Lettere e carteggi di Gabriele d'Annunzio (due)
Gabrieled'Annunzio
Lettere a Natalia de Goloubeff
(1908-1915),
a cura di Andrea Lombardinilo, Lanciano, Rocco Carabba, 2005,
p. 587.
Il tempo dell’esilio
francese ad Arcachon, dove d’Annunzio si rifugia, incalzato dai creditori
italiani, va dall’estate 1910 a maggio 1915, quando l’Italia entra in
guerra. Le 325 corrispondenze, tra biglietti, telegrammi e lettere, indirizzate
alla sua amante ufficiale di questo periodo, la nobildonna russa Natalia
de Goloubeff, che d’Annunzio conobbe a Roma l’8 marzo 1908 alla prima
de La Nave e cui diede lo pseudonimo Donatella Cross, sono oggi
conservate a Roma, alla Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele,
nel Fondo Gentili. Sono state parzialmente edite nel 1947 da Pierre Pascal.
Natalia,
donna bellissima e raffinata, alta di statura e con folti capelli dorati,
era nipote del medico personale dello zar Alessandro III. Firmò col suo
pseudonimo la traduzione in francese di Forse che sì forse che no.
Molti anni più tardi, il flusso del ricordo del travolgente amore per
Donatele Cross riemerse nelle pagine dannunziane del Libro segreto.
Molte lettere di d’Annunzio a Natalia sono soffuse di malinconia, perché,
dopo il primo divampare della passione, i rapporti tra i due amanti sono
pieni di contrasti. Sembra che l’unica cosa che li leghi, negli ultimi
tempi, siano i levrieri, amatissimi e coccolati con cure maniacali. Sono
tuttavia anni fecondi, per d’Annunzio: nel 1913 esce Vita di Cola di
Rienzo, mentre continua la pubblicazione delle Canzoni e delle
Faville; a maggio 1911 viene rappresentato a Parigi Le Martyre
de Saint Sébastien, nel 1912 viene messa in scena la Parisina
e a primavera 1913 La Pisanelle, ou la mort parfumée. Nelle lettere
a Donatella Cross c’è una miniera di notizie, utili a ricostruire le varie
fasi redazionali di queste opere e a focalizzare i dettagli estetici cui
d’Annunzio si è ispirato.
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19 marzo 1909
Cara,
cara, infinitamente cara, ogni parola è vana alla mia tristezza. Sono
scorato. E mi sembra che qualcosa mi manchi per respirare, per palpitare.
Che cosa? La dolcezza che stamani non mi hai data. Non posso consolarmi
di non averti tenuta fra le mie braccia nel sonno mattutino.
Vedo
nel mezzo dell’anima mia il tuo volto di iersera, la divina urna trasparente
ove le lacrime ardevano senza traboccare. Il tuo sangue veramente era
salso come quello di Fedra [d’Annunzio era appena tornato da Milano, dove
aveva letto agli attori la sua Fedra], ché le tue vene erano piene
d’un pianto ceruleo, del pianto di Oceanina [Pasifae, moglie di Minosse
e madre di Fedra].
Ho
trovato le mie stanze piene di fiori. Accanto al letto era un gran mazzo
di viole. La strega [la governante di d’Annunzio] ha detto: _ Credevo
che tornasse con la signora Occhilmente! Ma tu m’hai mandato solo
in mezzo alla neve, sotto la pioggia, tra il fango.
È
giunta la risposta per la Versiliana [la villa dello scultore Clemente
Origo]. Pare che non vògliano darla per più di tre mesi _ luglio, agosto,
settembre.
Ho
scritto di nuovo per cercare di avere notizie più chiare. Ma tu hai veramente
deciso di passare l’estate sul Mare? Puoi fin da ora prendere la
villa?
Non
abbiamo avuto il tempo di parlare con agio d’una cosa tanto importante.
Oggi
una sola cosa è certa: la mia disperazione di non essere nel cerchio del
tuo incanto, la difficoltà di vivere senza di te.
Anche
tu stanotte non morirai di freddo e d’angoscia nel tuo letto? Come faremo?
Ti
ricordi le ore inimitabili di ieri? Il giardino del Palazzo Bianco, le
tue belle risa nella bottega degli strumenti, il concerto, la carezza
interrotta, l’apparizione della Rosa bianca, la malinconia oscura, la
passione di Fedra espressa con una voce che non dimenticherò mai più,
le lacrime, il furore, la voluttà inumana…
Quanta
vita! Quanto sogno!
Che
fai? Annotta.
Tu
conosci il rito [Fedra, Atto I, vv. 769-71: «Prendi la face, prendi / l’acqua lustrale,
e il salso orzo, e il canestro / e le corone. Tu conosci il rito.»]
Stelio
D'Annunzio
Lettere e carteggi (uno)
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