Giornali e gazzette a Napoli nel 1860-61

Per l’onore di Garibaldi 13

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani Dumas

Capitolo

Dumas Giornalista

 

(continua dal numero 12)

Nel 1860 nacquero centinaia di nuovi fogli, quotidiani e settimanali, in lingua e in dialetto, politici, satirici, commerciali, culturali, filo governativi, radicali. Furono stampati opuscoli di propaganda, pacchi di manifesti e di volantini, comunicati ufficiali, lettere aperte di protesta.

Napoli ha il vanto di aver prodotto il maggior numero di fogli che durarono un sol giorno.

Questa varia letteratura è indispensabile per capire il senso di certi umori politici e per conoscere una miriade di problemi emersi con la guerra di liberazione.

Ma questo giornalismo, così variopinto e così attento ai temi dell’alta e della bassa politica, ai distinguo dei partiti, perfino alle facezie sull’Impero Celeste della Cina, comprimeva la cronaca locale in uno spazio angusto, in poche striminzite righe.

La perdita dell’“Ercole” arrivò tardi sui giornali, tardi ed esposta in modo incompleto e contraddittorio, quando ci arrivò.

Colpevole e ambiguo fu il silenzio del giornale palermitano “Il Precursore”, portavoce della Sinistra che si riconosceva in Crispi, de “Il Popolo d’Italia” stampato a Napoli e che era di ispirazione mazziniana, delle Gazzette Ufficiali di Palermo e di Napoli, dirette da giornalisti nominati da Crispi e fedeli alla sua politica.

 

A fine luglio 1860, dopo la vittoria di Milazzo, Garibaldi disse ad Alessandro Dumas:

_ Vai avanti a Napoli e fonda lì un nuovo giornale. Chiamalo “L’Indipendente”.

Il nuovo quotidiano uscì a Napoli l’11 ottobre 1860.

L“Arlecchino-Giornale Caos di tutti i colori diede un titolo irriverente a Dumas, chiamandolo Marchese della Paglietteria.

Il 5 marzo 1861 “L’Indipendente” pubblicava fra le notizie provenienti da Ischia che i prigionieri borbonici, trasferiti a migliaia da Gaeta a Casamicciola, si ammalavano di tifo e morivano come mosche all’Ospedale della Misericordia. Perché il governo non mandava questi infelici soldati a morire a casa propria? Il mare era stato pessimo negli ultimi giorni e gravi danni avevano subito le barche da pesca, sbattute sulle spiagge ischitane: non si lamentava tuttavia alcuna vittima.

Il 13 marzo “L’Indipendente” dava per primo la notizia della probabile perdita del vapore “Ercole”: si sapeva che era partito da Palermo il 4, ma poi non era stato segnalato da alcuna imbarcazione. Col mare calmo impiegava 18 ore per raggiungere Napoli, col cattivo tempo invece, da 24 a 28 ore, perché non teneva bene il mare.

Per ben tre volte Dumas chiese notizie dell’“Ercole” a Gino Vicesvinci, direttore della Calabro-Sicula, la Casa armatrice che aveva la sede a Napoli in strada Piliero 5; ma Vicesvinci non poteva fornire alcuna notizia dello sfortunato vapore. Il 12 marzo aveva preso la decisione di affittare il vapore ad elica “Generoso”, comandato da Litterio Ricciardi, e mandarlo in cerca dell’“Ercole”.

A Napoli l’inquietudine tra i familiari dei passeggeri cresceva ogni giorno di più._ scriveva “l’Indipendente” il 15 marzo_ L’unica notizia positiva era che Felice Corrao, capitano del vapore “Pompei”, aveva visto l’“Ercole” a circa 10 miglia da Capri, verso le 3 pomeridiane del 4 marzo. Poi, nessuna altra segnalazione.

Questa notizia era sicuramente inesatta in quanto all’ora, perché l’“Ercole”, partito da Palermo il 4 marzo a mezzogiorno e 20, poteva essere a 10 miglia da Capri alle 3 della notte del 5 marzo, ma non alle 3 pomeridiane del 4 marzo. “L’Indipendente” forse ignorava l’ora della partenza da Palermo.

 

Il 18 marzo accadde un fatto imprevisto: il quotidiano mazziniano “Il Popolo d’Italia”, che si stampava a Napoli, pubblicò un violento articolo contro la dilapidazione del denaro pubblico, coinvolgendo Alessandro Dumas e accusandolo di aver intascato non si sa bene quali somme, con la scusa di scrivere la storia dei garibaldini.

Alessandro Dumas mandò i suoi padrini a Filippo de Boni, direttore de “Il Popolo d’Italia”: se avesse accettato il duello, avrebbe potuto scegliere tra il revolver a sei colpi e la spada.

Il giorno successivo tornò a Napoli il “Generoso” che aveva esplorato le coste calabre, spingendosi fino a Lipari, senza trovare traccia dell’“Ercole”.

Forse lo sfortunato vapore_ scriveva “L’Indipendente”_ si era incendiato e metà del cammino ed era stato inghiottito dalle onde in alto mare.

Dumas chiese alla Intendenza Generale garibaldina copia delle ricevute, rilasciategli all’atto della consegna dei fucili, da lui comperati a Marsiglia per conto di Garibaldi: si trattava di 91.000 franchi, che gli erano stati pagati da Acerbi a Messina, su ordine del prodittatore Depretis.

_ Non ho né rubato, né speculato: sono stato rimborsato di una spesa fatta su commissione di Garibaldi.

Agostino Depretis, che possedeva una copia dei conti e delle ricevute di Dumas, evitò di farsi coinvolgere e tacque. Oggi il materiale che era in mano di Depretis è depositato a Roma all’Archivio Centrale dello Stato.

De Boni pubblicò nei giorni successivi un principio di ritrattazione. Il duello non ebbe luogo; ma tra De Boni e Dumas non ci fu mai una vera riconciliazione. Documentazione di questo duello mancato si trova nelle carte di Cavour e negli archivi della Polizia di Napoli.

_ Potevamo essere amici_ scrisse Dumas_ visto che siamo entrambi repubblicani.

 

In quei giorni molti giornali, tra cui “l’Opinione” che si stampava a Torino ed era portavoce di Cavour, ripubblicavano gli articoli che “l’Indipendente” scriveva sulla scomparsa dell’“Ercole”. Alcuni testi portavano la firma di Alessandro Dumas.

Si mossero finalmente due giornali palermitani: il “Rinnovamento Italiano”, che diede il 16 marzo la notizia di un probabile naufragio, in quattro righe e sbagliando il nome del vapore, e “Il Sud” che sbagliò invece il cognome dell’armatore, chiamandolo Vicisvicis invece di Vicesvinci, senza però precisare che era direttore della Compagnia Calabro-Sicula.

 

“L’Indipendente” pubblicò una corrispondenza da Ischia del 24 marzo:

_ Alcuni spezzieni [sic!] di bastimento sono stati veduti lungo le nostre coste, tutto fa presumere che, col prossimo corriere avrò ad annunciarvi un disastro nautico. Il mare era così burrascoso martedì [20 marzo] che il vapore delle Messaggerie Imperiali, il “Quirinale”, si è ricoverato a Gaeta.

A Ischia la posta arrivava col vapore una volta alla settimana. Il corrispondente de “L’Indipendente” probabilmente il 24 marzo ignorava la vicenda dell’“Ercole”, oppure non collegò la perdita di questo vapore con il ritrovamento dei resti di un naufragio. La settimana successiva diede la clamorosa notizia del sequestro di una ingente quantità di monete borboniche di rame false, spedite a Forìo via mare dal porto di Ripa Grande, per finanziare la reazione: fatto gravissimo, in cui sembrava fosse coinvolto l’ex re Francesco II che viveva in esilio a Roma. Ne furono trovate 27 cassette e 5 borse presso il negoziante Filippo Caruso che le aveva ritirate da una barca di proprietà di Pietro Calise.

Il sequestro di monete false era una notizia tanto inattesa e importante, da oscurare quella del naufragio che ormai era obsoleta.

Quei miseri resti di bastimento non potevano appartenere che all’“Ercole”, perché in quelle settimane e in quelle acque non si persero altre imbarcazioni.

 

“L’Indipendente” di Alessandro Dumas continuò a Napoli la sua solitaria battaglia a difesa dei naufraghi. Il 30 marzo si lamentava perché Il “Giornale delle Due Sicilie”, che era la gazzetta ufficiale napoletana, non aveva pubblicato neppure una riga sul questo disastro nautico e perché la regia Marina non si era mossa per andare in cerca del disgraziato vapore. A Napoli, i familiari dei dispersi erano ridotti ad avere notizie dal corrispondente palermitano del quotidiano torinese “Il Diritto”, che il 22 marzo aveva comunicato i nomi e i cognomi dei passeggeri e del capitano, ma non quelli dei marinai. Per “Il Diritto”, essi erano: Ippolito Nievo, Luigi Salviati, Maiolini, Garassini, il cappellano Ferretti, Serretta, Fontana, Pietro Simone, Placido Sollima, Francesco Carapacca, Paolo Forno, Francesco Ventre. Secondo la tesi pubblicata da “il Diritto”, l’“Ercole” era affondato per un colpo di mare, tra le 9 e le 10 dello stesso giorno di partenza, a 150 miglia circa da Palermo.

_ Ho parlato coll’equipaggio del vapore inglese che partì due ore dopo da questo porto_ scriveva il corrispondente palermitano de “Il Diritto”_ e sorpreso egli stesso dal cattivo mare, non fece che travedere l’“Ercole” in procinto di affondarsi ed infatti sparì sott’acqua a loro vista. La casa Florio saprebbe piuttosto che l’“Ercole” affondò 10 miglia distante Capri, coste di Calabria, verso le 3 o le 4 ore del mattino di martedì 5 marzo. Nievo portava con sé l’intera contabilità dell’Intendenza di Garibaldi, per la gestione dal giorno 2 giugno fino al 31 dicembre. L’Intendente Generale Acerbi inviava jeri 20 marzo un telegramma, sollecitando a Nievo di partire subito per Napoli! La nostra Intendenza avrebbe dovuto rispondere per le rime, disgraziatamente Nievo e compagni avevano la camicia rossa.

 

Il 30 marzo “L’Omnibus”, il primo giornale napoletano, dopo “L’Indipendente”, ad interessarsi dell’argomento, scrisse che i naufraghi erano 130 e che uno si era salvato.

Il numero era visibilmente gonfiato, perché “L’Ercole” non era in grado di trasportare tanti passeggeri.

Al porto di Napoli si presentarono alcuni marinai che affermarono di essersi salvati, navigando tre settimane su botti e remando con le mani. Cinque corpi sarebbero approdati sulle spiagge di Ischia. Tra loro, quei supposti naufraghi avrebbero riconosciuto il corpo di Nievo. Pochi giorni dopo venne la smentita: quei marinai erano falsi naufraghi che speculavano sulla carità pubblica. Il nome di Nievo era noto al porto di Napoli, perché pubblicato giorni prima da “Il Diritto”.

 

Le ricerche compiute ad Ischia, negli archivi parrocchiali, per sapere se nei mesi di marzo e aprile 1861 sia stato sepolto il corpo di un naufrago, hanno dato esito negativo. Nei registri del Supremo Magistrato di Salute, conservati all’Archivio di Stato di Napoli, sono annotati in quei mesi due soli casi di annegamento: quello di un marinaio inglese ubriaco che affogò nel porto di Napoli, e quello di un uomo non identificato, il cui corpo emerse fra Bagnoli e Pozzuoli: era calvo e portava una camicia bianca. La perizia del medico legale faceva risalire la morte all’ultima settimana di aprile.

Ai primi di aprile Carlo Nievo aveva scritto a Napoli, a Costantino Nigra, segretario della Luogotenenza, se era vero o no che il corpo di Ippolito era stato ritrovato a Ischia. Costantino Nigra il 16 aprile girò la domanda a Silvio Spaventa, segretario per l’Interno del governo Luogotenenziale napoletano. La risposta di Spaventa arrivò con incredibile ritardo, 45 giorni dopo, il 31 maggio, e non fu recapitata a Nigra, richiamato da Cavour in Piemonte, bensì a Gustavo Ponza di San Martino che aveva sostituito il principe Eugenio di Savoia Carignano.

Dopo aver svolto opportune indagini, Spaventa affermava che l’unico naufrago di cui non si conosceva il nome era l’annegato di Pozzuoli, lo stesso di cui si conserva ancora in archivio la perizia medico-legale.

I registri del Supremo Magistrato di Salute a Napoli non segnalano il ritrovamento di alcun frammento di imbarcazione, approdato sulle coste di Ischia. Sono invece burocraticamente registrati: un pezzo di legno emerso il 30 aprile a Salve, un’antenna di abete ritrovata l’8 maggio a Bianco sulla costa Ionica, 4 tavolati e 12 muraletti di abete emersi il 28 marzo a Serracapriola, 28 pezzi di legno cacciati dal mare il 18 marzo a Torchiarolo. Tutto il materiale che veniva dal mare era messo in quarantena e, se nessuno ne reclamava la proprietà, era venduto al migliore offerente.

Se frammenti dell’“Ercole” sono arrivati ad Ischia, è verosimile che siano approdati sulla costa meridionale dell’isola. I registri 1860-1861 del Supremo Magistrato di Salute che riguardano il porto di Sant’Angelo d’Ischia conservano molte pagine bianche, perché il piccolo scalo era frequentato nei mesi caldi da tre barchette di corallari, con permesso di pesca da maggio a ottobre, e per il resto dell’anno restava vuoto e abbandonato.

Il corrispondente da Ischia, di cui “L’Indipendente” purtroppo tace il nome, aveva quindi raccolto una voce non ufficiale e quei poveri pezzi di legno scomparvero prima che risultasse ufficialmente la loro esistenza.

(continua 14)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.