Madonna di Antonio Allegri,

dalla patria detto il Correggio

di Carlo Marin [1]

[…]

Descrizione

 

            Questa Madonna vedesi descritta alla Nota prima pag. 106 delle Vite de’ più eccellenti Pittori, ed Architetti del Vasari, opera edita in Siena pei Pazzini, Carli, e Comp. l’anno 1792, e più diffusamente nella raccolta delle Opere del Mengs, pubblicata dal Cav. D. Giuseppe Nicola De Azara, e stampata in Bassano pei Remondini l’anno 1783. Ella, giusta l’asserto degli accennati Scrittori, debb’essere, ed è sedente a figura intera col bambino sulle ginocchia; ha in qualche distanza San Giuseppe che sta piallando una tavola. Il bambino mostrasi erculeo, come può figurarsi un Putto-Dio, vestito nella parte superiore del corpo, ma nudo, od a camicia sollevata nella inferiore sino al bellico, stendente con vivacità la mano destra verso il velo che scende dalla testa alle spalle della Madre, o, come si ama meglio credere, verso un arboscello che verdeggia a fianco della medesima. Egli segue l’azione con quegli occhi apertissimi, e fissi coi quali i bambini sogliono accompagnare ogni loro consimile atto, e guardare gli oggetti che loro si affacciano, che non conoscono, ma che loro garbano. La Madonna, con un sorriso di rispettosa tenerezza, e compiacenza comprime d’una mano al suo seno, che si rialza, il braccio del figliuolo, quasi godendo del suo trastullarsi, e coll’altra afferrando la sinistra del medesimo che avanzasi sul braccio disteso, pare voglia impedire che nella violenza del movimento egli cada all’opposto lato.

Taluni, descrivendo la Madonna di cui parliamo, che, o per copia, od in altro originale trovasi da altri posseduta, vollero far credere, che pensiero dell’Autore fosse quello di delineare una Madre, la quale riceve la benedizione dal Figliuolo: non sappiamo come siano positivamente questi originali, o queste copie, perché né l’une, né gli altri giammai sono stati da noi veduti [2] ; ma, se così sono, come è l’originale che descriviamo, non avrebbe il Correggio dipinto il bambino mezzo nudo in atto di benedire, né avrebbe fatto che la Madre impedisse quest’azione, comprimendo al suo seno il braccio benedicente. Sembra all’invece che si sia proposto di dipingere una madre, la quale nell’atto di vestire il proprio figliuolo, gli concede il sollazzo, che tante volte vediamo concedersi dalle madri ai loro pargoletti quando li fasciano, o vestono, quello cioè, di lasciarli per alcun tempo sciolti da ogni vincolo, permettendo loro il libero movimento delle membra, e il trastullarsi cogli oggetti vicini. L’errore d’interpretazione, di cui abbiamo parlato, ha cagionato forse che le copie, se sono, come ce lo fanno credere le incisioni del Dell’Aquila an. 1691, e le altre di Roma, di Parigi, e di Milano, fossero tanto diverse dall’originale, mentre presentano, anziché graziosamente sorridente, oltremodo patetica e divota la testa della Madonna, e seriamente freddissima e senza carattere quella del Bambino, il quale invece di rivolgere gli occhi all’oggetto verso cui spinge la mano, gli innalza alla Madre, facendo travedere un supposto contro cui sta il fatto della composizione.

            Del resto, il dipinto, il quale è di metrici palmi tre e mezzo alto, e di due palmi, e dita due largo, presenta, oltre alle cose che si sono accennate, anche un fabbricato rovinoso, ed alberi, e fiori, e paniere con forbici, lana, ed un certo altro che, che non si rileva facilmente, ma che sembra un cestello rovesciato.

            È lo stesso dipinto sopra tavola di noce preparata con foglia d’oro, com’ebbesi ad osservar in quei punti, in cui pel tarlo abbisognò di leggerissimo restauro. Né l’oltremare, del quale al dire del Mengs, il nostro artista faceva grande uso, venne risparmiato, essendosene servito in un lato del quadretto per dimostrarvi la luce di un Cielo puro e ridente. La sua piccola area poi è di tal maniera occupata, che quasi il gomito destro della Madonna ne esce: circostanza che lascia travedere la sua originalità, mentre nelle copie si tiene sempre un margine proporzionale, come si osserva anche nelle incisioni che si sono fatte di questo dipinto. L’arte de’ chiaro-scuri, nella quale sovranamente distinguevasi il Correggio, la si trova nella massima sua appariscenza nel dipinto medesimo. Quindi la palesantesi Divinità del Putto, il sorriso celeste, la bella mano della Madre, i bej scorcj d’una coscia del primo, e di un piede della seconda, l’apparecchio della tavoletta, e lo splendore ch’Ella fa anche quando per le venienti tenebre gli altri dipinti s’oscurano: tutte queste, ed altre cose dimostrano la maniera inarrivabile del grande Autore della medesima. Il tarlo corrodeva crudelmente il rovescio, e commesso aveva alcuni guati anche nel davanti, cioè in una delle tempie della Madonna, nella sua destra mano tra il pollice, e l’indice, sul ventre del bambino, nel sottopiede, e finalmente sotto il gomito destro della prima, e nel paniere; ma tolti vennero questi difetti con insigne maestria dal valente Artista, e Ristauratore Sig. Astolfoni Veneto, che si nomina con sentimento di ammirazione pe’ tanti e segnalati servigi che rende all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, ed a molti cospicui personaggi, e finalmente al rispettabilissimo Istituto Religioso dei RR. Padri Armeni dell’Isola di S. Lazaro.

 

Provenienza

 

L’anno 1693 il Marchese Pirro M. Gonzaga, con suo Testamento aperto e pubblicato il 24 Luglio 1707, assoggettò a vincolo primogeniale, oltre il suo gran Palazzo di Mantova e varj stabili, e preziosi, anche i quadri che trovavansi nel Gabinetto attiguo alla sua Cappella. Estintasi la famiglia di lui nelle persone di due Donne, la prima delle quali, la Marchesana Donna Eleonora, venne condotta a nozze dal Co Carlo Lodovico Di Colloredo, tutti i primogeniali passarono col di lei mezzo a questa ultima famiglia, e quindi al Co. Ottavio primogenito, finalmente al Co. Gio. Battista [3] , nel quale si consumò il vincolo di primogenitura, per la nota Legge francese che scioglieva ogni natura di fidecommessi. Tolto ai viventi esso Co. Gio. Battista in Vienna d’Austria l’anno 1813, e lasciata non avendo discendenza maschile, le di lui proprietà andarono divise, meno le doti, fra le quattro sue figlie; ed i quadri poi, il di cui numero si era diminuito parte nelle emigrazioni della famiglia, parte nell’assegnamento delle doti promesse, e non pagate lui vivente, non rimasero che in piccola, e confusa quantità presso la Co. Lucrezia Busca, Vedova del suddetto Co. Gio. Battista. Venuta a morte questa Dama, dispose delle sue doti, e di ogni altro suo credito a favore del figliuole, e dei figliuoli delle figliuole premorte, nei quali ultimi essendosi trovati alcuni minori, si dovette alienare col mezzo dell’asta giudiziaria i mobili ed i quadri, si trovò il dipinto [4] , che la defunta teneva in gelosa custodia e devozione sopra il suo letto, e che acquistato da noi fu nel precedente articolo descritto. Mille testimonianze di rispettabili soggetti, come pure di persone di minor conto, possono essere addotte per avvalorare l’esposto; ma ci basti per tutte la dichiarazione che possediamo, sottoscritta da parecchi soggetti, per le condizioni loro e virtù, d’ogni più ampla fede meritatissimi.

[…]

 

Pubblicato sul CD-Rom: Ippolito Nievo, le pagine emerse, a cura di Fausta Samaritani, n. 5 della Collana "Web-ring Letterario", Roma, www.repubblicaletteraria.it, 2007

 

Ippolito Nievo online Ippolito Nievo online

10 maggio 2007


[1] Carlo Marin, Madonna di Antonio Allegri, dalla Patria detto il Correggio, «Poligrafo. Giornale di Scienze Lettere ed Arti», t. II, 1830, pp. 187-202. L’articolo è dedicato «All’illustre Donna March. Eleonora Riva nata de’ Con. Colloredo». In un necrologio di Carlo Marin, pubblicato anonimo sulla «Gazzetta di Mantova» del 9 giugno 1852 e attribuito dalla scrivente ad Ippolito Nievo, si legge: «e dettò alcune critiche illustrazioni sapra dipinti, di cui fu sagace raccoglitore.» Cfr. Ippolito Nievo i giorni sommersi, a cura di Fausta Samaritani, Venezia, Marsilio, 1996, p. 18. Sembra che il quadro del Correggio egli l’abbia donato a sua figlia Adele, in occasione delle sue nozze con Antonio Nievo.

[2] Nota a fondo pagina: «Dopo la compilazione di queste memorie, l’Autore delle medesime ha potuto vedere nell’eletta Quadreria del Sig. Peci in Milano una copia della Madonna di cui trattiamo, in quadro grande e somigliante affatto alle incisioni di Roma e di Milano. Una seconda ne ha scoperta successivamente fra molti bei dipinti presso il Sig. Alessandro Nievo di Mantova in tela, e venne poi assicurato una terza esistere in Venezia, che si crede tratta dall’originale che descriviamo, con questa differenza, che la N. S. venne messa in un giardinaggio, perché il campo del quadretto non traspirava prima di essere stato, come fu poscia, nettato.»

[3] Nota a fondo pagina: «Fratelli juniori del Co. Carlo di Colloredo, e figli della Principessa D. Eleonora Gonzaga di Colloredo, erano il Co. Antonio fu Principe Arcivescovo di Olmitz in Moravia, Cardinale di S. Madre Chiesa, morto nell’anno 1811, ed il Co. Francesco Generale nelle Armate di S. M. l’Imp. e Re Francesco I, Balio dell’Ordine Gerosolomitano per la Lega di Boemia, morto parimenti due, o tre anni dopo del Cardinale in Vienna d’Austria. Fratello juniore del Co. Gio. Battista è il vivente Co. Giuseppe, che abita presentemente nel Friuli.»

[4] Nota a fondo pagina: «Vi sarà taluno il quale trovando nel documento d’acquisto che il nostro quadretto sia stato giudicato in Mantova coll’espressione generica di dipinto rappresentante la B. V. ed il Bambino detto della Biella, cioè fatto sul legno, domanderà come non sia stato ravvisato il divino suo Autore, e come sia giunto sconosciuto agli ultimi Eredi delle famiglie Gonzaga e Colloredo.

Non faremo a questi quesiti altra risposta che riferisce quanto ci ha lasciato scritto il Mengs su i due quadri la Leda, e la Venere che, venuti in potere di Gustavo Adolfo, quando nella guerra dei trent’anni prese Praga di assalto e la saccheggiò, furono trasportati a Stokholma. Dice egli che, morto Gustavo, rimasero sconosciuti per tutta la minore età della Regina Cristina, finché un Ambasciatore, che ne conosceva la Storia, fece ricerca di quelle pitture, e con questa occasione si cercò e fu trovato che servivano si scuri per chiudere le finestre d’una Scuderia.

Il nostro quadretto, quantunque se ne dimenticasse l’Autore, non ebbe a correre cosiffatto rischio; ma fu conservato, e l’ultima sua Posseditrice ne faceva, come si è detto, gran conto, e lo custodiva gelosamente.