Dalla parte di Cavour

Per l’onore di Garibaldi 12

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani

Capitolo

Conti in rosso

 

(continua dal numero 11)

Filippo Cordova era un patriota siciliano di area molto moderata. Riparato in Piemonte sotto le tende della Mecca di Cavour, come diceva il famoso attore Gustavo Modena, insegnava Economia Politica all’Università di Torino. Era un esponente di spicco della Massoneria piemontese filo monarchica e amico e confidente di Cavour.

Repubblicani, mazziniani e garibaldini lo chiamavano il gesuita.

Arrivò a Palermo il 1° dicembre 1860 con la “Maria Adelaide”, la nave ammiraglia della Flotta piemontese, al seguito del re Vittorio Emanuele e con in tasca la nomina a ministro delle Finanze del governo del luogotenente Massimo Cordero di Montezemolo.

Pochi giorni più tardi, Cordova riceveva un rendiconto contabile della Tesoreria di Sicilia a tutto il 20 novembre 1860, firmato da Domenico Peranni, tesoriere ed ex ministro delle Finanze di governi della Dittatura e della Prodittatura garibaldina.

In attivo, risultavano 1 milione e 348 mila ducati, ma in cassa, il 17 dicembre ne erano rimasti appena 18 mila.

_ Come hanno divorato tanto denaro in così pochi giorni?_ si chiese Cordova.

Il segreto era tutto negli ultimi Decreti del prodittatore Mordini, che addossavano agli eredi un monte di passività. Inoltre, a fine anno, sarebbero andati in pagamento gli interessi semestrali sui Buoni del Tesoro di Sicilia di vecchia e di nuova emissione.

Lo specchietto del 20 novembre era fatto con l’ottica di un commesso contabile sciocco che, in assenza del principale, prenda denaro da una cassa in cui ci siano fondi da restituire a richiesta dei legittimi proprietari_ come la cassa delle Cauzioni o dei Depositi Giudiziari_ e li trasporti dentro la cassa principale, annotandoli come entrate e non come debiti. Nella stessa cassa centrale versi poi altri fondi, presi a prestito a tassi rovinosi. Al ritorno del principale, il commesso contabile stupido gli rende la cassa, dicendo:

_ Vedete, che attivo?

Affisso sui muri di Palermo si vide in quei giorni un manifesto anonimo che bollava Domenico Peranni:

_ Assolutista, Maniscalchiano, Repubblicano, Costituzionale e tutto quanto conviene alla saccoccia sua. Ministro di Mordini, mancarono due milioni [di ducati] dal suo rendiconto.

 

Filippo Cordova mandò due ispettori al palazzo delle Finanze. Trovarono che il Tesoro era esposto per un altro milione e 276 mila ducati, per cambiali garibaldine sottoscritte a Genova da Bertani. Le scadenze erano brucianti: 15 febbraio 1861.

Nessun progetto di bilancio per la Sicilia era possibile, in queste condizioni; tanto è vero che, nel bilancio consuntivo dello Stato per il 1860, si decise di accantonare 15 milioni di lire, per far fronte nel 1861 a debiti del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.

Cordova pagò stipendi arretrati, per 400 mila ducati, agli esattori della imposta sul Macino. L’odiata tassa sul Macino fruttava da sola da 16 a 17 milioni di ducati l’anno: Crispi l’aveva soppressa per ragioni politiche ed umanitarie, senza però né licenziare, né pagare gli esattori.

Gli ufficiali garibaldini avevano fino allora riscosso la metà del soldo. Il re diede ordine di saldare.

Il congedo per 6.000 garibaldini in Sicilia_ che ricevettero sei mesi di paga_ costò come se per un mese si dovesse pagare un Esercito di 36.000 uomini.

Anche queste spese extra non erano contemplate nel resoconto contabile del 20 novembre 1860: si trattava in ogni caso di debiti risalenti alla gestione della Dittatura e della Prodittatura.

La passività della Sicilia era come una corrente che precipita nel vuoto più nero.

 

L’indagine del ministro delle Finanze Cordova alzò un turbine. I primi di  gennaio 1861 La Farina ordinò l’arresto di Francesco Crispi; ma una sollevazione popolare, di netta ispirazione crispina, costrinse La Farina e Cordova a dimettersi e a lasciare in tutta fretta Palermo.

 

Alla fine di dicembre 1860 Luigi Salviati, reggente la vice-Intendenza palermitana in assenza di Nievo, scrisse a Francesco Cibo-Ottone, direttore del Comando Militare di Sicilia, che una trentina di impiegati, guidati dal Serretta, in un solo giorno si erano dati per malati. Cibo-Ottone rispose che dal 1° gennaio 1861 l’intera vice-Intendenza sarebbe passata sotto il suo diretto controllo e immediatamente quei malati guarirono.

Salviati si lamentò in una lettera ad Acerbi della scarsa diligenza del personale e del disordine trovato nell’assumere la reggenza. Metteva le mani avanti: se i conti poi non torneranno, non sarò stato certamente io il responsabile.

A metà novembre 1860 la vice-Intendenza era stata invitata a traslocare, per fare posto al seguito del re che era atteso a Palermo il 1° dicembre. Le era stata assegnata come sede il palazzo della Consulta, in piazza Marina, che era un ex convento di monache. Nievo aveva protestato:

_ I locali sono inadatti e le scale pericolanti. Propongo di trasferirmi a palazzo delle Finanze, dove è il Banco.

Gli ispettori del ministro delle Finanze Cordova avevano dunque sfiorato gli uffici della vice-Intendenza, senza penetrarvi: per quanto tempo ancora? Serretta e Salviati tremavano.

 

Il 22 dicembre 1860, in risposta ad una precisa richiesta formulata due giorni prima, Luigi Salviati così scriveva a Cibo-Ottone, comandante militare di Sicilia:

_ Ella domanda il conto dal 28 Maggio al 10 Giugno. Le manifesto che il 16 Luglio ultimo fu rimesso alla Segreteria di Stato per la Guerra il conto dal 2 Giugno, giorno in cui ebbe principio questa Cassa Generale, sino al 15 di esso ove trovasi di conseguenza inclusa parte del periodo che mi si ricerca, mentre dal 28 Maggio a tutto il 1° Giugno nessun introito od esito ebbe luogo perché l’Intendenza Generale non ebbe principio che al due Giugno siccome sopra si è detto.

La lettera, inedita, si trova all’Archivio di Stato di Torino (Archivio Militare di Sicilia, m. 211).

Era “curiosa” quella richiesta di rendiconto, dal 28 maggio al 10 giugno 1860, un arco temporale, a cavallo fra  la Prima e la Seconda Spedizione di Garibaldi, che “apparentemente” faceva parte di due diverse contabilità. Sapremo alla fine della storia che non era tanto “curiosa”.

 

A gennaio 1861 la vice-Intendenza traslocò a palazzo di Santa Rosalia, dove era il Monte di Pietà.

Le carte contabili sarebbero state al sicuro da occhi indiscreti? La cacciata di Cordova e di La Farina dava un po’ di respiro; ma poteva anche essere una tregua illusoria.

 

A Torino intanto, il conte di Cavour meditava il generale riordino del sistema bancario italiano e l’unificazione della moneta su tutto il territorio nazionale.

Il banchiere Carlo Bombrini gli propose di sostituire il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli con filiali della piemontese Banca Nazionale, da lui diretta, che aveva come azionisti ricchi esponenti della borghesia e della aristocrazia piemontese e genovese, incluso Cavour. La scusa era di dotare le province meridionali di strumenti più moderni. Il progetto prevedeva l’auto scioglimento dei due Banchi ex borbonici e la concentrazione della emissione della lira italiana nella Banca Nazionale.

La “proposta” Bombrini a fine dicembre 1860 fu spedita a Palermo a Gregorio Caccia, ministro del governo del luogotenente Montezemolo, perché la trasmettesse, per un parere, al Banco di Sicilia.

Passarono settimane, passarono mesi prima che il Banco di Sicilia desse una risposta ufficiale.

Vincenzo Florio, uno dei tre governatori del Banco, disse nel Consiglio di Amministrazione che l’auto scioglimento avrebbe spazzato via i banchieri siciliani_ suggellando definitivamente il potere dell’alta finanza ligure e piemontese che esprimeva la volontà accentratrice della Destra_ e avrebbe sotterrato  il progetto di una nuova Banca privata che si pensava di istituire a Palermo.

_ Che notivo c’è_  insisteva Vincenzo Florio_  di affidare alla Banca Nazionale servizi che il Banco di Sicilia, da 17 anni rende al governo, ai privati, al commercio?

Un Decreto, firmato da Mordini il 18 ottobre 1860, due giorni prima del Plebiscito, dava la facoltà a Florio e ad un gruppo di ricchi siciliani di fondare una nuova Banca, abilitata a raccogliere depositi, a scontare cambiali, ad erogare credito agricolo, perfino ad emettere moneta: idea ambiziosa che allarmava Bombrini, direttore della Banca Nazionale. I tempi per attuare il Decreto Mordini sarebbero scaduti il 18 aprile 1861.

 

Gregorio Caccia scrisse a Filippo Cordova che era a Torino:

_ Il progetto per rendere operante la Banca “Florio” è impraticabile e non si realizzerà. Ma la soppressione del Banco di Sicilia rientra nelle competenze del Parlamento e non può essere decisa né dal Consiglio del Banco, né da quello della Banca Nazionale.

A giugno 1861, pochi giorni dopo la morte improvvisa di Cavour, il Consiglio del Banco di Sicilia inviò a Gregorio Caccia la sua risposta ufficiale: rifiutava l’auto scioglimento.

I suoi bilanci, scandalosamente in rosso, erano nelle mani di Gregorio Caccia, nominato intanto presidente della Gran Corte dei Conti di Sicilia.

La Banca “Florio” rimase sulla carta.

 

La legge 11 agosto 1867, che rifondò il Banco di Sicilia riconoscendogli il diritto al ripianamento dei debiti contratti, dichiarò leciti i prelievi fatti da Garibaldi e dalla Prodittatura, illeciti quelli operati dal generale borbonico Lanza. La legge, proposta da Gregorio Caccia, passò alla Camera in due giorni e fu approvata dal Senato in mezza giornata. Filippo Cordova non intervenne nel dibattito.

Il novello Stato italiano era dunque pronto ad azzerare le passività e a pagare anche gli interessi, ma unicamente sulla passività documentabile.

Nel progetto di liquidazione presentato dal Banco di Sicilia alcune voci del 1860 non furono ammesse, perché non sufficientemente documentate. Dopo qualche polemica, si venne ad una transazione e nel 1869 furono liquidati alla Cassa di Palermo e a quella di Messina complessivamente 3 milioni e 920 mila lire, di cui un milione e 415 mila lire rappresentavano, al netto degli interessi, il debito originario riconosciuto alla Cassa di Palermo, per tutto il periodo garibaldino.

Ma la disastrosa situazione trovata da Filippo Cordova faceva pensare ad un debito di gran lunga più elevato.

E se una parte delle pezze d’appoggio fosse stata spedita, a bella posta, in fondo al mare?

(continua 13)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.