Il vapore a ruote Ercole è diretto a Napoli

Per l’onore di Garibaldi 11

Per l’onore di Garibaldi

Racconto di Fausta Samaritani

Capitolo

“Ercole”, addio!

 

(continua dal numero 10)

La mattina del  4 marzo 1861 Raffaello Carboni era alla caserma della SS. Trinità (palazzo Sclafani, piazza Vittoria), quando alle 10 gli arrivò una ordinanza di Achille Maiolini che lo incaricava di commissioni urgenti. L’“Ercole” era ancora all’ancora. All’ultimo momento il capitano Michele Mancino aveva richiesto l’intervento di un palombaro, per ispezionare lo scafo. Maiolini ne aveva approfittato per farsi recapitare all’imbarco qualcosa che aveva dimenticato.

Carboni corse di qua e di là per Palermo, raccogliendo oggetti e carte richieste. Poi prese la via del porto.

Lo stradone alberato del Molo era ingombro di carretti. Ventate improvvise di libeccio alzavano nuvoli di polvere accecante, fina come sabbia del deserto.

Carboni arrivò all’imbarco alle 12 e 20, quando l’“Ercole” mollava gli ormeggi. La nave, rimorchiata fuori del porto, già alzava i fiocchi e le rande. L’alto fumaiolo tossiva un gran fumo nero. Le grandi ruote di legno tracciavano lunghe strisce di spuma. Iniziarono poi a girare, venti colpi al minuto, spingendo la nave in avanti, a strattoni.

Raffaello Carboni scese a precipizio i cinque gradoni che portavano a pelo dell’acqua, facendo cenno al padroncino di una barchetta che traghettava merci e passeggeri tra il molo e le navi. Raggiunse l’“Ercole” alla Lanterna che è in pizzo alla muraglia d’argento.

Nievo, Maiolini, Salviati, il direttore della vice-Intendenza Serretta, lo scritturale Fontana e altri cinque passeggeri vennero a prora, attratti dal chiasso di quell’uomo che si sbracciava da una barchetta, chiamandoli a squarciagola.

_ Addio, cari!

E quelli:

_ Addio!

_ Salutate per me i carissimi. Salutate Benedetto Cairoli.

Nievo rispose, con una mano sul petto:

_ Stai tranquillo: prometto che andrò a Pavia, a chiarire quel piccolo malinteso fra te e Benedetto.

Era magrissimo, quasi evanescente, nella sua camicia rossa e con tutto quel mare dietro le spalle.

Sulla nave qualcuno cantava una canzone popolare:

Addio, Ninetta, Addiiio!

Chi per la patria muooor

Ha già vissuto assaiii

L’“Ercole” virava, orientandosi a pochi gradi da nord, mentre il libeccio faceva forza sulle sue vele. A tratti il vento rinforzava, incostante e tiepido, investendo la nave di poppa e gonfiando le rande. Le scotte di canapa si tendevano, stridendo.

Nuvole gravide di pioggia si addensavano sulle cime del Monte Grifone e sul Pizzo Sferrovecchio che buca orizzontalmente l’aria, spingendosi a nord e chiudendo il cerchio possente che cinge Palermo. La dolcezza dell’aria presagiva una pioggia leggera e immediata, che poi cadde; ma non la tempesta che su Palermo scoppiò violenta, verso le 8 della sera. Raffaello Carboni

Nel Basso Tirreno il libeccio batte più forte, vicino alle coste.

L’“Ercole” vagava, allontanandosi dal porto. Pareva corto e tozzo, un po’ sbandato com’era e con tutte le vele gonfie a dritta. Il timoniere gridava ordini secchi e i marinai equilibravano la velatura. Con quel vento fresco di poppa, l’“Ercole” avrebbe forse risparmiato tempo e carbone.

A 56 leghe marittime, cioè a 168 miglia c’è Napoli, dove il postale era diretto e dove non arrivò mai.

Il 9 marzo la Casa Florio annunciò che, sorpreso da una burrasca, l’“Ercole” era approdato a Sapri. Secondo una diversa voce, un colpo di mare l’avrebbe spaccato in due a largo di Lipari, tra le 9 e le 10 della sera del 4 marzo. Perché così fuori rotta? Secondo una terza versione, comunicata dalla Casa Florio e riportata da Carboni in una lettera, i cadaveri di due marinai sarebbero stati rigettati dal mare sulle coste siciliane. Secondo una quarta versione, l’“Ercole” sarebbe affondato non lontano da Capri, sulle coste calabre, a dieci miglia da uno scoglio chiamato Pizzo, alle 6 di mattina del 5 marzo. Lì una nave inglese, diretta a Napoli, l’avrebbe intravisto prima che scomparisse sotto le onde. Ma quale Pizzo? In Calabria ogni monte e ogni scoglio si chiama Pizzo! E perché l’“Ercole” avrebbe deviato ad est fino alle coste calabre, per poi risalire in direzione di Capri percorrendo così una rotta lunga il doppio?

Tante e diverse, contrastanti e inconcludenti, oppure frutto di pura immaginazione sono le versioni apparse sui giornali o raccontate per lettera. Le ipotesi sul luogo e sulle cause del naufragio sono una dozzina.

 

Raffaello Carboni scrisse una lettera disperata ad Angelo Bargoni, indirizzandola a Torino, alla redazione del quotidiano “Il Diritto”. Lo scongiurò di dirgli tutto quanto sapesse sull’“Ercole”. Ma Bargoni, a Torino, non ne sapeva proprio nulla.

_ Lunedì 4 del corrente mese, a mezzogiorno e venti minuti in punto _ scriveva Carboni_ Nievo salpava da questo porto sul vapore mercantile “Ercole” della casa Florio. Il cassiere Maiolini mi assicurava la domenica precedente di non voler partire sul vecchio, logoro, lento vapore “Ercole”. Il Commissario Salviati appoggiava Maiolini e sarebbero decisi a differire la partenza per sabato 9 marzo col regolare vapore postale per Napoli. Nievo insisté per partire subito e la vinse. Quel genio maligno che ripizzò le corna dal giorno della partenza del Prodittatore Mordini non risparmiò il Vice Intendente Nievo, il quale, piccato al vivo dal sussurro ingiurioso e vile dei gallonati facchini, quando accusarono Cenni di aver intascato il prezzo della vendita del mobilio di Palazzo Reale, decise di affrettare in persona il suo rendiconto a Napoli presso l’Intendente Generale Acerbi.

La lettera di Carboni, da me già pubblicata per intero (Roma, Museo del Risorgimento, Raffaello Carboni ad Angelo Bargoni, b. 233) svela il perché del malumore che Nievo espresse nella lettera a Bice del 23 febbraio. Le accuse al suo amico Guglielmo Cenni, che per molti mesi aveva comandato la Piazza di Palermo, lo avevano profondamente amareggiato ed era certo che un preciso e completo resoconto contabile, presentato al ministro della Guerra Fanti, avrebbe chiarito ogni posizione e fugato ogni dubbio di cattiva o disonesta amministrazione.

Ma perché Fanti, a novembre 1860, aveva chiesto ad Acerbi quei conteggi? Era normale prassi: il governo di Torino era tenuto a presentare all’approvazione del Parlamento il bilancio preventivo e consuntivo dello Stato e i conti dell’Esercito Meridionale facevano parte del bilancio consuntivo del Ministero della Guerra. Che poi Fanti si augurasse che i conti garibaldini non fossero esatti, questo era un altro discorso.

 

La diretta Palermo-Napoli, di cui parla Carboni, era coperta dall’“Elettrico” che, arrivato a Palermo domenica 3 marzo, ne ripartì giovedì 7 e non sabato 9 marzo. Ma la prima destinazione dei cinque garibaldini restava sempre Napoli, a meno che Salviati e Maiolini non intendessero viaggiare sulla diretta Palermo-Genova che era prevista per sabato 9 marzo, ma che poi non partì perché il vapore arrivò da Genova con giorni di ritardo.

Nella lettera di Raffaello Carboni c’è sicuramente una imprecisione. Era comunque stabilito che si imbarcassero tutti insieme e che rimanessero legati ad un unico destino.

 

Il 15 marzo il siciliano Antonio Alajmo De Michele presentava al novello giornale palermitano “La Campana della Gancia” una lettera sulla scomparsa dell’“Ercole”, con preghiera che fosse pubblicata prima possibile e a sue spese. Il testo apparve invece dopo due settimane e tanto alterato, a parere di Alajmo, da risultare irriconoscibile.

Perché tanta incuria da parte di un giornale democratico che a Palermo rappresentava la Società Unitaria di Mazzini ed era la voce di uomini, come Saverio Friscia e Francesco Perroni Paladini che avevano tanto lottato contro i Borboni? perché tanta disattenzione per una lettera che si appellava al governo, perché non circolassero più vapori postali tanto vecchi e insicuri?

Alajmo si rivolse allora al giornale governativo “La Monarchia Italiana” che il 3 aprile pubblicò la sua lettera gratis, intera e in prima pagina.

 

_ Nulla s’è fin’ora saputo né dell’“Ercole”_ così iniziava la lettera di Alajmo_ né del capitano Mancino, né dei 16 passeggeri, né dei 24 uomini dell’equipaggio e temiamo ormai che siano miseramente colati a picco. Questo accade anche ad ottimi legni, quando sono investiti da imperversa tempesta. Ciò non è applicabile all’“Ercole” che naufragò forse perché era un vecchio vapore, balzato via da una tempesta neanche troppo furiosa. Il “Pompei” invece, partito con identica destinazione il 4 marzo, due ore dopo e in grado di superare l’“Ercole”, arrivò in salvo a Napoli. Anche se nessuno può dire con sicurezza le cause del naufragio, un legno vecchio di trenta anni è da considerare ormai inadatto a navigare. Il governo nomini quindi una Commissione, per verificare lo stato di scafo e caldaie dei legni in circolazione. La stampa sappia influenzare questa decisione e noi le saremo grati.

In che modo, il tono di questa lettera di Alajmo era stato alterato su “La Campana della Gancia”?

Nel testo, corretto ad insaputa di Alajmo, era scomparsa la data di partenza e la destinazione dell’“Ercole”; una chiara congettura persuadeva che il deplorabile infortunio fosse unicamente riferibile al fatto che il vapore era vecchio e quindi non più in grado di tenere il mare; tra i passeggeri c’era qualche eroe della Prima Spedizione in Sicilia. La lettera infine, era stata posdatata al 29 marzo, quando ormai il naufragio, da possibile era diventato una certezza.

Le poche, ma sottili alterazioni, erano state apportate con abilità.

In quanto a Nievo, unico tra i naufraghi ad aver partecipato alla gloriosa Spedizione dei Mille, un curioso “ordine di scuderia” ne imponeva di tacerne il nome. Eppure egli era ben noto in Sicilia, dove, con la carica di vice-intendente aveva toccato i vertici della pubblica amministrazione, essendo equiparato, come grado e stipendio, al presidente della Corte di Cassazione e al rettore dell’Università di Palermo.

A Napoli e a Palermo uscivano due distinte gazzette ufficiali: non si accorsero neppure che l’“Ercole” mancava all’appello, non scrissero neanche una riga per dire che forse era andato perduto, come se per venti lunghi anni quel vapore non avesse fatto la spola tra le due città, trabalzando mercanzie, posta e passeggeri. Non una parola su Ippolito Nievo, come se il nome fosse sconosciuto ai redattori delle gazzette ufficiali, in particolare di quella palermitana.

Contava meno di un vitello, perduto e poi ritrovato incolume, in quei giorni, nella campagne di Monreale.

 

Ingham, detto "L'inglese di Palermo"

Il 4 marzo 1861, alle ore 11 e 30 della notte, si spense per improvviso attacco cardiaco Benjamin Ingham. Per i capitali inglesi fu il segnale di abbandonare, gradatamente, la Sicilia.

Molti anni prima, insieme a Vincenzo Florio, Ingham aveva creato la prima Compagnia siciliana di vapori commerciali. Ma quando Florio, con altri imprenditori, propose ad Ingham di entrare nella Calabro-Sicula, Ingham disse:

_ Sono troppo anziano per un impegno così gravoso.

Fra la morte del vecchio Ingham e la fine del vecchio “Ercole” non sembra esserci alcuna apparente relazione.

 

Ritratto di Benjamin Ingham

 

(continua 12)

Fausta Samaritani

© 2002-2011 Fausta Samaritani

Messo in rete il 16 gennaio 2011

Ippolito Nievo online. La Nuova Repubblica Letteraria www.repubblicaletteraria.net

Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao (Stanìs) Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.