Cordoglio per la morte di Ippolito Nievo

Ricordo di Nievo scritto da Gualtiero Castellini

Uno scomparso: Ippolito Nievo

Di Gualtiero Castellini

(note a fine pagina)

Il 4 marzo 1861 salpava da Palermo il piroscafo L'Ercole, con una ottantina di persone a bordo (1): il più insigne dei navigatori era il colonnello Ippolito Nievo, vice-intendente dell'esercito meridionale, che, mandato in Sicilia a riunir le carte tutte dell'Intendenza, dal 2 giugno al 31 dicembre 1860, le recava ora al generale Acerbi.
Quel colonnello che pareva addetto alla più mercantile bisogna di un esercito volontario, era una tempra di poeta. E da poeta, dopo la battaglia_come il Mameli_e da poeta _come lo Shelley_nei gorghi del Tirreno scomparve. L'Ercole naufragò misteriosamente nel Tirreno senza che per molto tempo la tragica notizia fosse confermata, senza che vi si prestasse fede. Molte leggende corsero poi sul terribile caso, ma venne lentamente il giorno in cui il naufragio dell'Ercole fu accertato. Era scomparso con quella nave nei flutti forse il più nobile capo che la morte, dopo l'epopea del '60, potesse rapire.
Ippolito Nievo, d'origine mantovano, di nascita padovano (nacque il 20 (2) novembre 1831), d'adozione friulano, fu tolto dal padre allo spettacolo delle ardenze patriottiche che agitavano il Veneto nel 1848, e fu mandato a studiare a Pisa (3); ma, entrati in Toscana gli austriaci, egli si arruolò, se la memoria de' biografi non erra, nella legione Petracchi, combattendo a Livorno. Non poté andare a Roma, e si ridusse a cospirare studiando legge a Padova tra il '52 e il '55: cominciò a scrivere commedie a vent'anni, e a pubblicare versi. Erano le sue prime armi. La sera del 6 aprile 1854 in Padova la compagnia Dondini rappresentava Gli ultimi anni di Galileo Galilei, dramma novità in 5 atti del signor studente Ippolito Nievo. E la censura approvava, con un fleisig gelesen e con un lascia passare, che non sarà più così facilmente concesso in seguito. Nel '54 stampa i primi Versi, di sapore giustiano, e fervidi di civili idealità. Certo egli risente un poco del romanticismo, ma se ne libera nei secondi Versi del 1855, nei quali il Mantovani avverte l'avvenuta metamorfosi del poeta. Fecondissimi di lavoro erano per lui gli autunni friulani: "Il Friuli _egli diceva_in piccolo un'immagine dell'universo", e dai luoghi della tradizione, dalle consuetudini friulane attingeva gli elementi per il capolavoro.
Intanto la sua fama si diffondeva, e si aprivano a lui le gazzette d'Italia, ch'egli inondò di novelle, mentre componeva i primi romanzi_manzoniani e carcareggianti _: Angelo di bontà e Il conte Pecoraio. Una delle novelle gli procurò un processo per offese al corpo dell' i. r. gendarmeria; allora il Nievo si volse alla composizione di due tragedie classiche, rimaste inedite: audace tentativo di precorrere quello del Cossa (4).


Uscirono nel gennaio del '58 le Lucciole, ancor tanto imperfette nella forma quanto alte nella concezione. Intanto il Nievo, stabilitosi a Milano, diveniva amico dei liberali, si addestrava nel giornalismo pugnace, componeva il capolavoro, lavorando come un dannato alle lunghissime Confessioni di un ottuagenario (5), che scrisse di furia tra il dicembre del '57 e l'agosto del '58, un po' da per tutto, sorretto da un amore recente, ma turbato da molte altre fatiche; non poté correggere una sola pagina del magnifico libro (6) che oggi lo ricorda ai posteri, perché prelude all'epoca nuova, e perché appartiene al genere delle opere d'arte che sono armi foggiate per le battaglie del pensiero. Vi fu chi accostò Le Confessioni a La guerra e la pace del gigantesco Tolstoi, e le definì in modo degno "ala stroncata d'un'anima eccelsa".
Il Nievo non trovò editore per il suo lungo romanzo, che apparve postumo solo nel '67, e_sopraggiunta la guerra_andò, Guida con Garibaldi, da Varese a Treponti (7) (il fratello Carlo militava invece nell'esercito regolare, in cui salì al grado di generale): negli Amori garibaldini dettò il canzoniere novissimo della patria, di sapore or latinamente catulliano, or italianamente popolaresco; dopo la guerra il Nievo si ridusse a Genova, accanto all'amata che gli ispirò le versioni heiniane. Mentre preparava la pubblicazione degli Amori (fregiati nell'ultima pagina da otto righe di puntini di interiezione, sotto al titolo "Partendo per la Sicilia"), egli scriveva di sé a un'amica (8): "Le darò in quattro tocchi la mia biografia passata, presente e quasi anche futura. Fui letterato a Milano fino all'aprile, soldato con Garibaldi fino ad ora, e d'ora il poi imbecille campagnuolo fino a nuovo ordine". L'ordine giunse presto, perché egli andò di lì a poco in Emilia e quando Garibaldi chiamò accorse a Quarto. Partì sul Lombardo, in cabina con Majocchi, aggregato subito come vice-intendente all'Acerbi (9), amico suo fin da Mantova (10).

Accettò di buon grado l'ufficio conferitogli, e come si batté da prode fino a Palermo, così si adoperò in seguito_non da poeta, ma da amministratore incorruttibile _regger l'Intendenza, che i volontari chiamavano per burla il Ministero della guerra. " Il Ministero della guerra_nota l'Abba alla vigilia di Palermo_è una carrozza mezzo sconquassata che ci vien dietro menando l'Intendenza, le carte e il tesoro militare, a quel che intesi un trentamila franchi. Ma in quella carrozza ve n'hanno due di tesori: il cuore di Acerbi e l'intelletto di Ippolito Nievo. Nievo è un poeta veneto, che a ventott'anni ha scritto romanzi, ballate, tragedie. Sarà il poeta soldato della nostra impresa· Profilo tagliante, occhio soave, gli sfolgora l'ingegno in fronte". Da Palermo scrive lettere gaie, che rivelano l'ardore de' suoi trent'anni e fanno pensare, col desiderio, al diario della campagna ch'egli avrebbe potuto lasciarci, se non si fosse arrestato nell'annotare al 27 di maggio. Un giorno scrive all'amica: "Ti prego di darmi del Capitano, e non già del milite. Cos'è questo milite? Lo fui: or più nol sono! Mi sembra di essere Arlecchino finto principe. Ho una zimarra rossa che sembro un generale di Napoleone il Grande, ed una spada coll'impugnatura d'oro (in confidenza è ottone indorato)"(11). E alla madre: "Baciami mille volte attraverso al mare e facciamo così tra noi due l'unità d'Italia". E rimase a Palermo nonostante il suo desiderio, persuadendosi, ahimè!, che una grande virtù amministrativa lo rendeva prezioso in quel posto: "il non rubare". Dovette resistere alle calunnie e ai sospetti di cui fu fatto segno il governo garibaldino, sospetti che dovevano esser terribili in un'amministrazione per forza di cose rivoluzionaria. Egli si logorava nell'ingratissima fatica, mentre il fratello Alessandro si batteva nella brigata Sacchi, e Carlo col generale Cialdini. Finalmente, confermatogli il grado di colonnello, poté rimpatriare, e rimpatriò con nuovo desiderio di lotta: "Oh, uno sbarco a Trieste! Lo pagherei con tutto il mio cuore". Scriveva: "Confesso che se avessi creduto di imbarcarmi per questa galera a Genova il 5 maggio, mi sarei annegato". Tali i conforti dategli dalla patria! Nel dicembre del 1860 partì su L'Ercole, raggiunse in Lombardia l'amata, e a capo d'anno fu presso la madre. Ritornò alle consuetudini del caffè Martini e del salotto della contessa Maffei, studiando contemporaneamente questioni politiche e sociali per rendersi degno del nuovo grado (12). Ma, per chiudere i conti dell'amministrazione garibaldina, dovette ritornare a Palermo per raccogliere le carte della contabilità: il 4 marzo 1861 salpò di nuovo su L'Ercole. Ma non ritornò.
Poco dopo di lui, avvolta nella sua camicia rossa, si spense l'amata. Garibaldi lo ricordò tra i suoi prodi, e il Re gli concesse la croce del merito militare di Savoia. Scomparve non come aveva sperato, ("oh morire sorridendo!"), ma ucciso a tradimento dal destino.

Gualtiero Castellini


Gualtiero Castellini, Eroi garibaldini, Parte seconda _Da Palermo a Digione, Zanichelli, 1911, pp. 63-68.

(1) Secondo la Polizia portuale i passeggeri erano 16 e 29 gli uomini di equipaggio oltre al capitano.
(2) Il 30 novembre.
(3) Il padre allontanò Ippolito da Mantova mandandolo a studiare a Cremona. Non era favorevole al trasferimento d'Ippolito in Toscana.
(4) Pietro Cossa (1830-1881). Liberale e anticlericale, i suoi drammi sono ispirati alla storia di Roma antica. Per le tragedie di Nievo vedi: Teatro a cura di Emilio Faccioli, 1962 e Teatro di Nievo
(5) E' il titolo che appare nella prima edizione del 1867. Il titolo esatto è Le Confessioni d'un Italiano.
(6) Al contrario lo corresse pazientemente a Mantova e a Fossato.
(7) Nello scontro del 1° giugno 1859, fra gli Austriaci comandati da Urban e i garibaldini, morì Narcisio Bronzetti.
(8) Lettera a Marietta Armellini Zorzi, datata Rodigo 8.10.1859.
(9) Ebbe a Palermo la carica di vice-intendente.
(10) Non ci sono documenti che attestano che i due si siano frequentati a Mantova. Acerbi fu intendente anche nella guerra del 1859.
(11) Lettera a Bice Gobio Melzi d'Eril, datata Palermo 24.6.1860.
(12) Accetta l'ipotesi che il frammento Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale sia stato scritto in questo periodo.

Illustrazione: Foto di Giovanni Acerbi, Intendente Generale dei Mille

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