La notte che Garibaldi

si affacciò in mutande
di Fausta Samaritani

"Desidererei che a scanso di maggiori spese mi mandassi in quà dei colletti di Carlo e d'Alessandro [fratelli minori di Ippolito]_scriveva Nievo da Milano alla madre Adele Marin, il 29 dicembre 1859_e quei guanti bianchi che dicevi avere a Mantova; più il diploma e l'Arte della Guerra di Ulloa. Fa un solo involto e consegnalo affrancato alla Franchetti [agenzia di spedizioni celeri] col mio indirizzo presso il Sig. Cologna. N. 5 rosso, Corso di Porta Nuova. Casa Merini. Le lettere dirigile pure là - e non ferme in posta. Scusami di tanti fastidii, ma formano parte d'uno studio a cui mi dedico anima e corpo".
Che premura aveva Ippolito di consultare un testo di strategia bellica come quello di Ulloa, contenente resoconti delle campagne militari in Veneto, nella guerra 1848-1849? La risposta non può essere che questa, ha suggerito Marcella Gorra: "Nievo pensava di trovare fra quelle pagine notizie più strettamente pertinenti_e considerazioni di carattere politico generale_riguardo alla vicenda specifica di Venezia assediata e della sua difesa, in cui Ulloa aveva avuto una parte di tanta rilevanza. [..] Mentre Nievo metteva insieme il suo saggio_che non può essere se non Venezia e la libertà d'Italia e che dunque non era pronto per la stampa in quei giorni di chiusura dell'anno [...]" Quindi per la Gorra c'è un nesso fra il libro che Nievo chiede alla madre e la stesura dell'opuscolo Venezia e la libertà d'Italia, uscito anonimo con data 1859. Come poteva essere stampato entro il 1859, se il 29 dicembre di quello stesso anno Nievo lo stava ancora scrivendo? La Gorra suggerisce un'ipotesi di natura politica, che avrebbe consigliato a Nievo la retrodatazione. Può accadere a tutti di innamorarsi di un'ipotesi, anche ad una studiosa attenta e precisa come è stata Marcella Gorra. Per trovare una diversa interpretazione alla richiesta di quel libro di Ulloa, siamo ricorsi alla lettura dei giornali milanesi del tempo.

"Chi dorme non piglia pesce, dice il proverbio _ scriveva P. De Giorgi su "La Vanguardia" del 29 dicembre 1859 _ giornalisti, se desiderate notizie per le vostre colonne, vegliate la notte, e ne avrete a biseffe [sic!]. Ieri sera me ne tornava dal Circolo Elettorale della Società Unitaria a casa mia quando la mezzanotte era già scoccata da un'ora: il freddo m'obbligava a tenermi serrato il mio pastrano fino agli occhi e mi faceva invidiare la beata sorte degli elegibili, che se ne stanno a godere il caldo delle coltri, mentre i poveri elettori si spolmonano per conquistar loro una sedia. Camminando odo da lungi un tafferuglio, e veggo dei lumi e delle ombre aggirarsi fra i mucchi di neve che ingombravano il corso di Porta Nuova. Di qua e di là arrivavano altre persone, ed io, spinto dalla curiosità tanto connaturale a noi Milanesi, divergo un pochetto dal mio cammino per portarmi sul luogo del convegno. Due o tre fattorini bestemiando [sic!] il gelo andavano disponendo in circolo varii leggii, e la gente si raccoglieva intorno ad essi accalcandosi sul ghiaccio e sulla neve. Giunta la banda civica venne intuonata la nota cantilena: "Evviva il Piemonte, Sicilia e Toscana", e le voci degli spettatori s'unirono a far coro, terminando con la nuova variante: "Noi vogliamo Garibaldi, noi vogliam la libertà". A pezzo terminato, gli urli furono veramente frenetici, qualche finestra qua e là si apriva per lasciare vedere qualche figura bianca, la quale scompariva quasi subito cacciata dalla troppa rigidezza della notte, lasciando talora un lume sul davanzale della finestra.

La mia curiosità restò alla fine appagata quando vidi spalancarsi i vetri del verone di casa Maggi e affacciarsi, zoppicando, al pubblico il Generale Garibaldi, che nascondeva la camicia, le mutande e buon tratto del corpo entro un ampio paletot. Raddoppiamento di grida e di evviva all'Eroe di Varese e di Como, al prode Generale Comandante in capo dell'Armata dell'Italia Centrale, al Liberatore della Patria. Basta; a forza di sibili e di "zitto!" si ottenne un po' di silenzio. (Attenti!) "Vi sono molto riconoscente!" esclamava il Generale cacciando il naso dal suo pastrano. Eravamo a dieci gradi sotto zero. "Fa molto fresco questa notte_ e veramente l'ora non è molto opportuna!" "Pover vecc!" grida compassionevole un Meneghino dalla strada; e qui una risata generale e nuovi "evviva" clamorosissimi. " I faccendieri, rispose egli, mi vengono attorno con tanti progetti d'associazione". (Silenzio! Ascoltate!) "Associazioni di qua, associazioni di là: bisogna farne una sola dell'associazioni". ( Attenti!) "Bisogna fare un'associazione di 25 milioni d'Italiani", (Bravo! Bene! Evviva Garibaldi! Evviva l'Unità d'Italia!) "e quando quest'associazione farà sentire la sua voce, i signori Diplomatici piegheranno la cervice" (Bene! Benone!) "o se non vogliono (Attenti!) che vadano all'inferno!" Il Generale pronunciò queste ultime parole con voce abbastanza vibrata. E' impossibile descrivere l'effetto che desse produssero sugli ascoltatori. Fu un vero tripudio, un baccanale, che sarebbe andato assai per le lunghe, se la banda non l'avesse interrotto coll'intuonare una marcia militare, e se l'eccessivo freddo non avesse dispersa quell'allegra adunata.

Da alcuni mesi la storia aveva accelerato la sua corsa: poche settimane di guerra avevano fruttato al Piemonte l'intera Lombardia, Mantova esclusa. A calmar gli entusiasmi, era arrivata la doccia fredda dell'Armistizio di Villafranca, seguito dalla Pace di Zurigo. Cavour si era dimesso per protesta. Si attendeva il Congresso di Parigi, previsto per gennaio 1860, che doveva sancire i nuovi confini e i nuovi equilibri fra le potenze. Negli ultimi mesi del 1859 i giornali piemontesi e lombardi avevano interpretato in modo negativo l'interruzione inaspettata della guerra vittoriosa. Nessuno poteva accettare che i destini dei popoli fossero decisi da un congresso di diplomatici, forniti di carte geografiche, di squadra e di compasso: fino a questa linea tutto va a me e il resto a te. Le acque lente e sonnacchiose del Mincio erano tornate al ruolo d'infido ed insicuro confine fra due potenze, come ai tempi di Attila. Il 5 ottobre Garibaldi lanciò da Bologna un proclama ai suoi volontari, compagni d'arme in Lombardia: il progetto era forzare il confine ed entrare negli Stati Pontifici; ma Farini si oppose e tenne lontani i garibaldini dal confine con le Marche. Al Generale non restò che l'amarezza del rifiuto. Il 17 novembre si sparse la notizia che il re aveva accettato le dimissioni di Garibaldi. Due giorni prima di Natale i giornali milanesi stampavano brani di un opuscolo francese dal titolo Le Pape et le Congrés. Era stato scritto dal visconte Arturo de la Guérronière, intimo di Napoleone III, di cui rifletteva pienamente il pensiero. Il succo del discorso era questo: si dava via libera all'Italia di indire il Plebiscito delle Romagne, purché il resto dello Stato Pontificio, Roma compresa, rimanesse al papa. I sudditi di Pio IX avrebbero bilanciato la mancata libertà e l'esclusione da ogni rappresentanza politica, con una pioggia di sovvenzioni che gli Stati cattolici avrebbero riversato su Roma, onde sopperire ai bisogni urgenti dei poveri e dei diseredati. Pio IX giudicò l'opuscolo del visconte de la Guérronière come un condensato di ipocrisia; ma nei giorni successivi apparve chiaro che il paventato Congresso di Parigi era diventato inutile e che i giochi erano fatti. Si seppe più tardi che l'Italia avrebbe pagato un sovrapprezzo, con la cessione di Nizza e della Savoia.
Ma quella notte del 27 dicembre 1859, sotto le finestre di casa Maggi, sembrò al piccolo popolo lì riunito (come non poteva esserci anche Nievo, se abitava nella stessa strada?) che Garibaldi fosse prossimo a scendere in campo. Nei giorni successivi a Milano furono aperte le sottoscrizioni per un Milione di fucili per Garibaldi, che, sotto responsabilità di Enrico Besana e di Giuseppe Finzi, dovevano essere dirette a due quotidiani milanesi. Si raccolse abbastanza denaro per comprare due navi che, piene di volontari, a metà giugno 1860 raggiunsero la Sicilia, dove Garibaldi era sbarcato l'11 maggio con i suoi Mille. Chi avrebbe potuto prevederlo? Nella notte milanese tutti pensavano a Venezia e a Roma come i prossimi bersagli. Ma non bisognava commettere gli errori del 1849, chiaramente illustrati nel libro di Ulloa: ecco perché Nievo ne richiedeva una copia alla madre. Lo studio al quale egli diceva di dedicarsi "anima e corpo" era appunto la liberazione di Venezia, come ben sapeva Adele Marin che per parte di padre discendeva da una delle famiglie fondatrici della Repubblica Veneziana. L'opuscolo Venezia e la libertà d'Italia era stato scritto e pubblicato da Nievo mesi prima, all'indomani dei preliminari di Villafranca, come si dimostrerà prossimamente qui.

Fausta Samaritani

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