Per lonore di Garibaldi
Racconto
di Fausta Samaritani
Ippolito Nievo arrivò a Genova la sera del 5 maggio 1860, con lultimo treno da Milano, insieme ad una settantina di altri volontari garibaldini, comandati dallavvocato Migliavacca. Alla partenza, ognuno di loro aveva ricevuto 12 lire e un biglietto gratis per il treno. Portavano una parte dei denari occorrenti per la Spedizione, rappresentati da un buono sul Banco di Genova.
Ma a quellora,
a Genova la cassa era chiusa.
Il medico Agostino
Bertani, uno degli organizzatori della Spedizione, pur confinato a letto da
un febbrone, su quellassegno ottenne un consistente anticipo da suoi
clienti genovesi.
Garibaldi era
a villa Spinola. Oltre il muro di cinta giravano agenti segreti di Cavour,
vestiti da frati. Riconosciuti, furono cacciati a pedate e a male parole.
Si presentò anche Alessandro Dumas père, ma era un amico e fu accolto a braccia
aperte. Dumas pubblicò articoli entusiasti su Garibaldi e i suoi volontari.
Fino allultimo,
Garibaldi fu incerto se partire per la Sicilia, oppure tornare da solo a Caprera.
Il 3 aprile
1860, a Palermo, al convento francescano della Gancia si preparava la rivoluzione
contro i Borboni, quando, per una spiata, il convento fu attaccato e i pochi
rivoltosi furono uccisi, o dispersi, o fucilati. Ma la rivoluzione siciliana
dilagò.
Garibaldi aveva
promesso di dare aiuto ai fratelli siciliani, purché sullisola resistessero
focolai di rivolta.
Francesco Crispi
gli mostrò allora un telegramma che dava la rivolta domata a Palermo, ma viva
in provincia. Quel telegramma era falso, ma Garibaldi lo prese per vero.
_ Voi garantite,
per il viaggio via mare? Chiese a Garibaldi lavvocato Crispi che
aveva terrore di navigare.
_ Garantisco,
rispose Garibaldi che era un vecchio lupo di mare, ma voi invece, garantite
per il viaggio via terra?
Crispi giurò che in Sicilia erano pronti aiuti, uomini, armi, denari, che laggiù era ancor viva la rivoluzione.
E, allalba
del 6 maggio 1860, i Mille partirono da Quarto.
I garibaldini
portavano il nome di Cacciatori delle Alpi.
Giovanni Acerbi,
un mantovano scampato alla tragedia dei Martiri di Belfiore e che aveva già
ricoperto la carica di Intendente, nella Campagna garibaldina del 1859, contò
i fondi di cassa: 90.000 lire italiane, poco più di 70 milioni di lire, circa
37.000 euro. Da ora in poi, per nostra comodità, tutte le cifre saranno espresse
in lire del 2001.
I denari erano
pochi, e dovevano bastare fino a Palermo. Cerano anche marenghi doro,
ma le monete doro non avevano corso legale nel regno delle Due Sicilie,
dove venivano utilizzate unicamente per alcune transazioni con lestero.
Prima di salire a bordo, Ippolito Nievo scrisse al fratello Carlo un biglietto di addio e lo consegnò a Bertani, che era costretto a restare a Genova.
Sullultima
pagina, dellultimo libro di poesie, intitolato Gli amori garibaldini
e rimasto manoscritto a Milano, Nievo aveva tracciato quattro parole, seguite
da una lacuna di puntini e da un punto interrogativo:
Partendo
per la Sicilia
?
(...)
Il 26 maggio, sul costone del monte Grifone, sotto le mura di un convento, allombra degli ulivi e intorno ad un pentolone dove bolliva un quarto di bue, Garibaldi chiamò tutti i suoi a consiglio di guerra. Si decise a maggioranza di attaccare Palermo, quella stessa notte.
La città giaceva ai loro piedi, chiusa in una conca odorosa di zagara.
Nel porto erano allancora tre fregate napoletane e il mercantile Capri, armato a guerra. I cannoni della Lanterna, che era in fondo al molo cinquecentesco, chiamato la muraglia dargento per il costo elevato della sua costruzione, erano puntati contro la città. Di fronte a porta Felice, come pedine su una scacchiera, erano ancorate le fregate inglesi comandate dallAmmiraglio Mundy. Oltre il faro, protette da una collana di navi da guerra di paesi neutrali, cerano decine di mercantili e centinaia di barche da pesca, dove avevano trovato rifugio migliaia di palermitani terrorizzati che non avevano fatto in tempo a fuggire lontano.
La fregata borbonica Ercole (da non confondere col mercantile che aveva lo stesso nome) sparò una cannonata che fece arretrare i garibaldini fino alla porta Termini, che era ostruita da una barricata, mal vigilata da pochi napoletani assonnati.
I picciotti avevano paura. Bixio gridò:
_ Cacciamoli
avanti, a bajonettate!
Ma quelli indietreggiavano ancora, spauriti, e sarebbero forse scappati se frà Pantaleo, da buon siciliano, non avesse loro gridato:
_ Santa Rosalia,
lo vuole!
Nullo, il più bel cavallerizzo dItalia, seguito da diciotto dei suoi cavalieri bergamaschi, al galoppo saltò quella barricata, aprendo la strada a tutti gli altri garibaldini. Si sciolsero infine le campane, il cui battaglio era stato legato per ordine superiore. Palermo, gradatamente, si illuminava.
I garibaldini dilagarono, a gruppi di tre o quattro, per le strade deserte. Cacciavano indietro i napoletani, occupavano strade e piazze, drizzavano barricate. Non si conosceva il loro numero, non si sapeva da dove venissero.
Palermo si era addormentata napoletana e si risvegliava italiana.
(continua)
Fausta Samaritani
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