Un amico d’Ippolito Nievo
Benedetto Cairoli
di Fausta Samaritani
Nelle lettere di Nievo non c’è traccia di un suo rapporto d’amicizia con Benedetto Cairoli, prima della fine di giugno 1860, quando Garibaldi si è impossessato di Palermo. Ippolito manda allora a Benedetto una copia del suo nuovo libro di poesie Gli Amori Garibaldini, scusandosi nella lettera d’accompagnamento per i numerosi errori di stampa. Durante la presa di Palermo, Cairoli è rimasto gravemente ferito ad una gamba. Forse è ancora in ospedale, o forse la lettera di Nievo lo raggiunge a Palazzo Reale, dove è stato trasferito e dove rimarrà fino a fine novembre. Anche gli uffici dell’Intendenza garibaldina sono a Palazzo Reale. L’11 settembre Ippolito scrive a Bice Melzi d’Eril: Dopo la serata passiamo per solito a far chiasso da Cairoli il quale abita anche lui in Palazzo Reale con la sua gamba malata.
Nievo stabilisce un contatto indiretto con la famiglia Cairoli a settembre 1860, quando comunica a Vincenzo Lanfranchi la morte di Luigi Cairoli, avvenuta a Napoli il 18 di quel mese, pregandolo di informare la famiglia. Questa lettera di condoglianze è di una delicatezza estrema. In quei gironi sembra imminente la partenza di Nievo per Napoli, dove Giovanni Acerbi suo superiore in grado lo ha chiamato. Scrive a Bice, il 14 ottobre: Mi muoverò con Benedetto Cairoli che finalmente sta meglio della sua gamba_l’osso va consolidandosi. Scrive anche ad Acerbi, annunciando il suo arrivo a Napoli con Cairoli per i primi di novembre. Poi il programma cambia, perché il Ministro della Guerra ordina a Nievo di rimanere ancora qualche giorno a Palermo. Scrive allora a Bice: M’era fatto un sogno delizioso di compiere il viaggio con Benedetto Cairoli, quando… quando a questi stupidi e bestiali Lafariniani saltò in capo di stampare un vigliettino indirizzato a S. Maestà e pieno di vili calunnie contro Mordini, il ministero e me. I "bestiali" erano i seguaci del siciliano Giuseppe La Farina, amico e confidente di Camillo Benso conte di Cavour e acerrimo nemico di Francesco Crispi. Antonio Mordini ricopriva ancora in Sicilia la carica di Prodittatore di Garibaldi, quando Vittorio Emanuele II era sbarcò a Palermo, portando con sé il suo Luogotenente e un nuovo governo locale, composto di Ministri scelti fra gli amici di Cavour. Di notte una nave salpò nascostamente da Palermo per Napoli, con a bordo l’ex Prodittatore Mordini, accompagnato dall’ex segretario della Prodittatura Angelo Bargoni e da Benedetto Cairoli. Nievo lasciò Palermo due settimane dopo, trattenendosi a Napoli un paio di giorni, prima di proseguire per Genova e per Milano, dove passò il Natale.
La mattina del 4 marzo 1861 al porto di Palermo il postale "Ercole", una barca a ruote di legno abilitata al servizio postale e al trasporto militare, ha appena lasciato gli ormeggi, quando il garibaldino Raffaello Carboni arriva trafelato sulla banchina, salta su una piccola barca e raggiunge l’"Ercole" all’uscita dal porto. Egli consegna a Nievo e ai suoi compagni alcuni documenti, raccolti in gran fretta. E’ l’ultimo a vedere vivo Ippolito Nievo, ritto sul ponte dell’ "Ercole". Fra i due c’è un breve scambio di saluti e Nievo promette di andare a Pavia, da Benedetto Cairoli, per dirimere un malinteso fra Cairoli e Raffaello Carboni. Sulla sorte di quello sfortunato vapore a ruote, naufragato nel Basso Tirreno con l’equipaggio, i passeggeri e le merci, nascono strane leggende.
Qualche settimana più tardi il quotidiano milanese "Il Diritto" pubblica l’elenco (incompleto) dei naufraghi dell’"Ercole", raccolto da un corrispondente a Palermo che forse à lo stesso Raffaello Carboni. La notizia arriva presto a Pavia. Adelaide Bono Cairoli, madre di Benedetto, scrive ad Angelo Bargoni:
Il povero Benedetto è desolato per la perdita di quel loro comune sì caro Amico e pur tanto benemerito Cittadino, dello sventurato colonnello Nievo.
La lettera, inedita, è conservata al Museo del Risorgimento di Roma: è una prima traccia di un sentimento di dolore per la sorte di Nievo, da parte di Cairoli. Come mai è stata ignorata dagli storici? Possibile che Benedetto non si fosse interrogato sulla fine dell’ "Ercole" e non abbia pianto l’amico Nievo?
In quei giorni, al dolore per la ferita alla gamba si è aggiunto un fastidioso tremore alla mano destra che gli impedisce di scrivere. Nello stesso fascicolo in cui è conservala la lettera di sua madre, ce n’è un’altra, sempre inedita, di Benedetto Cairoli ad Angelo Bargoni: la firma è autografa, di Benedetto, ma la grafia è irriconoscibile. Il testo, scritto d’altra mano, è questo:
Carissimo,
Quel torpore di paralisi che mi ha colpito il braccio e la mano destra non è
ancora diminuito e per scriverti debbo quindi approfittare della gentilezza di
un amico.
Ho mandato un dispaccio a Cadolini [Giovanni Cadolini, colonnello garibaldino]
e spero vederlo entro poche ore. Io sono pienamente del tuo avviso, credo cioè
non convenga risponder alle chiacchiere pettegoleggiate sul conto nostro da
molti giornali. Lo stato della mia mano malinconizza più che quello della
gamba, ma sto bene di salute, peggio di morale per la tragica fine del nostro
povero Nievo.
Accogli i cordiali saluti di mamma e di Enrico[Cairoli] ed un abbraccio affettuoso dal tuo
Benedetto
Pavia, li 1 Aprile 1861
Roma, Museo Centrale del Risorgimento, b. 235, n. 3 (9)
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