La
fame di Zanni
di
Fausta Samaritani
Venivano dalla Valtellina, dal Bergamasco e
dalla Valbrembana i facchini del porto e dell’Arsenale di Venezia che diedero
origine alla maschera di Zanni. La loro impronta caratteristica era l’essere
perennemente affamati.
Son mi nat zentilhom
de quei bo’ de Valtolina
mio pareng ol fu buffo’
de madonna Lasagnina,
tenìa in festa quel Comun
a cantà la tangherlina.
Questi versi sono tratti da una canzone “alla
bergamasca”, inserita in un dialogo di autore anonimo, pubblicato a fine Quattrocento
e presente alla Biblioteca Nazionale di Firenze tra gli incunaboli Palatini.
In una Mascherata di Giulio Cesare Croce, edita nel 1621 a Venezia,
si ricorda la zona di origine di Zanni e il suo misero e faticoso lavoro.
Cinque facchìn nù sem
Vegnut chilò Segnur
Per fi dal bel Pais de
Valbrembana,
ché l’amur ch’à portem
al voster gran valur
n’ha trat chilò sì da
la nostra tana.
Questi cinque facchini cercano lavoro in un’osteria
e anche un piccolo gruzzolo per tornare al paese, «tornà a la Valada», un
po’ meno poveri.
Zanni è molto più di un personaggio del teatro
all’improvviso: è la prima personificazione teatrale italiana, la prima espressione
totalmente italiana di quella follia che spinge l’uomo a rappresentarsi, a
sentirsi più reale come personaggio che come creatura vivente. Zanni è
figlio del dramma dell’emigrato, per forza e per fame, senza famiglia né
dimora; ma è anche discendente diretto dell’antico Sannio delle Antellane,
anche se alcuni pretendono che l’analogia tra i due nomi sia solo casuale.
La verità è che il primo attore italiano, che si truccò per imporre una risata,
fu proprio Zanni. E se invece avesse preso quel suo buffo nome da un attore
vero, che si chiamava Giovanni, oppure Zuane?
Caratteristiche di Zanni sono
essere servo e sempre affamato e non avere fissa dimora. Egli nasce dalla
rivincita di coloro che nulla contano, dal sonno di evasione di tutti gli
assoggettati. Il mito di Zanni è l’osteria, come quella descritta in bergamasco
da Giulio Cesare Croce; ma la sua realtà è la polenta, una volta composta
di fave, piatto unico dei soldati di tutti gli eserciti dai Romani al Rinascimento,
più tardi di mais, che fu introdotto su larga scala in Europa nei primi decenni
del Seicento. Povertà, fame e polenta caratterizzano le popolazioni rurali
in tutta Europa, almeno fino alla fine dell’Ottocento. La forza fisica e morale
espressa dalla maschera di Zanni, la sua consumata astuzia e abilità nella
lotta della sopravvivenza, sono le doti che hanno sostenuto gli abitanti delle
vallate e delle pianure più impervie ed isolate, nel successivo sviluppo industriale.
In un sonetto sull’appetito di Zan Folopa si
avverte quanta fame arretrata abbia questo Zanni, che si vanta d’essere capace
di sgranocchiare in una volta sola un intero vitello arrostito («d’una sola
vada, / ol sganessì un vedel bel, / e rostìt»); egli divorerebbe, anzi, un’intera
cucina, una macelleria col macellaio compreso, la terra, le mura, anche il
teatro in cui recita, insieme a «li zaratoni che me ascolta».
Se la tragedia si dice abbia avuto origine divine,
la farsa zampillò genuina dalla canaglia, espressione spontanea di quanto
resta mortificato ed inespresso nella mente degli ultimi: astuzia, vitalità,
sete di evoluzione e di rivincita.
Quando la commedia buffa si trasforma in un
fatto sociale, Zanni trionfa, nei teatri di piazza e nelle fiere, perché si
sente rinnegato come individuo sociale e di conseguenza mantiene intatta la
sua istintiva libertà. Ai suoi servizi ricorre il giovane padrone innamorato,
i cui impulsi sono frenati dalla consuetudine; a lui si ispira il commediografo
che sviluppa l’intreccio. Zanni ha il compito di far lievitare una società
organizzata entro schemi rigidi. A Venezia, sono proprio gli scaricatori di
porto che hanno il potere di confermare o di mandare a casa il doge neo eletto,
affacciatosi per la prima volta su piazza San Marco. Essi gridano: «lo volèm»,
oppure «no lo volèm». La gazzarra inscenata dai facchini ha convinto alcuni
dogi a rinunciare all’incarico.
Il nome Zanni si afferma nel Quattrocento e
indica sia una persona fisica, sia una classe di appartenenza. Nel corso del
Cinquecento la figura si sdoppia e nella commedia, accanto al primo Zanni,
astuto e intrigante, appare un secondo servo, Zanni tontolone e balordo, ghiottone
e sempre truffato. I due Zanni sono le facce della stessa anima popolare:
quella beffarda, avventurosa e consapevole delle proprie risorse e quella
sorniona, passiva e tendenzialmente gaudente. Il primo Zanni movimenta l’intrigo
con inesauribili trovate e con gesti folli: è capace di tutto, visto che non
ha nulla da perdere. Il secondo Zanni inizialmente appare in scenette, prologhi,
canzoni. I due Zanni indossano giacconi di tela bianca con cinturone di cuoio,
braghe bianche e sformate e calzano cappellacci a larghe falde.
In appendice alla Puttana errante, in
un esemplare conservato alla Bayerische Staatbibliotech, c’è, manoscritta,
una lista di “lazzi” tra uno spagnolo e Zanni sciocco che storpia le parole
e capisce a suo modo le battute dell’altro, che ha funzione di “spalla”. Se
lo spagnolo dice: «A’ Dios», Zanni risponde: «Se tu dì os, et mi vos carne!»;
allo spagnolo che dice: «De tierra», egli ribatte: «A so di carne e nò de
ter!»; alla battuta: «A digo soys gonapan», egli replica: «Luganega e pàn,
bon mangià!»
Alla Biblioteca Trivulziana si conserva un testo
anonimo del 1617 con un “contrasto” tra Zan Salcizza (che parla in dialetto)
e Scatolin (che si esprime in italiano): due maschere che nel nome anticipanono
l’argomento del dialogo. Salcizza canta: «Viva viva l’hostaria / con el chog
pulid e net / mi ghe son fidel suget / zorno e not in fede mia». Scatolino
gli fa eco: «Tu che sei un affamato / hai el cuor a diluviare / e mai altro
non sai fare / che mangià fin nella vita.»
Nel Seicento i due Zanni diventano ruoli precisi:
il primo si chiama Brighella, Truffaldino, Scappino oppure, a Napoli, Crivello;
il secondo Zanni è sempre Arlecchino.
Ne La maschera di Truffaldino di Novelli,
pubblicata a Verona nel 1819, leggiamo questi versi:
Sior Menego, la sbrego
d’un favor
per quanto ghe sarà caro
a la me’ pelle
un piatto de lasagne
o paparelle
de dirme cossa mai che
posso tôr
per divertir alquanto
le mascelle
ché zé tre mesi che la sta de bando
per non aver d’andar drìo mastegando
a causa che ghô rotto le scarselle
cioè ho sfondato la borsa.
La gastronomia è argomento ricorrente nei “maridazzi”,
brevi poemetti dissacratori che si recitavano durante le feste di nozze. Nel
Maridazzo della Bella brunettina, testo anonimo pubblicato a Venezia
nel 1595, c’è un gustoso sonetto in onore dell’aglio (l’Ai) che inizia con
questi versi:
Quei che no sa de l’Ai ol gran valor
I lo té per una cosa puzzolente
Dos ché pluttost i mangia la polenta
El pan de mei, ravì e oter lavor
E quest’ i fa perché quel sô puzzor
Par che a ogni sort de zen mal talenta.
Ma za che l’occasion
me s’appresenta
Voi dis de l’Ai l’eccellente
valor
Oltra che l’Ai ven
tant adoperat
Ne la
cusina a fo al mangia bo
Per
medesima ancora al ven usat.
Nel Contrasto di Zan Salcizza
e Scatolin, pubblicato a Carmagnola nel 1617, ci sono canzoni come quella,
in lode di Tognina, che inizia così:
Quando
te fé i lasagni
allor me struzzi e lagni
de Tognina mia bella.
Damen
una scudella
stenò men de un bocò
te cascarò mort so al balcò.
Scatolino loda al contrario
una sua bella «de la Val di Zaccagnina» che è insuperabile «in far torte e
sbrofadèi, / rosti, lessi, salsa e aìada». La canzona che inizia con «Mi me
chiami Scatolin» è una lista di succose vivande, preferite o sognate dai ceti
popolari, come «lasagni e macharò», «schiaudi e chadin», torte, polpette,
«figadèi, cappon, formài», (ottimo il «Piasentìn»!), «salcizze e salcizzòn».
Scatolin sgrana tutta la sua
parentela con le maschere italiane di varie regioni: Rovanel, Panza de pecora,
Zan Ganassa, Zan Carota, Zan Gratella, Zan Frittata, Zan Farina, Zan Padella
e, infine, Arlecchino.
Nell’Anima dell’intrico
di Paolo Veraldo il prologo è affidato a Zanni, servo scaltro che viene in
aiuto del padrone che è innamorato, geloso e infelice. «Quando non vedi la
signora lasagna _ confessa Zanni _ ll’ me divis che ognun me l’inghiotta».
Il mio padrone si strugge per una donna, mentre io _ continua Zanni _ mi sciolgo
per maccheroni, gnocchi, ravioli e formaggio. Leggiamo qualche riga di questo
sfogo:
Lù, contempland quel front larghè spatiùs se consuma,
e mi fissand i occhi nel fomai, gh’è spatiùs, me destruzzi; Lù per quei occhi
stelladi se destilla, e mi par l’onto suttil, me descoli; Lù per quel nas
aquilin se lambicca, e mi par i gnoch me desfagh; Lù per buchì inzuccarata
viù in passiù, e mi per i rafioi pregn pattissi cordoi; Lù per quel vis colorid
sent dulur, e mi per i maccarù vagh in angossa; Lù per quela testa adornada
dalle trezze bionde se ramarica, mi per quei fili bianch e grass del formai
col co’ da lat, continuament staghi pensand.
Nello Zibaldone dei concetti
comici, raccolto da Placido Adriani e pubblicato a Lucca nel 1744, sono
contenute alcune “tirate”, genere amato dai Comici dell’Arte, ma che necessitava
di una eccezionale bravura nella dizione e nella gestualità e di un fiato
eccezionale. La “tirata” del Pasto, che mette in burla l’abitudine
di farcire gli arrosti con i più curiosi ingredienti, inizia così:
Se vuò vulì mò far un pranz, pigliarì do’ sold’
di carne di videl, e ne farì a una polpattina _ e se non basta la polpattina
la mettarì in un beccafigh _ e se non basta el baccafigh e la polpattina,
li mettarì in un tordo _ e se non basta il tordo, il beccafigh e la polpattina,
li mettarì in una quagia _ e se non basta la quagia, il tordo, il beccafigh
e la polpattina, li mettarì in un pizzon _ e se non basta il pizzon, la quagia,
il tordo, il beccafigh e la polpattina, li mettarì in […]
La tirata, che termina con
capretto, vitella e vacca _ caricatura di un pranzo pantagruelico, costruito
intorno ad una iniziale polpetta _ era recitata con accompagnamento di versi
degli animali citati e con gesti che ne mimano l’incedere, la mole, le abitudini.
Ogni comico aveva i suoi ricorrenti
“lazzi” che intercalava a suo piacimento, durante la rappresentazione. Eccone
uno, gustoso: «At Regina gravi iam dudum sancia cura»
Celebre è il “lazzo” della
Lista di Arlecchino:
Padrone: Arlecchino hai la lista?
Arlecchino: Si padrone, eccola. La leggerò e ti ripeterai.
Quattro pilastri spezzati.
Padrone: Quattro pollastri spezzati.
Arlecchino: Sette colonne arrostite.
Padrone: Sette colombe arrostite.
Arlecchino: Tre montipulciani.
Padrone: Tre fiaschi di vino.
Arlecchino: Anteposte de tripola in falze bordò.
Padrone: Antipasto di trippa in brodo di pomon.
Arlecchino: Una fottata con dieci oche.
Padrone: Una frittata con dieci uova.
La “tirata” della Lista
fu riproposta da Strelher, insieme alla famosa Canzone della pulce.
Il Carnevale partiva con lazzi
e canzoni, con rappresentazioni all’improvviso e balli in piazza. Le maschere
si chiameranno Francatrippa, Padella, Gratella, Frittellin, Brasòla,
Figadet, promette Burattin Canaia, un attore di cui si conserva solamente
il soprannome e di cui è rimasto il sonetto Sulla partenza del Carnevale,
da cui traiamo questi versi:
Se sentirà cridar: chi vuol frittel
de maij, de ris, de fava
e de pisel? Le mele e ravanel
spinaz, radis, nos, castagn e marron
e robba sol da sgonfiar al ventron?
Il pronostico dell’Autunno,
tratto da un opuscolo stampato a Venezia nel 1581 e che risulta scritto da
un tale “Missier Ravanel Astrologo Bergamesco”, è entrato nel repertorio del
Piccolo Teatro di Milano ai tempi di Strelher: è uno dei testi più curiosi
della Commedia dell’Arte:
Essendo l’aria alquanto travagliata da gli vapori della
terra, questo anno l’Autunno sarà dopo l’Estate, non saranno però così caldi,
come quelli dell’Estate. Sarà gran numero di tinazzi di botte e di mastelli,
la vindemia durerà insino che sarà uva su le viti, si faranno vini de più
sorte, come sarà dolci, bruschi, bianchi, negri, grandi, picciòli,
e via discorrendo. Sarà gran ventosità nelle parti di sotto, sarà mortalità
di pollastri, di vitelli, di capretti, oltre molti altri uccelli, che minacciano
le stelle. Caderanno le foglie a gli arbori, si vedranno delle brine, e molte
altre cose che lungo sarìa narrare. Questo è ritrovato scritto appresso il
Registro di Alberto hosto, nel capitolo del formaggio dopo le frutta, nella
stanza del vin tondo, nel verso che dice “Panigon nella botta”.
Fausta Samaritani
10 novembre 2005
Il Portale Letterario della
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