Se un giorno a Mantova…

di Fausta Samaritani

Se un giorno a Mantova, passeggiando lungo un viale che segue il profilo della sponda del Mincio, giunti ad uno slargo avvertite il desiderio di rallentare il passo, ripararvi dal sole e riposarvi all’ombra discreta di un boschetto, può accadere che vi giunga alle narici un aroma di stufato gravido di spezie: un pezzo di polpa di manzo danza sul fondo capace d’una pentola, insieme a carota, pancetta, cipolla, sedano, aglio, noce moscata e chiodi di garofano, annegato nel barolo o nel barbera. Seguite il profumo e arriverete ad una locanda, dove vi serviranno piatti mantovani di chiara derivazione gonzaghesca. Scartate il fresco della pergola e scegliete un tavolo all’interno. In una sala c’è una servante di noce scuro, databile al secondo decennio dell’Ottocento, un mobile importante, imponente e severo, con le colonnine che lo caratterizzano come una variante italiana dello stile impero. In un’altra sala c’è una libreria di noce, stesso stile e decoro. Notate la struttura di questa libreria: i due corpi laterali con scaffalature sono uniti da un archetto centrale, impreziosito da un elemento di legno che figura come una tenda, a velare un passaggio intimo e discreto. In origine era forse poggiato contro una porta? Se è così, questa porta dove conduceva?


Carlo Gobio, marito di Bice Melzi d'Eril e cugino di Ippolito Nievo. Incisione, 1855

Devo la notizia ad un amico mantovano: il mobile era la libreria d’Ippolito Nievo. Proviene dalla Villa Nievo di Fossato_venti chilometri da Mantova_che è stata venduta nel 1921 dai Nievo alla famiglia Cremona che ancora oggi vi abita. Dopo l’ultima guerra, un nipote dell’acquirente aprì a Mantova un ristorante e utilizzò questi due mobili per decorare le sale: la biblioteca di Ippolito, che era al secondo piano della villa e la servante, che era nel tinello al primo piano.

Se avete occasione di visitare Villa Nievo, noterete che la servante attualmente in tinello è troppo bassa per l’affresco che la sovrasta: sostituisce il mobile originale. Un pittore dell’Ottocento ha interamente ricoperto pareti e soffitto d’affreschi: su uno sfondo dorato_in cui sono riconoscibili le montagne del Lago di Garda e il corso del Mincio_in un giardino magico velato da leggere tende pitturate e dove pendono ghirlande e volano uccelli, quel pittore ottocentesco ha creato en trompe-l’œil perfino una gloria di piatti, pronti per l’uso sopra una tovaglia candida, con bottiglie di vino pregiato, con brocche, coppe, oliere, alzatine. Abbia inizio il rito della mensa rustica, apparecchiata nella villa di campagna! Qui ha pranzato e ha cenato Ippolito. In questa casa, nei primi giorni del 1861, ultimo della sua breve vita, egli trascorse tutta la notte insieme a sua madre, a contarsela davanti al fuoco. Ne aveva di racconti, Ippolito! Un mese di campagna vittoriosa con i Mille e sette mesi come amministratore dei garibaldini in Sicilia.

Camino in marmo di Verona nel tinello di villa Nievo a Fossato di Rodigo. (Foto Fausta Samaritani)

E la biblioteca di Nievo? Anche le stanze al piano superiore sono affrescate, e si distinguono, ad occhio, almeno due diversi pittori. Per individuare la camera da letto d’Ippolito Nievo abbiamo una vaga traccia, in una lettera d’amore che egli scrisse da Fossato a Matilde Ferrari, a maggio 1850:

Intanto ringrazio il cielo che a stare quì al tavolino vedo una bellissima Luna, una di quelle Lune che non si conoscono a Mantova, in quella maledetta città delle pozzanghere e delle rane.

Nievo non amava la Mantova puzzolente e intedescata e considerava Fossato un rifugio sicuro e discreto.
Privi di una data precisa, supponiamo che la luna di Fossato fosse piena e al massimo suo splendore, una di quelle lune che appaiono ad Oriente, nelle prime ore della notte. Ippolito Nievo dichiara di vederla mentre è seduto allo scrittoio: la finestra della sua stanza si apriva quindi ad Oriente. Al secondo piano di Villa Nievo ci sono tre camere con finestre rivolte ad Est; ma le pareti sono interamente coperte da affreschi, della stessa epoca della libreria. Come poteva questo mobile imponente essere inserito nell’arredamento, senza disturbare, al contrario, esaltando la visione degli affreschi coevi? La libreria d’Ippolito poteva essere inserita unicamente nella stanza centrale, la più piccola, quella col balcone, e davanti alla finestra, perché l’imbotte della porta sulla parete opposta è troppo alta per questo mobile. L’archetto tra i due corpi laterali immetteva quindi al piccolo balcone e l’elemento di legno, che figura come tenda, fungeva da mantovana davanti al lino, teso a velare l’imposta. Sulle pareti di questa stanza danzano e suonano aeree figure femminili, dipinte dentro ghirlande di rose. Ippolito amava le rose. Prima di lui le aveva amate Laura Nievo, la figlia amatissima di Alessandro Nievo, nonno d’Ippolito. Laura era l’unico fragile frutto, rimasto dal primo matrimonio di Alessandro Nievo con Maria Teresa Arletti. Andò sposa a sedici anni al nobile Federico Gobio, di molti anni più anziano di lei, e fu madre di Carlo Gobio, marito di Bice Melzi d’Eril. La zia Laura, morta giovanissima prima della nascita d’Ippolito, senza saperlo lasciò in eredità al nipote letterato questa luminosa stanza, luogo di gioiosa contemplazione per una ragazza adolescente, amante dell’arte e della natura. A Laura forse si deve il gusto serenamente arcadico degli affreschi trompe-l’œil del tinello: la visione di paesaggi non completamente inventati si apre ai lati di un immaginario padiglione en plein air, affrescato dentro una cornice di colonnine pitturate che sostengono fittizi tendaggi leggeri. Sembra una scenografia per danze campestri di fanciulle in fiore.

Fausta Samaritani

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