Famiglia Nievo

ad inizio Ottocento

di Fausta Samaritani

 

Occorrono immediatamente 100 sacchi di farina di frumento per urgente bisogno del servizio militare, da essere consegnati alla panificazione nel termine di un’ora. Voi ne siete requisiti, perché vi facciate carico di un’equa ripartizione fra voi e gli altri fornai a vostra cognizione, acciocché ne segua la consegna nell’intervallo medesimo. Avvertite che non solo siete tenuti responsabili di questa premurosa occorrenza, ma eziandio in mancanza sottoposti all’immediato arresto personale.

[Alessandro] Nievo [1]

Al d’ogni genere: libri distrutti per fare cartucce, opere d’arte vendute, prestiti forzosi per pagare il soldo alle truppe, rapine notturne in case private, sovrimposte, razzie al Monte di Pietà.

Nel 1798, dietro la minaccia di arresti indiscriminati, il Comitato Municipale dell’Approvvigionamento fu costretto ad imporre ai fornai la consegna della farina necessaria ai bisogni dell’armata. Al conte Arrivabene furono sequestrati 100 sacchi di grano.

Alessandro Nievo, che faceva parte della nuova Municipalità di Mantova che operava sotto la Presidenza del giudice Angelo Petrozzani, firmò l’avviso ai fornai imposto dal Generale Chambarlhac e un araldo, munito di tromba, lo gridò per le strade di Mantova.

 

Nelle Confessioni d’un italiano Ippolito Nievo racconta debolezze e viltà della Municipalità di Venezia, di cui Carlo Altoviti è segretario. Le autorità cittadine, che nulla possono per difendere l’indipendenza di Venezia, dimostrano totale impotenza di fronte alle decisioni dei francesi, veri padroni della città. C’è forse un collegamento tra il personaggio Carlo Altoviti, segretario della Municipalità veneziana, e il nonno Alessandro Nievo, che fu membro della Municipalità mantovana? Ippolito Nievo, che si è servito delle memorie del nonno materno Carlo Marin, non potrebbe aver utilizzato anche quelle del nonno paterno Alessandro?

 

Mantova, città fortificata, nel periodo giacobino fu cinta d’assedio e trasformata in accampamento. I cittadini subivano mille piccole angherie. Alla famiglia Nievo requisirono un carretto con cavalli, utilizzato per trasporto di legna, ma che fu poi restituito [2] .   

Nel Tempio della Trinità, a Mantova, esistevano tre splendide pale d’altare dipinte da Rubens. Con l’occupazione francese la chiesa fu trasformata in deposito della paglia e del sale, per uso dell’esercito. Il quadro del Battesimo di Rubens fu sottratto di notte e trafugato in Francia. La pala della Trinità nel 1798 fu tagliata in molti pezzi, per poterla più facilmente trasportare: prima in due, orizzontalmente, poi verticalmente in tanti riquadri quante erano le figure laterali.

Il Generale Miollis, Governatore di Mantova, avvertito del misfatto impose la consegna dei frammenti alla Biblioteca Comunale di Mantova. Le due parti centrali della pala furono in qualche modo ricomposte e oggi sono visibili al Palazzo Ducale di Mantova; i pezzi laterali invece furono venduti, per sopperire ad urgenti necessità della Biblioteca che aveva perduto tutti i finanziamenti statali.

Alessandro Nievo acquistò due frammenti di Rubens, con teste d’alabardiere.

Quando le chiese sono depredate e profanate, sul mercato antiquario arriva un gran numero d’opere d’arte sacra, talvolta in pessime condizioni di conservazione, spesso di provenienza illecita. Nel periodo giacobino gli ordini religiosi furono aboliti, i preti scacciati e le chiese conventuali divennero statali.

Presto la burrasca passò e, per clementissime disposizioni dell’Imperatore dei Francesi, tutti i beni non venduti al tempo della Repubblica Cisalpina dovevano essere restituiti. Il 18 settembre 1799 una lettera con queste nuove istruzioni fu recapitata anche a Giovanni Battista Nievo, in qualità di Amministratore Delegato dell’Orfanotrofio femminile [3] .

Nel frattempo molte opere d’arte avevano preso la via della Francia e altre erano state svendute a privati. Su queste ceneri nacquero nuove collezioni.

La famiglia Nievo aveva acquistato una lunetta del Fetti, proveniente dalla chiesa di Sant’Orsola e il San Cristoforo di Rinaldo Mantovano [4] , una volta pala d’altare dell’omonima chiesa mantovana in Via Quarantore [5] , sconsacrata nel 1798.

 Negli stessi anni si estinse un gran numero di famiglie nobili mantovane e in alcuni casi i loro averi andarono dispersi. Nella collezione Nievo entrarono importanti dipinti del Cinquecento, già proprietà dell’ultimo conte Facchini che si spense agli inizi dell’Ottocento. Tra questi quadri c’era una splendida tavola con la Madonna, il Bambino, San Giovanni e quattro teste d’angeli, sullo sfondo di un limoneto e di un cielo azzurro. E’ attribuita oggi a Francesco di Simone di Santa Croce, allievo di Giovanni Bellini. Venduta da Antonio Nievo nel 1877, quest’opera è oggi al Louvre. Altre opere d’arte provenivano dalle eredità Arletti-Fanagotta-Micheli e dalla dote di M. Teresa Arletti, moglie d’Alessandro Nievo. 

 

 Il 15 luglio 1804, al prezzo di 27.280 Lire, il cittadino Giovanni Battista Nievo comprò la casa al N° 733 di Contrada Corta [6] . Il venditore, il cittadino Baldassare Castiglioni [7] , figlio d’Onorato, pretese il pagamento in tante buone monete d’oro, o d’argento sonante, esclusa ogni sorta di carta moneta. La consegna dell’immobile era prevista per San Michele.

La casa, denominata Spina, aveva scuderia e rimessa. Al pianterreno c’era un andito, una camera ad uso cucina e due stanze rustiche. Una scala di cotto portava al sotterraneo, dove era il luogo comune e il pozzo. Dall’andito, un’altra scala conduceva al secondo piano, ampio come il sottostante. La stessa scala proseguiva al terzo, dove erano altre due camere e un luogo comune. Il sottotetto del quarto piano serviva da granaio.

La proprietà era compresa tra Vicolo Trentossi, Contrada Corta, la corte dell’Osteria della Croce Verde e il Palazzo del cittadino Giuseppe Castiglioni. Il compratore, che s’impegnava a turare a sue spese gli usci comunicanti con Palazzo Castiglioni, aveva facoltà di sopraelevare la scuderia e la rimessa.

Giovanni Battista Nievo acquistò anche la casa contigua su Contrada Corta, sempre di proprietà Castiglioni.

 

Nel 1799 Giovanni Battista Nievo (51 anni) risiedeva a Mantova, in Contrada Corta 732, insieme al figlio Alessandro (26 anni), alla nuora M.Teresa Arletti (24 anni) alla nipote Geltrude (7 anni), che era a balia all’Ospedaletto. Nella stessa casa vivevano come ospiti il sacerdote Giuseppe Crevola con sua sorella Clara, l’ex domenicano Agostino Ferri e quattro domestiche [8] .

Giovanni Battista Nievo, Amministratore Delegato degli Ospedali di Mantova e delle Grazie, aveva già dato le dimissioni, per difficoltà insorte con il personale che giudicava incompetente e indisciplinato. Avrebbe anche mantenuto la sua carica, ma il 15 luglio scrisse alla Delegazione di Mantova [9] :

 

[…] Sopraggiunta la nostra ultima disgrazia di mia famiglia, sono costretto definitivamente a doverla dimettere per procurarmi un qualche sollievo, con riordinare i miei privati interessi.

 

Era morta la nuora Maria Teresa, forse dando alla luce Laura Nievo. Morì anche la piccola Geltrude.

Giovanni Battista, per il suo unico figlio Alessandro, trovò presto in Marianna Gobio una nuova moglie ideale: aveva venti anni ed era forte moralmente e fisicamente, tanto da poter ereditare una situazione difficile.

Era una donna d’intelletto acuto e piacevole nel conversare. Aveva modi un po’ bruschi, eppure era generosa. Colta senza ostentazione, amava la lettura. Diresse con polso l’intera economia della famiglia, occupandosi in prima persona delle faccende domestiche. Mise al mondo sette figli, quattro maschi e tre femmine.

Una crisi mistica avvolse Giovanni Battista Nievo: la nascita d’ogni nuovo nipote era per lui una benedizione divina sulla sua casa. Il primogenito d’Alessandro e di Marianna fu chiamato Antonio, come il nonno materno. Antonio jr. è il padre del poeta e romanziere Ippolito Nievo.

 

Laura Nievo, orfana di madre, cresceva timida e riservata, religiosissima e riflessiva. Amava la lettura, preferiva la vita in campagna e manifestava un delicato senso estetico: in questo, come nei tratti del volto, assomigliava al padre Alessandro.

Per lei fu scelto un marito un po’ attempato, ma in grado di proteggerla. Nessuno dava maggiori garanzie di Federico Gobio, fratello minore di Marianna, un ingegno brillante, avviato ad una folgorante carriera nelle amministrazioni dello Stato. Il doppio legame di parentela, tra le famiglie Nievo e Gobio, prendeva sempre più i connotati di un impegno solenne, per un reciproco sostegno morale e affettivo.

La passione d’Ippolito Nievo per Bice Melzi d’Eril, moglie di Carlo Gobio, il figlio più piccolo di Laura Nievo, rischiò di infrangere questo patto morale.

Adele Marin poteva anche parlarne al figlio, tentare di farlo ragionare: ma Antonio Nievo, col rigore tipico del magistrato, non poteva neppur lontanamente ammettere il fatto. Croce e delizia era per lui questo figlio primogenito, Ippolito, che rispecchiava la sua stessa forza d’animo, ma che fece sempre di testa sua.

Antonio, con il suo primogenito, scelse la prudenza.

Mentre il nonno Marin, la madre, gli amici, gli amori, la vita insomma coltivavano in Ippolito la vocazione di poeta, di drammaturgo, di romanziere, suo padre Antonio ne forgiava l’uomo politico, i cui frutti estremi sono ancor oggi in gran parte inediti.

 

Laura Nievo portava in dote i beni ereditati dalla nonna materna Rosa Micheli, moglie d’Ambrogio Arletti [10] , tra i quali una casa a Roverbella, dove nel 1713 si era fermata Elisabetta Cristina, moglie di Carlo VI. Nella stessa casa Napoleone soggiornò durante l’assedio di Mantova e lì incontrò la moglie Giuseppina. Il 5 giugno 1796 Bonaparte vi firmò l’armistizio col Principe di Belmonte, Ministro del Re di Napoli.

La sposa, uscita da Palazzo Nievo con al dito un brillante del valore di oltre mille lire, andò ad abitare al N. 2107 di Contrada Borgofreddo (oggi Via Carducci), in una casa che aveva ereditato dalla zia Geltrude Arletti [11] , morta giovanissima.

La ricca dote di Laura ammontava a 337.000 Lire austriache.

Il padre, Alessandro Nievo, pretese che le fosse assegnato, in uso esclusivo, un quarto della casa in Contrada Borgofreddo e che al suo personale servizio ci fossero sempre un domestico e una cameriera.  

Alcuni anni dopo, ancor giovane madre di cinque figli e minata da grave malattia, scrisse una lettera struggente al direttore del Collegio, dove studiava suo figlio primogenito Giovanni, supplicandolo d’avere speciale cura del bambino, anzi quell’identica, amorevole cura che la volontà divina impediva a lei di esercitare.

Ippolito Nievo prese forse la zia Laura come modello per Clara, personaggio chiave de Le confessioni d’un italiano?

 

La contessa Clara era bella come lo potrebbe essere un serafino che passasse fra gli uomini senza pur lambire il lezzo della terra e senza comprenderne l’impurità e la sozzura.

 

Clara, donna semplice di modi e generosa d’animo, nulla chiede per sé e si sacrifica fino all’estremo delle forze.

 

Il 3 marzo 1807, un’ora dopo il mezzogiorno, Giovanni Battista Nievo si presentò a Palazzo della Ragione, accompagnato da cinque testimoni e consegnò al notaio Giuseppe Avigni una schedula chiusa e sigillata, contenente il suo testamento, scritto e sottoscritto tutto di suo pugno e redatto in forma mistica, secondo le regole del tempo.

Il testamento doveva essere aperto alla morte di Giovanni Battista Nievo; ma egli ne fece un secondo, il 14 settembre 1832, che fu ritenuto l’unico valido.

La busta che conteneva il testamento mistico rimase quindi sigillata tra le carte del notaio Avigni, fu poi versata integra all’Archivio Notarile di Mantova e di qui all’Archivio di Stato della stessa città, dove rimase sigillata fino a marzo 1999, quando è stata aperta su mia richiesta.

Giovanni Battista Nievo lasciava la metà dei suoi averi immobili, divisa in parti uguali, ai nipoti maschi Antonio, Francesco, Nicola, Giuseppe, figli d’Alessandro e di Marianna Gobio, e ad eventuali maschi nascituri, purché da un legittimo matrimonio d’Alessandro.

Luigi Nievo non era menzionato nel testamento, perché nato nel 1810. Il testante disponeva che suo figlio Alessandro potesse usare tutti i mobili e gli arredi del palazzo, a suo piacimento e senza obbligo di rendere conto [12] .

Fulvia Nievo, ospite del fratello Giovanni Battista nel palazzo in Contrada Corta, fece testamento pubblico l’11 agosto 1811 a favore del figlio Corradino Calabria [13] . Per l’occasione il notaio si recò al piano terreno di Palazzo Nievo, in una stanza accanto alla cucina che prendeva lume da due finestre su strada.

Teresa Nievo, vedova del medico Antonio Roveri, fece pubblico testamento ad Ostiglia il 15 gennaio 1813 [14] : lasciava l’usufrutto della casa alle  cognate Annunziata e Angelica e la proprietà alla nipote Laura Calabria, moglie di Sante Roveri.

Di fronte alle ricchezze accumulate da Giovanni Battista, le sorelle Fulvia e Teresa forse si consideravano quasi povere.

Le terre, date in affitto, fornivano una buona rendita che Giovanni Battista sapeva reinvestire. Nel 1816 la sua posizione economica era tanto florida, da poter prestare fideiussione al notaio Giuseppe Avigni, per l’esercizio del notariato [15] e nel 1824 fare un mutuo al conte Giuseppe Arrivabene [16] .

 

Vedi anche: Testamento di Giovanni Battista Nievo

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7 ottobre 2004


[1] Luzio, Alessandro Francesi e Giacobini a Mantova dal 1797 al 1799, Eredi Segna, 1890, p. 167.

[2] ASMn, Municipalità di Mantova, registro 143/ ter.

[3] ASMn, Municipalità di Mantova, b. 73.

[4] D’Arco, Carlo Istoria della vita e delle opere di Giulio Pippi Romano, 1838, a p.77: San Cristoforo qui in Mantova posseduto dal sig. Nievo.

[5] Ora Via Principe Amedeo e Giulio Romano.

[6] ASMn, Notaio Giuseppe Avigni fu Benedetto, atto n. 1447.

[7] Il marchese Baldassare Castiglioni (13 maggio 1762 - 12 gennaio 1833) ebbe 11 figli.

[8] ASMn, Municipalità di Mantova, b. 89. Contiene lo Stato delle Anime della Parrocchia di S. Andrea, per il 1799.

[9] ASMn, Municipalità di Mantova, b. 24.

[10] Ambrogio Arletti e Laura Micheli ebbero Antonio che sposò Osanna Fanagotta Speroni, da cui nacquero Maria Teresa, prima moglie d’Alessandro Nievo e Geltrude, morta giovane.

[11] Sulla divisione dell’eredità Arletti e Fanagotta e sulla dote di Laura Nievo v. ASMn, Notaio Giuseppe Avigni fu Benedetto, b. 1546.

[12] ASMn, Notaio Avigni Giuseppe fu Benedetto, b. 1533.

[13] ASMn, Notaio Adamo Nicola Rossi, atto n. 763.

[14] ASMn, Notaio Innocenzo Draghi.

[15] ASMn, Notaio Giuseppe Avigni fu benedetto, atto n. 682.

[16] ASMn. Notaio Camillo Melleri fu Giuseppe, atto n. 6971.