Ricordo di Ippolito Nievo
Questo testo apparve il 23 giugno 1861, come articolo di apertura della "Rivista Friulana", il foglio ufficiale della Camera di Commercio e d’Industria della Provincia del Friuli. Ne era autore Camillo Giussani (1825-1907) giornalista e direttore de "Il Friuli", fino ad ottobre del 1849, poi de "L’Alchimista Friulano", dal 1850 al 1856_il settimanale che pubblicò alcune poesie di Nievo_quindi direttore e proprietario della "Rivista Friulana", dal 1859 al 1867.
Il numero di domenica 10 dicembre 1854 de "L’Alchimista Friulano" era stato sequestrato a causa della poesia Beatrice Cenci di Ippolito Nievo ispirata all’omonimo romanzo di Domenico Guerrazzi e sostituito da un innocuo "mezzo foglio".
Ippolito Nievo
di Camillo Giussani
Ne’ passati giorni, che la Provvidenza volle che fossero per me giorni di profonda amarezza, una voce amica, e forse con intendimento pietoso, faceva giungere al mio orecchio queste parole: Ippolito non è più! ma, sebbene non sempre nella coscienza di quanto avveniva a me d’intorno e debili fossero le memorie e la mente invano tentasse seguitare quel lavorìo che è la quotidiana sua vita, siffatte parole mi sembravano ingannatrici, bugiarde, parendomi impossibile il subito tramonto di tanta giovinezza, di tanta poesia.
Oggi rivedo i luoghi usati, le persone cui legato sono da affetto riconoscente: oggi rientro nella realtà delle cose, ed ahi! m’accorgo dai segni di lutto dell’affettuosissimo padre suo, dalla mestizia degli amici comuni, che pur troppo non mi rimane altro conforto che quello del pianto. Però a tale conforto voglio partecipi quanti amarono Ippolito Nievo, e sono non pochi in Friuli nella patria di Virgilio e nella colta Milano gli ammiratori dello splendido ingegno di lui e delle doti rare del cuore.
Conobbi Ippolito, quando era appena ventenne; e mi apparve tosto come l’espressione di quel miglioramento morale, che tanto onora la gioventù a’ nostri giorni in Italia. Bello della persona, aveva occhi vivacissimi, fronte ampia, incesso rapido, atteggiamenti composti, modi schietti ed eleganti, conversare facile e festevole. Nato nell’agiatezza, se ne servì per trovare alimento allo spirito, e non fu mai alieno da que’ piaceri di cui si fa dispensatrice la civiltà odierna, pur servienti, per le anime elette, all’educazione o a necessario riposo dopo prolungate fatiche intellettuali. Quindi frequenza a’ teatri, gite pedestri, talvolta solo, tal’altra in allegre brigate d’amici, viaggi e dimora nelle città più illustri della penisola, visite ai luoghi che nella stagione estiva sono il convegno dei ricchi; per cui gli fu dato di studiare la natura e gli uomini coll’esperienza propria e in modo da essere in grado di paragonare le percezioni dei sensi e gli affetti nati nel cuore colle esperienze altrui e cogli affetti analizzati nei libri. I quali però furono, fino dai primi anni dell’adolescenza di lui, i compagni più prediletti; per cui, avendo moltissimo letto e veduto, poté diventare scrittore di nobili prose e come poeta uscire dalla volgare schiera.
Ai lettori friulani sono già noti i versi d’Ippolito Nievo, pubblicati prima sui giornali paesani o in quelli di Lombardia, poi raccolti in volume; come pure sono loro noti i due romanzi Angiolo di bontà ed il Conte pecorajo editi avanti l’ultimo triennio. E, parlando dei versi, eglino avranno per certo ammirato il senso schiettamente morale d’ogni componimento, la varietà dello stile e de’ metri acconci all’espressione di concetti ora sublimi e profondi, ora delicati e gentili, la lingua attinta, oltreché alla lettura de’ classici, alla viva fonte del favellar popolare ne’ paesi ove la si parla più puramente. Che se nei lavori giovanili d’Ippolito scorgesi il conato dell’imitazione di taluni scrittori, anche perciò egli si merita lode, avendo sempre scelto i più eccellenti, quali appunto il Parini, il Manzoni, il Leopardi ed il Giusti. Anzi si può asserire senza tema di errore che tra gli imitatori dell’ultimo, così grande e cotanto difficilmente imitabile, il nome di Ippolito Nievo sarà notato non senza una parola di encomio.
Anche nei due romanzi scritti da Ippolito rifulge la soavissima anima sua; ché nel primo sopracitato, d’argomento storico, il lettore osserva un quadro fedele della vita sociale a Venezia e nelle provincie soggette ad essa nel periodo di agonia della più gloriosa tra le repubbliche italiane; e nel secondo un quadro a tinte delicate di quella che direbbesi vita intima, un’analisi minuta di passioni e di affetti veri, una riproduzione colle parole di leggiadre scene campestri: Ed anche in questi lavori, se pur vuolsi ravvisare l’imitazione, spicca il buon gusto dell’autore, ché il fare del Nievo unicamente puossi dedurre dallo studio accurato del romanzo più insigne che abbia l’Italia e da quello della Angiola Maria di Giulio Carcano.
Prova dunque evidentissima di perspicacia d’ingegno in Ippolito fu l’elezione dei libri che gli servirono di nutrimento intellettuale, di modello per acquistare la più difficile delle arti, che è quella dello scrittore; e risplende tanto più in lui, in quanto che pur troppo allora era in voga nei più dei giovani l’ammirazione soverchia di intemperanze deplorabili nei concetti e nello stile dietro gli esempj dati dal Guerrazzi e dal Prati. La quale perspicacia anche, e più che mai, risulta dall’aver sempre riconosciuta il Nievo questa verità: non poter le lettere stare isolate della scienza, e dover esse, per non divenire pompa inutile di gente miserrima, essere ognora indirizzate agli scopi supremi dell’ottimo vivere civile. E alla venerazione per questo vero corrisposero studii profondi sulla storia, sulle legislazioni, sull’economia.
Dissi di Ippolito unicamente come scrittore; ma, prima di dire addio a quello spirito nobilissimo, noterò com’egli ebbe ventura ben rara ad uomo di lettere, quella cioè per cui fu pur gloriosa la giovinezza di Dante.
C. Giussani
Se tu amassi di leggere qualche mia poesia, scriveva da Padova Ippolito Nievo al suo amico Andra Cassa, il 20 dicembre 1853, cerca se capita a Brescia il giornale settimanale l’ "Alchimista Friulano"; sarà difficile, ma ad ogni modo se viene costì ti avverto che sono miei i versi intitolati "Centomila poeti", "La Ledra", "Bruto Minore all’Università" e "Pane e vino" (quest’ultima poesia è composta dalle quattro strofe che ti ho indirizzato).
Camillo Giussani, direttore dell’ "Alchimista Friulano", fu il primo a valorizzare Nievo, i cui primi, acerbi versi apparvero prima anonimi, poi furono raccolti in un volumetto, pubblicato nel 1854 dalla tipografia Vendrame di Udine. Nievo non voleva essere confuso con i "pratajuoli", com’egli chiamava gli imitatori pedestri di Giovanni Prati. Amava la poesia di Giusti, in cui riconosceva un forte maestro di poesia civile. Come autore di novelle e di romanzi, rifiutava di essere paragonato a Giulio Carcano.
Ho in mente di far saltare fuori un Romanzo, scriveva Nievo il 27 gennaio 1856 al suo amico e poeta Arnaldo Fusinato, il quale in barba a Lampugnani, [editore e proprietario di riviste che accoglievano scritti di Nievo] "sarà contadinesco e non alla Carcano".
Questo romanzo era Il Conte Pecorajo.
Nella primavera del 1856, Ippolito Nievo prese le distanze dal giornale di Camillo Giussani, al quale egli rimproverava una eccessiva timidezza nei giudizi e scarso interesse per la realtà. Si accostò invece all’ "Annotatore Friulano", fondato da Pacifico Valussi, sul quale pubblicò la novella Il Varmo, considerata la massima espressione del genere "contadinesco", in voga a metà Ottocento. La prudenza di Giussani, nell’accennare timidamente alla attività politica e militare di Nievo_che egli paragona a Dante degli anni giovanili_ci sembra eccessiva. Davvero non si poteva neppure accennare, su un giornale di provincia dell’Impero Austro-Ungarico, che la storia aveva accusato una forte accelerazione, che il Regno dei Borboni non esisteva più, che c’era stata la Spedizione dei Mille, che era nato un Regno d’Italia?
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