emilia non si staccava mai dal figlio.

In seconde nozze Emilia Venini sposò il chirurgo Enrico Albanese, da cui ebbe un altro figlio: Manfredi.

Cinquanta anni dopo Enrico Albanese e Corrado Ginami erano morti, ma lei era ancora viva. Raccontò a Coiro che c’erano altre due persone che decisero all’ultimo di non partire: un garibaldino convalescente e suo padre che lo aveva raggiunto in Sicilia per riportarlo a casa.

_ I Nievo?_ chiese Coiro.

_ Forse, sì_ rispose Emilia.

Errato: Ippolito Nievo non fu ferito e suo padre non lo raggiunse in Sicilia. Nell’elenco dei naufraghi inoltre, non ci sono due uomini con lo stesso cognome: altre due persone, all’ultimo momento, avevano quindi rimandato la partenza.

 

Dalle carte siciliane, conservate a Torino all’Archivio di Stato, salta fuori la storia, inedita, di un’altra donna. (Archivio Militare di Sicilia, m. 27)

Si chiamava Paola Casalorna ed era una infermiera della Ambulanza garibaldina. Possedeva un foglio di via, già utilizzato, da Napoli a Palermo e fece domanda per un foglio di via Palermo-Napoli.

Il 3 marzo 1861 scrisse al maggiore Pernot, comandante la Piazza di Palermo, chiedendo lo speciale permesso di viaggiare su un vapore della Marina Militare. Il permesso fu accordato il successivo 4 marzo, per grazioso interessamento del generale Raffaele Cadorna che in quel momento era comandante delle Forze Militari in Sicilia.

Un’altra scampata alla tragedia? E’ possibile. Le richieste di questi speciali permessi erano rarissime e, in quel momento, le autorizzazioni erano ancor più rare, tanto che Nievo e compagni si imbarcarono su un mercantile.

Con quattro navi da guerra ferme in rada, a Palermo, per espressa richiesta di Cavour, alla Sicilia era rimasta in dotazione una sola nave dello Stato, quando bisognava spedire a casa migliaia di soldati, garibaldini ed ex borbonici, che avevano chiesto il congedo.

Quattro adulti, tra cui due donne, e in più un bambino: cinque passeggeri dunque, che non salirono a bordo dell’“Ercole”. Tutti costoro, in qualche modo erano riconducibili all’ambiente ospedaliero palermitano. E se in ospedale si fosse diffusa una notizia molto riservata?

(continua 16)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani. Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.