Spigolatura verde

Ippolito Nievo online

La principessa di Pimpirampara

"Le feste, per chi non c’è abituato, fanno come il vino; mòntano al cervello. Tutte quelle lumiere con specchi che le raddoppiàvano; quel su e giù di gente che s’impacciava reciprocamente il passo, signori vestiti ad un modo e dallo stesso scipito frasario, domèstici livreati buffonescamente quasi come Ministri di Stato, dame mezzo svestite, con gonne di color zabaglione, gàmbero cotto, dorso di scarabèo… di raso, di mussolina, di velluto, con guarnizioni, nastri e fiori di pezza; e quel trimpellamento continuo, monòtono di un pianoforte; que’ colmi càlici di falso-Champagne, il tutto avvolto in un’aria calda, polverosa, che t’incollava la camicia alla pelle e ti essiccava il palato, mi avèano ubbriacato del tutto. Al che, se tu aggiungi un pajo di occhi che mi guardàvano fisi fisi, neri, biricchini, come quelli della vedovella contessa di Nievo, uno degli astri della città se… Dio! quando ci penso. Con mé, essa, avèa ballato la maggior parte de’ valzi, polche, quadriglie, a mé chiedeva il braccio perché la scortassi alla cena_e le recài io medèsimo lo sgabellino, poi un’ala di quaglia_per mé, in quella sera, le lusinghiere frasette, le stralucenti zolfanellate. Pensate dunque quanto se ne dovesse tenere un giovanottino fuggito appena dal materno capèzzolo, sentèndosi il favorito di un ìdolo dei meglio incensati, vedèndosi su la di lui nera mànica il più rotondo sodo avambraccio che mai portasse smaniglie! Sarèbbene, fin un dei sette, impazzito… E proprio ci avèa motivo: né più né meno che per certe tosuccie della corta vestina, le quali, in quella stessìssima veglia, èrano_da un bel luogotenente degli Ussari, dai mostacchi biondi arricciati_tolte, non so perché esclusivamente a piroettare.

Da parte mia, m’abbandonavo a una éstasi tale che sono sicuro di aver commesso a quel ballo, e sùbito dopo, le più majuscole farfallonerìe. […]

Dunque, pazienza. Vi accennerò solo che, alla fin fine, schiacciata entro lo staccio, tutta la biribara de’ mièi pensieri non la filava altro di questo: che l’ingattimento della contessa di Nievo per mé_quantunque mezza-bottiglia_era fuori del forse e che io riamàvala alla spietata".

Alberto Pisani Dossi, da L’Altrieri, 1868.

Nato a Zenevredo (Pavia) il giorno della "fatal Novara", in una famiglia aristocratica e morto nella sua villa di Como, il 16 novembre 1910, Alberto Pisani Dossi scrisse "L’Altrieri" a diciannove anni e a ventuno "Vita di Alberto Pisani". Fu segretario del gabinetto Crispi, poi ministro Plenipotenziario ad Atene e a Bogotà. Spirito inquieto e bizzarro, frequentò i cenacoli meneghini della Scapigliatura. Pubblicava i suoi scritti in pochissimi esemplari e in edizioni fuori commercio. Fu amico di Giuseppe Rovani e del pittore Tranquillo Cremona. Con Nievo divide la particolarità di essere uno dei rari esempi d’autore italiano che abbia scritto anche missive e documenti burocratici. E’ stato un dolore, accorciare la sua "Principessa di Pimpirampara", tagliando il sogno di Alberto con il teatrino di burattini.
La "vedovella di Nievo", uno degli "astri della città", era certamente la contessa Catterina Curti Melzi d'Eril (sorella maggiore di Beatrice) alla quale Nievo indirizzò lettere con allusioni piccanti, al limite della decenza. Scriveva Ippolito Nievo a Bice, l’8 agosto 1858: "Tua sorella è a Milano o a Gravedona? Nell’ultima sua mi parlava di un bisogno assoluto di solitudine e di quiete. Io non lo credo: ballerebbe colle seggiole e parlerebbe alle proprie dita". Nel 1868 Catterina aveva 44 anni e la sua bellezza doveva essere ancora fulgida. Bice era morta nel 1865.

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